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Dicembre/2012 - Contributi
GdiF
La smilitarizzazione può essere la soluzione?
di Giovanni Barrale - Segr. Ficiesse di Reggio Emilia

Amiche ed amici, ho riflettuto molto prima di scrivere questo articolo perché l’argomento si presta, più di altri, a strumentalizzazioni da parte di chi è in malafede o crede, sbagliando, che l’efficienza di una struttura complessa, come la Guardia di Finanza, possa dipendere soltanto da un’organizzazione gerarchico-piramidale, cioè da un’organizzazione militare. Tuttavia, superando le mie iniziali remore credo che sia giunto il momento di provare a fare chiarezza sull’argomento e, spero, che questo mio breve scritto possa contribuire a ravvivare il dibattito sul tema.
Credo, altresì, che il punto di partenza della discussione debba essere, come ovvio, la norma: è possibile, in Italia, una Guardia di Finanza ad ordinamento civile senza minarne nelle fondamenta la capacità e la professionalità ma aumentando al contrario, ove possibile, il suo rendimento e la sua efficacia?
Lo Stato Italiano è membro del Consiglio d’Europa ed ha sottoscritto, tra l’altro, la Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali di cui vi invito a leggere il prologo.(1)
Il prologo, infatti, spiega, più di tanti altri scritti o considerazioni chi siamo e dove andiamo. Quelle poche righe, di fatto, sono l’essenza stessa del diritto europeo dalle poleis greche ai nostri giorni, attraversando in maniera ideale il diritto romano, la magna charta, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1791, ecc..
E’ una Storia, la nostra, intrisa di sconfitte e vittorie ma che trasuda libertà. Da sempre, dagli albori stessi della nostra civiltà. Chi altri non sono Socrate, Alessandro, Spartaco, Carlo Magno, Federico II di Svevia e, tutti gli altri che per brevità non cito, se non gli eroi di un modo nuovo di sentire la libertà e lo Stato? Il simbolo stesso di un’Europa che non ha mai voluto piegarsi e non si piegherà mai alla prevaricazione ed alla sopraffazione?
Ma torniamo a noi, vi riporto di seguito l’articolo della convenzione, a mio parere fondamentale, per rispondere alla nostra iniziale domanda:
“Articolo 11 – Libertà di riunione ed associazione
1. Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associa¬zione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi.
2. L’esercizio di questi diritti non può costituire oggetto di altre restrizioni oltre quelle che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie, in una società demo¬cratica, per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la prevenzione dei reati, la protezione della salute e della morale o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il presente articolo non vieta che restrizioni legittime siano imposte all’eserci¬zio di questi diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’ammi¬nistrazione dello Stato.”
E’ l’Italia come si è adeguata alla Convenzione che ha sottoscritto e ratificato?
All’italiana, ovviamente. Ha, infatti, semplicemente mantenuto, tout court, un divieto assoluto di costituire associazioni professionali a carattere sindacale o di aderire ad associazioni sindacali già esistenti. Ha cioè interpretato la facoltà degli Stati membri di introdurre delle “restrizioni”, all’esercizio di taluni diritti da parte dei militari, con un divieto assoluto. Contravvenendo così, a mio avviso, a molte delle finalità fondamentali per la quale è stata sottoscritta la carta convenzionale.
Non voglio occuparmi, in questa sede, di questioni di diritto peraltro già affrontate con successo da altri ed a cui rimando per una maggiore conoscenza dell’argomento.
Io voglio rimanere sul pratico, e mi sono addentrato nella fascinosa palude del diritto solo per completezza di trattazione ed al solo scopo di fugare ogni eventuale dubbio sulla possibilità per i militari di costituire dei sindacati secondo il diritto Europeo, che è anche e sempre più diritto nazionale.
La risposta al quesito, ovviamente, non può che essere si. Anzi, paradossalmente, si va anche oltre nel senso che non solo possono ma addirittura dovrebbero.
Appurato, quindi, che la smilitarizzazione può essere fatta, bisogna guardarsi intorno, per capire meglio. Negli altri Paesi occidentali sono poche le Forze di polizia ad ordinamento militare e, praticamente, nessuna delle organizzazioni create a tutela dell’erario è militare.
Tutti noi quando pensiamo agli agenti del fisco abbiamo in mente l’Internal Revenue Service (IRS) americana. L’organizzazione che riuscì dove persino l’Fbi aveva fallito: arrestare Al Capone! Ebbene questa organizzazione così efficiente e capace di limitare l’evasione fiscale negli Stati Uniti a livelli accettabili è, come sappiamo, un’organizzazione ad ordinamento civile che si avvale, per la riscossione, di tre agenzie private e riscuote ogni anno miliardi di dollari d’imposte.
Quindi dal punto di vista della legge è possibile un’organizzazione diversa della Guardia di Finanza ad ordinamento militare e se riteniamo che i più bravi in questo campo siano proprio gli Stati Uniti d’America, allora pure auspicabile.
Allora perché in un Paese come il nostro in cui l’evasione fiscale da sempre è a livelli endemici inaccettabili e non più sostenibili non si prova a cambiare? Soprattutto quando questo cambiamento non è più solo richiesto, come accadeva in passato, da una parte dell’opinione pubblica ma anche da un sempre maggiore numero di finanzieri?
Si potrebbe obiettare che gli appartenenti al Corpo stanno così bene con le “stellette” militari, almeno la gran parte, che non vogliono diventare una Forza di polizia ad ordinamento civile.
Perché, allora, i militari della Guardia di Finanza, con un percorso iniziato almeno nel 1976 nel porto di Genova, continuano a chiedere la smilitarizzazione e/o la sindacalizzazione?
Questa credo sia la vera questione. Soprattutto oggi con degli organici sostanzialmente diversi rispetto a quelli del 1976 e cioè con reparti sempre più fatti da “anziani”; e si sa che in genere gli anziani sono dei conservatori, preferiscono lo status quo al cambiamento. Va da sé che i giovani sono più inclini al cambiamento.
Perché, dunque, nella Guardia di Finanza tanti anziani aspirano al cambiamento piuttosto che attendere “comodamente” la pensione all’interno di strutture e di meccanismi che conoscono a menadito?
Può essere che questo sistema, aldilà delle diatribe giuridiche sulla liceità, sopra brevemente accennate, non è più efficace, ammesso che lo sia mai stato, e mostra dei limiti evidenti di funzionalità e di democrazia?
Possibile che una pletora di quarantenni e cinquantenni e presto anche di sessantenni, purtroppo, che serve lo Stato praticamente da sempre, sia improvvisamente diventata sovversiva ed incosciente da volere addirittura la smilitarizzazione del Corpo?
Io sinceramente penso di no, credo che sia corretto dire che il sistema mostri dei limiti e vada adeguato ai tempi.
Io sono per la smilitarizzazione e/o la sindacalizzazione ma possono esserci anche altre soluzioni per migliorare l’efficienza del Corpo e il deficit di democrazia interna, a volte, eccessivo e non più tollerabile. Sono convinto, tuttavia, che altre soluzioni siano possibili. L’associazionismo professionale potrebbe essere una di queste.
La gerarchia ha l’onore e l’onere di dare delle risposte alla sua gente. La riforma deve partire dall’interno e non possiamo aspettare che ce la confezionino dall’esterno altri.
Se viene chiesta più possibilità di espressione, migliori sistemi di salvaguardia del personale allora, forse, significa che dentro le caserme si vive un disagio che va affrontato senza nascondersi.
Se si vuole rimanere militari, essendo questa una struttura verticistico-piramidale, ed è ovviamente comunque una delle possibili soluzioni bisogna, nondimeno, che i migliori siano ai posti di vertice, che la selezione, ad ogni livello, premi le capacità, la professionalità e l’istruzione. Questa sarebbe una buona risposta ai detrattori del sistema “militare”ed un buon tentativo di adeguare la struttura alle sfide che la modernità impone.
Il nepotismo, la raccomandazione, le agevolazioni comunque denominate, i particolarismi, quando presenti, creano, a mio avviso, delle professionalità non idonee a ricoprire i posti che occupano e generano malcontento e malcostume, soprattutto nelle strutture militari ove, per definizione, vige un sistema fatto di “ordine, esecuzione rapporto” ed il sottoposto non ha altri modo di far valere i propri diritti e le proprie aspirazioni se non dal confronto con quel superiore che molto probabilmente è la causa stessa del proprio disagio.
A volte, persone non idonee a ricoprire la mansione che occupano e che si trovano spesso, loro malgrado, a governare del personale non essendone capaci o a dover prendere delle decisioni difficili senza avere, peraltro, le giuste competenze tecniche e professionali finiscono, molto spesso, per usare la rigidità di comando della struttura militare a proprio vantaggio e non a vantaggio del Corpo e della società civile come in realtà dovrebbe essere.
Se davvero vogliamo rimanere militari bisogna, quindi, che dalle nostre accademie e dalle nostre scuole escano dei giovani “Rommel” non tanti “signor nessuno” figli di questo modo di gestire la cosa pubblica che sta naufragando sotto i nostri occhi.
Se non vogliamo dei nuovi Spartaco favoriamo dei nuovi Rommel. Questo potrebbe essere lo slogan, anche se io ritengo, per onesta intellettuale, che i limiti della struttura militare nelle Forze di polizia sia ormai il segno dei tempi e un cambiamento radicale in senso democratico non sia più procrastinabile nell’interesse stesso dell’organizzazione oltreché degli appartenenti e della società civile a cui dobbiamo sempre rendere conto in un Paese democratico, qual è il nostro.

g.barrale@ficiesse.it

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