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Dicembre/2012 - Contributi
Arrivederci, direttore!
Paolo Pozzesi, un’assenza come il cielo
di Barbara Notaro Dietrich

Paolo Pozzesi era il mago Merlino. E continua a esserlo. Nel corso di una conversazione qualsiasi, tirava fuori dal cappello azzurro nomi, vicende e saperi, e diventava inevitabile chiedersi se avesse vissuto una o cento vite. La vita di Paolo, questa che conosciamo, è terminata nel sonnellino dopo pranzo, quando il suo cuore, malato, ma forse anche stanco, ha smesso di battere. La morte che voleva e che tutti ci auguriamo.
Chi era Paolo Pozzesi? Un giornalista capace ed equilibrato? Un massimo conoscitore di alchimia ed esoterismo? Un professore attento e scrupoloso? Un laureato in geologia? Un partigiano della prima ora? Uno sceneggiatore di cinema e televisione? Un attore? Un raffinato pittore? Un marito di sei mogli? Un cittadino del mondo, apolide per scelta intima?
Ricostruire la biografia di una persona è a volte complicato. E del resto nessuna biografia, nemmeno la più attenta e scrupolosa, riesce a dar conto, non dei giorni e degli anni, ma di quello che un uomo ha lasciato nel cuore e nella testa di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Oggi per me l’assenza di Paolo Pozzesi è come il cielo: si estende sopra ogni cosa. Siamo persone migliori, noi che lo abbiamo conosciuto, che abbiamo avuto il privilegio di dividere con lui chiacchiere e risate, bicchieri di vino e affetti. E saremo persone amputate di un pezzo di anima, da oggi in poi. Ma credere che lui non sia più tra noi sarebbe tradire quegli insegnamenti che non ha mai voluto dare, per la sua profonda, incredibile umiltà, e soprattutto perché ci ha cambiato, rendendoci persone migliori, più attente alle esigenze degli altri, alla riflessione, alla ponderatezza, agli affetti.
Paolo Pozzesi era nato a Roma. Suo padre era un valente ingegnere, la madre una donna della vecchia mitteleuropa, poco incline ai sentimenti. E una madre in fondo Paolo l’ha sempre cercata, trovandola infine nella mia, verso la quale provava, a dispetto della differenza di età, un amore filiale senza pari che l’ha portato a soffrire immensamente quando è scomparsa, cinque mesi esatti prima di lui, fino al punto di non voler più vivere.
Quelli della sua adolescenza erano anni che ponevamo scelte importanti. Si poteva stare dalla parte sbagliata o da quella giusta, perché nulla lo faceva arrabbiare (non ho mai visto Pozzesi arrabbiato) se non un certo revisionismo d’accatto e dell’ultima ora. E Paolo è stato subito dalla parte giusta, ma senza farsene mai un merito. Si era parlato molto di Resistenza e di fascismo. Ma solo rimettendo a posto le sue carte ho scoperto che Paolo aveva fatto parte di essa, partecipando alle azioni del suo battaglione. Mi raccontava di quanto era bella la costa dalmata. Ma ho scoperto, anche lì per caso, che le vacanze le passava a Lussino, dove un medico ebreo chiese ai genitori di poter prelevare campioni della sua pelle, perché studiava le caratteristiche degli Etruschi. Eggià, il guardiano dei pozzi - che questo significa Pozzesi - era anche etrusco, ma detestava cordialmente certi birignao e certa arroganza dei toscani. Da giovane, colto da un anelito religioso, aveva perfino valutato l’ipotesi di una vita in convento. Ma lo studio, specie di Paolo di Tarso, gli aveva fatto cambiare idea. Da quel giorno aveva sempre diffidato delle religioni, conoscendole tutte e prediligendo in cuor suo, non tanto la fede, quanto il popolo ebraico.
Non ho mai visto Paolo senza un libro in mano, anche di quelli che aveva già letto. Lo ricordo all’edicola mentre compra la “mazzetta” e scruta i gialli. Sì, perché Paolo passava da un saggio complicatissimo, ai romanzi gialli, dallo studio dell’alimentazione, alla filosofia, dal teatro al cinema.
Si era laureato in Geologia, ma aveva preso la strada del giornalismo che all’epoca non era un lavoro ma una scelta politica e di vita. Il suo giornale era Paese Sera e non a caso. Di sinistra sì, ma non imbavagliato come L’Unità, perché Paolo frequentava e metteva in pratica sempre il dubbio. Si era sposato, ma quando il partito gli aveva fatto un processo interno, ritenendolo una spia di Tito, aveva lasciato la tessera, la prima moglie e l’Italia, per la più libertaria Parigi.
Parigi in quegli anni era Sartre ma anche Camus, era la contestazione ma anche la vita notturna, era il cinema di Godard, che divenne suo amico e per il quale fu sceneggiatore e attore. Parigi erano gli americani, che ammirava perché estremamente semplici ma sempre dolenti, come se, a loro insaputa, sapessero in realtà tutto. A Parigi aveva fatto soprattutto il fotografo anche per riviste americane. Da Parigi era partito per intervistare Allende e molti altri. E si era sposato, non so quante volte, perfino con una contessa romanziera. Viveva preferibilmente in un residence, aborrendo case domestiche e intimità casalinghe.
L’intimità la riservava agli amici, compagni di sonore bevute. Per le donne aveva invece sempre espresso un sentimento di fascinazione. Sosteneva essere superiori agli uomini, ma sosteneva pure fossero incomprensibili.
Con una moglie, Claude, era tornato a Roma, obtorto collo. E lì era rimasto, facendo mille lavori, dalle collaborazioni con programmi storici come “La notte della Repubblica” alle schede di manuali, all’insegnamento nell’Accademia di Costume e Moda. Ma partecipando anche all’impegno politico, come la battaglia, accanto al suo amico Franco Fedeli, per una polizia democratica e libertaria, impegno che sfociò nella famosa riforma del 1981.
Aveva ripreso a frequentare gli amici di Paese Sera, tra cui mio marito Edmondo Dietrich, con cui aveva un rapporto speciale, burbero ma in realtà affettuosissimo. E Paolo era talmente fragile, nonostante le apparenze, che mio marito volle proteggerlo dalla sua malattia, facendomi promettere che dopo la sua morte, mi sarei occupata di lui.
“Occuparsi” di Paolo è stato un regalo. E’ stata una di quelle vincite al Lotto che ricorrono una volta su sei milioni. Ho scoperto una persona generosa, profonda, umile. La sua riservatezza si è trasformata in un affetto senza pari. Era così profondamente umano da rimproverarsi ancora, dopo anni, di esser tornato una volta a casa tardi, lasciando al buio la sua gatta Amelie e la nostra cagna Beatrice.
Ha amato i miei cani, uno dei quali, il bracchetto Camillo, era assurto al ruolo di suo migliore amico e confidente, ha amato i miei amici, che lo hanno riamato. Ha amato me, con un pudore e una profondità senza pari.
Un anno fa ho scoperto casualmente che non vedeva più. La sentenza era maculopatia progressiva. Credevo che per un uomo che aveva passato la vita a leggere e studiare, fosse un ostacolo insormontabile. Scoprì in quel tempo Radio3, riappassionandosi a un sapere che veniva dalla voce e non dallo scritto. I giornali son quel che sono ormai e pure i libri. Bastava così una scelta accurata e la lettura che gliene facevo diventava ancora più divertente per lui perché commentavamo e ridevamo, a volte anche scontrandoci.
Ci siamo trasferiti in Piemonte, tra le colline astigiane che trovava più affascinanti della Francia. Non si sentiva più un peso per me perché aveva ora una vera famiglia, mia madre, mio padre e i miei cani. Continuava a dirigere questa rivista, a parlare con i collaboratori, a seguire i talk show in tv. Si estasiava davanti ai carciofi e al baccalà fritto di mia madre e aspettava la sera quando chiacchieravano. Presente a quelle conversazioni, ho scoperto molti aspetti della vita di Paolo, perché mia madre, curiosa di tutto, lo tempestava di domande.
Aveva, ha avuto, per cinque mesi, quello che forse ha sempre cercato: una madre.
La sua salute, il suo interesse per il mondo è andato ad affievolirsi quando mamma non è stata più “il sole e il motore di questo universo”, come soleva ripetere.
Mia madre è stata una delle ultime persone che ha “visto” nei giorni finali. Gli diceva che Momo, mio marito, era tornato e che doveva incontrarlo...
Ognuno di noi serba non tanto il ricordo di ciò che vuole ricordare, ma quello che è stato per ciascuno di noi. Paolo Pozzesi aveva il dono e l’umiltà di rapportarsi a persone e animali per com’erano fatti e per ciò che questi si sarebbero aspettati da lui.
Io ricordo un sorriso ironico per i miei slanci tranchant, ricordo la sua mano sulla testa di Camillo, ricordo l’amore per mia madre. E so che Paolo è andato via in silenzio, in punta di piedi, convinto, a torto, di essere diventato un peso o un ingombro. Ha lasciato un vuoto enorme che dovremo riempire ogni giorno, cercando di essere simili a lui: giusti tra i giusti.

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