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Gennaio-Febbraio/2012 - Laboratorio
Info@laboratoriopoliziademocratica.org - www.laboratoriopoliziademocratica.it
Occorre ritrovare la dignità dell’essere Poliziotti
di Francesco Genova*


Non me ne vorrà il grande Marquez se utilizzo, parafrasandolo, il titolo di un suo celebre romanzo, per introdurre con un po’ di ironia e un pizzico di sana nostalgia il presente contributo, con cui intendo occuparmi di una svolta epocale che così tanta importanza ha avuto nella storia della Polizia di Stato, per cercare di capire dove ci ha portato, ma soprattutto, ciò che più conta, dove ci condurrà.
Trent’anni fa veniva varata e resa esecutiva la Legge n. 121 del 1° aprile 1981, con la quale veniva smilitarizzata la Polizia di Stato. Una data quindi sicuramente importante come momento di vero sviluppo di questo Paese, dopo una lunga fase post bellica e gli anni bui del terrorismo.
Da quella data, pian piano la Polizia andava trovando la sua identità, punto nodale di un cambiamento radicale, ma anche momento di vero riformismo per l’Italia intera, che vedeva avviare la sua principale forza di polizia verso un cammino di vero cambiamento e adeguamento ad una società in continua evoluzione verso la modernità.
Per rimanere nell’alveo della nostra attività, penso che tutti insieme dovremmo interrogarci su quanto e come questa svolta epocale ci abbia veramente cambiato, cos’ha veramente significato per tutti noi, l’inizio di un sistema di relazioni sindacali e quali prospettive ci offrono per l’immediato futuro. La domanda che ci dobbiamo porre con maggiore insistenza deve vertere sull’effettività dell’azione sindacale oggi nella Polizia di Stato, a distanza di 30 anni. Partendo dalla fine, ovvero dalla semplice constatazione dell’attuale stato di salute della Polizia di Stato.
Tanta strada sicuramente è stata fatta, ma svolgendo tutti i giorni attività sindacale sul territorio, non possiamo che constatare come questa, sebbene siano passati tre decenni, continui a essere vista con sospetto da buona parte della classe dirigente, in un conflitto permanente che è tutto culturale.
Una classe dirigente il più delle volte completamente priva di un’effettiva formazione in merito e che non ha mai veramente compreso il valore della smilitarizzazione e la conseguente costituzione di un sistema di relazioni sindacali con cui si dovrebbe confrontare tutti i giorni, comprendendo come questa sia anche la chiave per realizzare gli obbiettivi che via via ci si pone, e non considerarla invece, come troppo spesso avviene, un’indebita intrusione nella conduzione del “proprio” ufficio.
Prova ne sia che in quegli uffici dove operano dirigenti lungimiranti e culturalmente preparati, spesso il sindacato diventa un valido compagno di viaggio e di confronto per attuare quella progettualità cui tutta la struttura deve necessariamente tendere, ognuno con il proprio ruolo e la propria funzione.
Si tratta infatti di capire che bisogna semplicemente rispettare dei ruoli che, se esercitati con coerenza e rispetto reciproco, creano solide basi su cui costruire un buon sistema di relazioni, che è condizione assolutamente necessaria e basilare di ogni attività umana.
Perché questo avvenga, la parola magica è: “consapevolezza”. Da parte di tutti coloro che quotidianamente mettono il proprio lavoro al servizio del Paese, in qualsiasi forma e con qualunque ruolo lo facciano.
Ma, se vogliamo fare un ragionamento serio che porti un qualche risultato, dobbiamo dirla tutta fino in fondo e prenderci anche noi sindacalisti le nostre responsabilità.
Purtroppo sono anche tanti i colleghi che guardano con sospetto al sindacato, e questa è la conseguenza di una vita professionale che si svolge in un contesto come il nostro, che non sempre consente di raggiungere una piena coscienza delle possibilità e dei limiti di una sana e coerente attività sindacale, ma anche il frutto cattivo di un sindacalismo spicciolo e clientelare, che negli anni ha vanificato parte consistente dei sacrifici fatti da coloro che ci hanno preceduto, trasformandosi in molti casi in un becero e cinico sistema di potere.
Troppo poco fino ad oggi si è fatto per dare un serio e concreto contributo all’evoluzione vera del sindacalismo di polizia. Troppe sigle, troppi sindacalisti, troppa improvvisazione e poca consapevolezza.
Proprio quella consapevolezza di cui parlavamo prima e che è la sola costante che può fare la differenza. Quella consapevolezza che è prima di tutto culturale, e che si realizza nella volontà di cambiare e riformare dal basso un sistema ormai troppo inquinato da mercenarismi e opportunismi di ogni genere.
Costruire giorno dopo giorno questa consapevolezza significa creare le basi su cui costruire un percorso che gradualmente ci possa portare a realizzare quelle prerogative che una seria attività sindacale può e deve soddisfare, con una presa di coscienza che non può che arricchire e responsabilizzare chi ha scelto di fare il “mestiere” del sindacalista.
La trasformazione culturale porterebbe così a un processo di cambiamento, a una modifica che oserei definire, antropologica, e con essa a un grado di sviluppo della Polizia di Stato che sia effettivo e non fittizio.
Ricordandoci sempre che un’onesta gestione dei diritti passa attraverso la coscienza dei propri doveri, in un parallelismo fatto di complementarietà e mai di subordinazione gli uni agli altri.
Oggi invece facciamo i conti con un’Amministrazione sempre più impoverita, e non mi riferisco al solo dato materiale, sicuramente di grande importanza ma anche più facilmente risolvibile con la predisposizione di investimenti da parte di una politica più lungimirante. Il danno vero, quello che lascia tracce indelebili e che ci vorranno anni a riparare, è quello della perdita di “Identità”.
Quel comune sentire che ci fa essere parte di un tutto più grande che ci trascende, quella sensazione che si prova nel guardarsi nello specchio la mattina e sapere che si fa un lavoro difficile ma che ci fa sentire anche in qualche modo privilegiati, e che dipende in gran parte anche da noi rendere migliore di quanto non sia.
Sapere che il nostro essere al servizio di un Paese e dei suoi cittadini è già in sé un premio alle tante frustrazioni e timori che il lavoro comporta, un lavoro dai contorni non sempre ben definiti, sottoposto continuamente alla legittima ma logorante critica sociale, troppo spesso ostaggio degli ideologismi del momento, utilizzati dalla politica più cinica per sposare gli umori del popolo e creare consenso, nel rozzo tentativo di renderci mero strumento nelle mani di governi miopi e irresponsabili.
Noi abbiamo il dovere di parlare alle migliaia di poliziotte e poliziotti e alle loro famiglie, per recuperare quel senso di appartenenza che sembra svanito ma che sono convinto abiti ancora il cuore di ognuno di noi. L’orgoglio di appartenere a una grande famiglia, sottoposta al solo vero giudizio possibile, quello dei cittadini, al servizio della sola vera grande ideologia che possa guidare un moderno corpo di polizia di un grande Paese, la democrazia.
Credo che basti soffiare su queste braci per rimettere in moto la voglia di sognare e di credere. E dobbiamo farlo restituendo agli uomini e alle donne della Polizia di Stato quella dignità della loro funzione che è condizione imprescindibile per ritrovare fiducia e speranza.
Questa penso sia la sfida che un Sindacato come il “nostro” debba raccogliere per il futuro della Polizia e con essa dell’Italia intera.

*Segretario provinciale del Silp per la CGIL di Sassari

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