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Novembre-Dicembre/2015 - Interviste
Pubblicazioni
«Cultura e scuola: le armi più potenti contro la ’ndrangheta»
di Michele Turazza

Di solito sappiamo di minacce a politici, magistrati, preti, uomini
impegnati nel sociale; le intimidazioni verso soggetti
del mondo della scuola sono un fatto inedito e ciò dimostra
quanto efficace possa essere il lavoro delle scuole in certe realtà
del nostro Paese. Intervista a Serena Uccello


Si può nascere in una famiglia di ‘ndrangheta e decidere per sé, per la propria esistenza, un percorso differente, una vita diversa? Può la scuola diventare, oltre che progetto educativo, anche nuova, e ultima, frontiera di contrasto alle mafie? Sono le domande da cui parte Serena Uccello, giornalista de Il Sole 24 Ore, nel suo ultimo libro “Generazione Rosarno”, da poco edito da Melampo. In entrambi i casi la risposta è positiva. E a darla sono le decine di protagonisti di queste pagine: qualche adulto ma soprattutto adolescenti, giovanissimi. Per arrivare alla conclusione che si sconfigge la criminalità solo strappando alle mafie, alla ’ndrangheta, le sue nuove “Generazioni”, il vero capitale per le organizzazioni, il vero capitale, cioè insostituibile. Protagonista, una scuola superiore di Rosarno, guidata dalla preside Maria Rosaria Russo, in cui vengono abbattuti antichi e nuovi pregiudizi e privilegi, dove non esistono figli di boss né figli di collaboratori o di testimoni di giustizia, dove mille ragazzi e ragazze si ritrovano ogni mattina tutti uguali, senza dover sopportare il peso delle storie personali.

Come è nato il libro “Generazione Rosarno”?
Questo libro nasce da un incontro casuale che nel tempo si è rivelato determinante sia professionalmente che dal punto di vista emotivo. Mi stavo documentando per un altro lavoro sugli adolescenti che vivono e nascono in famiglie di ’ndrangheta. Fino a quel momento mi ero occupata dell’organizzazione criminale e dei suoi appartenenti adulti; avevo studiato questa realtà attraverso le ordinanze dei giudici, sentendo anche diverse testimonianze di persone coinvolte a vario titolo, magistrati, esponenti delle Forze dell’ordine. Ma non conoscevo adolescenti nati in quel contesto; desideravo dunque incontrarne qualcuno che mi potesse in qualche modo far comprendere come si vive in una famiglia fortemente connotata dall’appartenenza alla ’ndrangheta.
Mi documento, inizio la ricerca e un collega che scrive per una testata locale mi suggerisce la lettura di un suo articolo nel quale aveva raccontato una premiazione e un tema. La premiazione era quella di un concorso sulla legalità tenutosi in una scuola, il liceo Piria di Rosarno; il tema premiato era piuttosto particolare in quanto scritto da una ragazza, Roberta Bellocco, il cui padre è detenuto col regime del 41-bis. Ho letto il tema – riportato anche nel libro – che mi ha subito colpito, in quanto emerge tutto il dolore di una figlia che ha la consapevolezza del ruolo del padre ma allo stesso tempo rivendica la normalità, il suo desiderio di vivere una vita normale, nonostante un padre in carcere col quale però mantiene un rapporto affettivo molto forte. Mi interessava questo sentimento duplice: da un lato il desiderio di normalità, dall’altro il legame affettivo che in qualche modo rimane.

Ha quindi pensato di mettersi in contatto con la ragazza?
Esattamente. Tentai di farlo attraverso la preside della sua scuola, che mi ha invitato a Rosarno. Subito mi resi conto che la realtà che avrei conosciuto in quel liceo sarebbe stata molto di più e ben al di là di ciò che mi interessava originariamente. Ho trovato un liceo che ha saputo sviluppare quella che la sociologa Ombretta Ingrascì, durante una presentazione a Milano di questo libro, ha definito la “pedagogia bianca”, ossia la pedagogia dell’inclusione, che si oppone a quella nera, cioè a quella della violenza ’ndranghetista.
La caratteristica di questo liceo è infatti la capacità di includere i ragazzi che hanno alle spalle famiglie e vissuti assai diversi. I ragazzi vengono considerati e giudicati non per i loro cognomi ma per quello che essi sono, per la loro identità. Mi ha molto colpito ciò a cui ho assistito durante quel mio primo viaggio a Rosarno. Nel pomeriggio si teneva un seminario piuttosto particolare, con l’allora Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Michele Prestipino. ... [continua]

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