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Gennaio-Marzo/2015 - Interviste
Sicurezza
Armando Spataro: «È indispensabile un lavoro in sinergia tra magistratura e Polizia»
di Michele Turazza

Difficile immaginare di controllare efficacemente le campagne
e i piccoli centri allo stesso modo di quanto avviene nelle città

Armando Spataro è in magistratura da quarant’anni. Ha sempre lavorato alla Procura di Milano. Attualmente è Procuratore capo della Repubblica di Torino. E’ uno dei massimi esperti italiani in terrorismo internazionale, criminalità organizzata e mafia. Nel 2010 ha pubblicato per Laterza “Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa”.

Dottor Spataro, cosa si intende per terrorismo internazionale?
Premetto che, essendo un magistrato e, in particolare, un pubblico ministero, ogni mia risposta farà riferimento ad esperienze professionali e a definizioni giuridiche, senza straripare in analisi socio-politiche degli scenari mondiali che vedono il terrorismo internazionale manifestarsi in modo sempre più allarmante ed in forme di particolare crudeltà.
Il terrorismo internazionale è dunque quello le cui finalità il nostro Codice Penale definisce nell’art. 270 sexies: limitandoci alla parte che qui interessa, vi si citano tutte le condotte che possono arrecare danni ad un Paese e che sono realizzate per intimidire le popolazioni o costringere le Istituzioni a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, o, ancora, a destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese.
Tralasciando i tanti possibili ulteriori argomenti e commenti giuridici, possiamo però affermare che il “terrorismo internazionale” che oggi abbiamo davanti agli occhi non è caratterizzato da ideologie strettamente politiche di qualunque possibile matrice, ma da convinzioni religiose fondate su un’interpretazione all’evidenza violenta ed errata dei principi della religione musulmana.

Sebbene ogni tentativo semplificatorio si scontri con la complessità del fenomeno, che vede protagonisti diversi gruppi terroristici, vi sono tratti che li accomunano e, se sì, quali sono?
Dobbiamo partire, come ho appena detto, dai principi religiosi come interpretati da questi gruppi. In particolare dall’obbligo del Jihad, termine reso nelle lingue occidentali, spesso erroneamente, con l’espressione “guerra santa”, che invece, per come è citato nel Corano, significa letteralmente “lotta”, “sforzo” compiuto “sulla via di Dio”. Vale a dire un “obbligo” di impegno per l’affermazione dei principi in cui si crede che – in questi termini – è comune ad ogni credo religioso.
Ma è chiaro che il termine “Jihad”, nella convinzione dei gruppi terroristici, assume la valenza di obbligo, che ricade sulla intera comunità, di lotta con metodi violenti per l’affermazione della reli-gione islamica. Il tutto in una distorta visione religiosa del mondo che, fondata sulla sua divisione in fedeli ed infedeli e reiterata in ogni forma di indottrinamento, conduce alla deumanizzazione dei potenziali obiettivi, alla intolleranza del dubbio o del dissenso, alla adorazione dei leader di turno, alla disponibilità a distruggere storia e cultura degli infedeli ed a sovvertire contemporaneamente i regimi corrotti ed apostati dello stesso mondo musulmano.
Si tratta di conclusioni cui si può agevolmente pervenire, nell’ottica e sulla base dell’esperienza dell’investigatore, grazie alle dichiarazioni rese dai collaboratori processuali che in Italia, anche in questo campo, si sono manifestati e all’analisi del contenuto di documenti ideologici diffusi a livello internazionale tramite il web o sequestrati nel corso di varie indagini: univocamente essi di-mostrano che la distorta prospettiva propria dei terroristi costituisce la ragione principale dei loro comportamenti, mentre non riveste praticamente alcun rilievo la mera aspirazione a liberare specifici territori occupati e popoli oppressi. Le varie “guerriglie” o “guerre”, di volta in volta in atto o imminenti, anzi, costituiscono mere occasioni – per quanto importanti – per attuare un programma di lotta che è assai più vasto e che, nel dare concreto significato alla parola Jihad, si propone l’obiettivo di riportare la legge islamica “pura” e il Califfato agli stessi confini della sua massima espansione storica, comprese parti delle terre spagnole e dei Balcani. ... [continua]

LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA:
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FOTO: Il Procuratore capo Armando Spataro

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