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Aprile-Maggio/2015 - Interviste
Migrazioni
Cecilia Strada, Emergency - Quando emergenza non è
di Lorenzo Baldarelli

«Le persone si spostano e rischiano tutto anche solo per inseguire
un proprio sogno. Dovremmo cominciare a pensare a misure
strutturali e non di tipo emergenziale o di ordine pubblico»


L’Italia ha una storia relativamente recente in tema di immigrazione. Solo dagli inizia degli anni ’90 il nostro Paese ha iniziato a costruire politiche d’accoglienza, troppo spesso lo ha fatto sotto momentanee spinte emotive e per fini più politici che umanitari. Ogni giorno centinaia di persone intraprendono un viaggio che le porterà o ad una nuova vita o ad una prigione chiamata ‘centro di accoglienza’ o nei casi più tragici alla morte.
Abbiamo chiesto a Cecilia Strada, presidente di Emergency, cosa ne pensa e come la sua associazione indipendente si rapporti a questa tragedia. Per i principi di Emergency, infatti, il “diritto ad essere curato” è un diritto fondamentale e inalienabile.

Vorrei cominciare con una domanda a bruciapelo. Ha l’occasione di sfatare un mito o forse è meglio chiamarla bufala. Che differenza c’è in termini numerici tra immigrati e rifugiati in Italia? Dai dati sui migranti si scopre che ad una diminuzione degli arrivi non è corrisposta una diminuzione dei morti in mare. Si può parlare di una crisi umanitaria? Ma esiste veramente un’emergenza o in realtà dovremmo fare i conti con questa situazione strutturale finché perdureranno gli scontri in medio Oriente e in Africa?
Partirei da quest’ultima domanda; si parla sempre di emergenza, in realtà dovremmo cominciare a trattare il problema rifugiati e migranti come un fenomeno strutturale. Perché ci piaccia o no la gente scappa dalla guerra, dalla fame e continueranno a scappare finché le condizioni nei loro Paesi non cambieranno. Il fenomeno, poi, continuerà ed aumenterà. Le persone si spostano e rischiano tutto anche solo per inseguire un proprio sogno. Dovremmo cominciare a pensare a misure strutturali e non di tipo emergenziale o di ordine pubblico, proprio per non essere in affanno su un'emergenza che non è un’emergenza.
Invece, per quanto riguarda i numeri, c’è un racconto sui mezzi di informazione di molti politici e giornalisti che vede l’Italia come un Paese invaso da rifugiati, sembra che vogliano tutti venire in Europa. In realtà la maggior parte dei rifugiati si trova all’interno dei loro stessi Paesi o in quelli confinanti. Ad accogliere il maggior numero di rifugiati è il Paki-stan, il Libano e la Turchia; parliamo di centinai di migliaia di persone. Noi invece ci sentiamo invasi e messi in ginocchio da 170mila persone arrivate lo scorso anno e di cui solo molto pochi volevano chiedere asilo e rimanere in Italia. Nel nostro Paese c’è solo un rifugiato ogni mille abitanti; quindi qualcosa di assolutamente gestibile se viene affrontato fuori dall’emergenza. Il problema però sono i tempi lunghissimi di valutazione delle domande dei richiedenti asilo, un processo che dovrebbe durare un mese dura invece un anno. Le lunghezze burocratiche derivano dall’insufficienza di persone e strutture dedicate. Se accogliamo dei rifugiati e li mettiamo in strutture per un anno, è normale che si creino dei problemi di sovraffollamento.
C’è poi la questione dei disagi, reali o percepiti, degli italiani. Su questo bisogna essere molti onesti, è normale che ci siano disagi da parte degli italiani soprattuto quando questi hanno la percezione del fatto che le risorse sono finite e che quel poco che si ha finisca nelle mani dei rifugiati. Ovviamente questa cosa non è assolutamente vera, però è comprensibile che qualche cittadino possa arrivare a crederlo. Quello che non è accettabile è che i politici ci speculino su. Innescare una guerra tra poveri è da incoscienti. ... [continua]

LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA:
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FOTO: Cecilia Strada

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