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Marzo - Aprile/2016 - Contributi
Sociologia
L’Antropocene, la politica, le scienze sociali e le insicurezze ignorate
di Salvatore Palidda

Il titolo di questo articolo “suonerà” forse strano ad alcuni operatori delle agenzie di controllo, delle Forze di polizia e dell’Amministrazione della giustizia. Ma, permettetemi di dire che si tratta di una proposta di riflessione che tocca le questioni di fondo del governo della sicurezza e quindi le pratiche di tutti gli operatori coinvolti, una riflessione che mi pare dovrebbe essere considerata essenziale per la cultura della sicurezza che urge promuovere per il futuro stesso della società.
L’attenzione e talvolta la passione per lo studio dei diversi aspetti dei cambiamenti nel campo delle conoscenze sul pianeta Terra sono sempre state circoscritte alle cerchie degli archeologi, biologi, geologi, alcuni antropologi, mentre non hanno mai suscitato interesse fra le scienze politiche e sociali. Si sa, sin da Platone e Aristotele sino ai vari filosofi politici (Sant'Agostino, Ibn Khaldoun, Tommaso Moro, Machiavelli, Tommaso Campanella, Hobbes e Locke) e poi Durkheim e alcuni contemporanei, queste “scienze” sono state quasi sempre condizionate soprattutto dal “dovere” o dall’imperativo ‘prescrittivista’, cioè dalla pretesa di fornire le “ricette” per “risolvere” i problemi dell’organizzazione politica della società. Una pretesa spesso in nome della prosperità e posterità, della pace e persino della felicità “per tutti” (come la “giustizia uguale per tutti”). La storia del mondo, recente e anche l’attuale congiuntura, mostra che al contrario c’è stata sempre riproduzione di guerre più che di periodi di pace, di crescenti diseguaglianze, atrocità e genocidi.
Una pretesa, quindi, fallimentare, alquanto prevedibile visto che spesso queste scienze hanno lavorato per la produzione di saperi utili ai dominanti, cioè ai primi responsabili della riproduzione del peggio. La parresia da Socrate a Foucault è stata sempre osteggiata o confinata in una sorta di nicchia concessa dal potere che ha anche la forza di permettere di essere criticato o dissacrato, tanto più che cresce sempre l’asimmetria fra dominanti e dominati, ridotti oggi a qualche tentativo di resistenza spesso disperata o all’impotenza a seguito dell’erosione delle possibilità di agire pubblico/politico (fra i tanti, il caso della Grecia è al proposito assai eloquente). Così, di fronte al trionfo dei think tanks liberisti, la capacità di opporre una prospettiva praticabile è stata nei fatti tardiva e infine perdente, sebbene sembri evidente che il liberismo sia in crisi; sopravvive senza grandi intralci proprio perché non si concretizza un’alternativa capace di affermarsi. ... [continua]

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