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Novembre-Dicembre/2011 - Editoriale
direttore@poliziaedemocrazia.it
Se si deve cambiare, non dimentichiamo le mafie
di Paolo Pozzesi

Come viene quotidianamente ripetuto, la crisi economico-finanziaria colpisce e condiziona lo stile di vita di tutti i comparti della società italiana. Sia pure in modi e misure diverse, a conferma del principio di disuguaglianza ovunque tacitamente istituzionalizzato. Detto ciò, qui vorremmo parlare di un altro aspetto della crisi: l’impatto di questa congiuntura su entità “produttive” che occupano posizioni e spazi rilevanti nel panorama nazionale, da Sud a Nord. Ci riferiamo alle mafie, la trimurti che da decenni distingue il …Belpaese da tutti gli altri, in Europa e nel mondo.
Qual è l’impatto della crisi sulle mafie, sulle loro strategie, sulle loro forme di intervento? In una parola sui loro affari che non si sviluppano solo nell’ambito dei traffici illegali, com’è noto, ma spesso e volentieri viene dimenticato. O meglio, si preferisce puntare l’indice sul braccio armato delle mafie, quello dei boss e dei killer che periodicamente magistrati e polizie riescono ad arrestare. Risultati eccellenti, dovuti alla professionalità e al sacrificio di questi servitori dello Stato, ma certo non sufficienti a sconfiggere definitivamente la piaga della criminalità organizzata. Questo lo sanno benissimo tutti gli addetti ai lavori, compresi naturalmente, i ministri dell’Interno e della Giustizia presenti, passati e futuri. Però, mentre ci si esibisce periodicamente in dichiarazioni autogratificanti su operazioni dovute, come detto, al lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine (lavoro condotto in condizioni sempre più difficili, e con mezzi di continuo ridotti), si trascura di parlare del “concorso esterno” alle mafie. Si tratta dell’aspetto meno vistoso, ma fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo del sistema mafioso. Le mafie dell’economia e della finanza continuano a gestire i loro affari. E si trovano ad affrontare vari problemi della crisi. Come? Usando il sistema mafioso, beninteso, un misto di corruzione e intimidazione che si rivela particolarmente efficace quando trova appoggi “istituzionali” di vario tipo. Un sistema, va detto, facilmente esportabile, come un format dell’economia illegale adattabile alle specifiche condizioni ambientali.
Al seminario sulle “Mafie al Nord”, organizzato ad ottobre a Torino dall’associazione Libera, Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, ha manifestato la sua preoccupazione per la penetrazione della criminalità organizzata negli appalti per le grandi opere in cima alle quali ora c’è l’Expo milanese del 2015. Pisapia ha deciso di riscrivere le regole degli appalti e si è affidato a un pool di esperti. Non solo. Vorrebbe creare una vera e propria task force che incrociasse tutti i dati disponibili per arrivare alle ricchezze che non hanno spiegazioni. Le ultime normative infatti consentono ai Comuni di incassare il 100 per cento delle multe per evasione fiscale segnalate dagli stessi enti comunali. Un lavoro che sarebbe oltremodo utile per far emergere anche i patrimoni di origine criminale. Ricordiamo tra l’altro che la Lombardia è la terza regione italiana per beni sequestrati ai mafiosi.
Al medesimo convegno il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia ha sottolineato come la mafia calabrese, nota come ‘ndrangheta sia stata di gran lunga più lungimirante della mafia siciliana nel processo di mimetizzazione dell’economia. Don Luigi Ciotti, che di Libera è il fondatore, ha quindi buon gioco nel dire che occorre alzare il livello di guardia sull’insediamento delle mafie al Nord, cominciando con il cambiamento del codice antimafia entrato in vigore lo scorso 13 ottobre e che contiene in sé la “furbizia” di una prescrizione breve anche per i beni confiscati. Paradossalmente un elemento “positivo” dell’esuberanza delle mafie al Nord potrebbe essere la consapevolezza da parte dei cittadini e degli organi di stampa, che la mafia non è questione meridionale e che fa più morti e più danni economici di qualsiasi altro crimine. Forse perfino dell’evasione fiscale (in cui ovviamente rientra anche una parte dei capitali mafiosi).
Parlare di legalità quando il Paese è sottoposto allo stress di una crisi che ha il volto minaccioso dei mercati finanziari globali e a quello dell’instabilità di governo, potrebbe sembrare fuori tono. Ma non è così.
Si è detto – e lo ha più volte sottolineato anche il Presidente della Repubblica – che l’Italia è malata di mancanza di credibilità. Una perdita di fiducia, probabilmente accresciuta dal nervosismo delle borse e dai calcoli degli speculatori.
A pesare è in rilevante misura il nostro debito, continuamente innalzato dagli alti interessi pagati per i nostri titoli, e la mancanza di una crescita che possa lasciar prevedere effetti positivi in un vicino futuro.
Riforme strutturali, è la formula ricorrente. Mutamenti radicali che, ad esempio, eliminando le spese inutili della pubblica amministrazione, frenino il lievitare dei costi di quelle necessarie. Principi sacrosanti e sarebbe lecito chiedersi perché non siano stati presi in considerazione prima di essere messi alle strette dalla crisi. Il fatto è che una riforma altrettanto importante delle altre, è di carattere etico e consiste nell’imporre, a tutti i livelli, il rispetto della legalità. E’ un concetto sul quale sono basati tutti gli Stati moderni, l’unico che può garantire l’esistenza di un sistema capitalistico sano perché questo rispetto significa anche garanzia di efficienza all’interno delle regole di una democratica convivenza.
Se la nostra economia si trova in cattive condizioni di salute, le mafie – con le loro intrusioni nei settori finanziari e produttivi – ne sono certamente un fattore inquinante. E nei fatti persiste una tacita accettazione di questa potenza oscura (ma della cui esistenza sono tutti consci) che realizza i suoi progetti usando strumenti “anomali” che stravolgono le regole legali dell’economia. In tutti i settori. E’ significativo che in Italia basti ventilare l’ipotesi di qualche iniziativa pubblica di rilievo per evocare l’ombra delle cosce. Quanto all’imprenditoria privata, sono note – ma ancora insufficienti – le denunce di chi rifiuta una collusione generalmente accettata per timore o per interesse, o per entrambi i motivi.
La difficile congiuntura attuale potrebbe essere l’occasione per eliminarle. A condizione di volerlo veramente. Ripetiamo, magistrati e Forze dell’ordine ottengono di continuo risultati ccellenti, ma per giungere a una conclusione ottima e definitiva occorre il concorso di varie forze, politiche, imprenditoriali, sociali.

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