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Maggio-Giugno/2016 - Editoriale
redazio
“Per aspera ad astra” (la strada che porta alle cose alte è irta di ostacoli)
di Felice Romano - Segr. gen. nazionale Siulp

Le luci dei riflettori delle ultime consultazioni elettorali si sono appena spente.
Restano ancora gli echi sulla guerra delle cifre, sui vinti e sui vincitori, sulla corrispondenza tra gli exit poll e l’esito sancito dalle urne. Sulle speranze riposte e sulle possibilità (poche a dire il vero da quello che appare) di avere risposte concrete.
Tutti si attendevano programmi, strategie, analisi e progetti; e perché no, l’indicazione della strada per uscire dalla grave crisi che attanaglia la nazione, i territori.
In particolare da queste competizioni che rinnovavano il governo degli Enti locali.
Purtroppo, come troppo spesso accade da un po’ di anni a questa parte, l’elettorato è stato deluso ancora una volta.
Anziché soluzioni, programmi e strategie, le consultazioni ci hanno regalato l’ennesimo “scontro” tra le personalità degli opposti schieramenti piuttosto che un confronto, questo sì sicuramente proficuo, sui temi che attanagliano il Paese e soprattutto il territorio.
Problemi, come la terza settimana, l’assenza di lavoro o la mancanza di una politica di assistenza e di integrazione che, purtroppo, non possono più attendere oltre per avere una risposta risolutiva ma che, stante la litigiosità dei partiti, resteranno insoluti ancora.
Una campagna elettorale che ha affrontato a trecentosessanta gradi i problemi di convivenza tra chi è contro i partiti, accusandoli di essere la causa di tutti i mali, e gli stessi partiti e l’architettura istituzionale per garantirli; una politica proiettata più all’autoconservazione dei privilegi piuttosto che all’amministrazione della cosa pubblica per i tanti cittadini che ha creato più confusione che certezze per il futuro.
Due cose sono però apparse chiare: la prima è che ancora una volta gli schieramenti politici hanno chiesto il voto ai cittadini più sulle promesse fatte (e quasi mai mantenute) e sui comportamenti piuttosto che sulle cose effettivamente operate rispetto ai programmi presentati. E la cosa paradossale è che su quest’ultimo aspetto si sono costruite vere e proprie schiere di sostenitori o di accusatori. La seconda è che, pure in questo clima di arena mediatica, l’unico elemento che non è mancato e che sicuramente ha attirato l’attenzione dei cittadini, è stato il tema della sicurezza e di tutti i satelliti ad essa strettamente connessi.
L’immigrazione, la vivibilità dei quartieri, la tratta degli esseri umani, il fallimento delle ronde. Persino le trovate da far west inventate da qualche sindaco del nord che, ritenendo di essere il “patron” della propria città piuttosto che l’amministratore della cosa pubblica, pensa di risolvere il problema della sicurezza, e del riconoscimento al suo diritto che ogni cittadino deve avere, promettendo una taglia a chi segnala, dopo un furto in abitazione o presso un esercizio commerciale, persone sospette o che girovagano senza un apparente motivo tra le strade del “suo” territorio.
Insomma una vera e propria dichiarazione di guerra senza esclusione di colpi.
Peccato che la differenza tra un criminale e un cittadino perbene risiede proprio nella capacità di quest’ultimo di far rispettare le regole senza commettere, egli stesso angherie e violenze.
E per fare questo è necessario investire risorse sugli apparati che, democraticamente e nel pieno rispetto delle leggi e dei principi costituzionali, riescono a garantire la sicurezza ma anche la libertà.
Sicurezza e libertà.
Questo il binomio che il governo di un Paese democratico non deve mai perdere di vista.
Ma un governo che costringe i poliziotti ad anticipare i soldi dal proprio magro bilancio familiare per garantire l’attività investigativa per arrestare pericolosi latitanti, i pedofili, i trafficanti di esseri umani, mafiosi o camorristi, è un governo che vuole garantire la sicurezza e la libertà?
Un governo che da oltre due anni opera incessantemente, in nome di un presunto rinnovamento che sembra non voler cambiare niente se non il fatto di correre il rischio di aggravare quanto già si trova in crisi profonda, per ridurre le Forze di polizia da cinque a quattro attraverso l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, e così facendo ponendo le basi per militarizzare la funzione di polizia che, invece, deve rimanere civile, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà?
Un governo che dopo oltre sette anni (è la prima volta che accade nella storia della Polizia di Stato) non rinnova il contratto a quei poliziotti che sino ad oggi hanno garantito il funzionamento della macchina sicurezza grazie ai soldi che hanno anticipato dalle proprie tasche nella speranza di veder arrivare risorse adeguate a riconoscere i propri sacrifici e l’alta professionalità che quotidianamente dimostrano nella lotta al crimine organizzato e non, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà?
Un governo che nonostante la delega per un riordino delle carriere dei poliziotti, che da troppi anni attendono un riconoscimento alla professionalità dimostrata nel gestire fenomeni epocali come quelli dell’immigrazione, oltre a garantire la sicurezza, la lotta alla criminalità e al terrorismo, continua a consentire alle Amministrazioni di proporre bozze che, oltre ad essere offensive ed oltraggiose, sono esattamente l’opposto dello spirito riformista della delega finalizzata alla semplificazione, all’eliminazione della burocrazia, alla valorizzazione delle professionalità e delle efficienze per migliorare il servizio ai cittadini, al risparmio dei costi ai danni dell’erario, considerato che quanto presentato aumenta la burocrazia, allunga i tempi, mortifica le professionalità e annulla il senso di appartenenza, che è il vero motore delle donne e degli uomini della sicurezza, non si confronta per giungere all’obiettivo auspicato, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà?
Un governo che, nonostante gli annunci e le promesse, continua a non utilizzare le risorse del Fondo Unico di Giustizia per migliorare la sicurezza e la giustizia creando con i soldi delle mafie cicli virtuosi ed essenziali per predisporre la basi per lo sviluppo non solo sociale e politico, ma anche economico e di progresso, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà?
Un governo che presenta un disegno di legge sulla sicurezza urbana che mina completamente l’impianto della legge 121/81, ancora oggi da tutti, governo compreso, definita attuale ed efficiente anche se non del tutto attuata, atteso che prevede di mettere le Forze di polizia al servizio dei singoli sindaci attraverso il potere di ordinanza sindacale, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà? Beninteso, la mia, in merito al potere di ordinanza dei sindaci, non è una difesa partigiana o del proprio orticello. Giacché un’ipotesi di siffatta portata, nel migliore dei modi fa venire meno la garanzia di terzietà della funzione di polizia (che invece è essenziale in ogni democrazia avanzata per la garanzia di tutti i cittadini) atteso che nella più rosea delle ipotesi il sindaco rappresenta solo una parte, sicuramente la maggioranza, ma pur sempre una sola parte dei cittadini del proprio territorio, mentre la funzione di polizia deve essere super partes e a garanzia delle Istituzioni, nel rispetto della legge per difendere i cittadini. Non voglio pensare a cosa si ridurrebbe nel caso di Comuni infiltrati dalla mafia. La Polizia al servizio della mafia per garantirne i loschi affari. Ma un governo che consente questo, è un governo che vuole garantire sicurezza e libertà?
Io ritengo di no.
È vero: i latini dicevano “per aspera ad astra” (la strada che porta alle cose alte è irta di ostacoli), ma a tutto c’è un limite. Che la strada che porta alle cose alte fosse irta di ostacoli, ne eravamo consapevoli già quando abbiamo assistito ai tentativi goffi di propinare cose succedanee alla sicurezza reale come le ronde, il registro dei barboni, i medici spia o i sindaci sceriffi.
Mai avremmo immaginato però, che gli ostacoli, e di quelli più irti, potessero essere proprio tra i rappresentanti di coloro che, sacrificandosi senza pause e nel solo interesse del Paese a difesa della democrazia e della sicurezza, osano rivendicare condizioni migliori per servire meglio i cittadini chiedendo, questo sì, solo il sacrosanto diritto di vedersi riconoscere adeguatamente il lavoro che fanno e la professionalità che dimostrano.
Sì, proprio così; c’è chi, in mezzo a noi (pochissimi ad onor del vero visto che i colleghi sono attenti ed informati), ritiene, sostenendo che non vuole essere stampella per l’opposizione come a dire che esistano governi amici o governi nemici e non invece il governo solo come interlocutore per risolvere i problemi dei propri rappresentati, che oggi esistano le condizioni per accettare un riordino (io lo definisco disordine più che riordino...), alle stesse condizioni di 15 anni fa e con meno risorse che, distribuendo pochi centesimi al giorno per pochissime qualifiche insignite di nomine che hanno l’acre odore del peggiore rancio militaresco, dà solo l’illusione di poter raggiungere anche qualche “gallone”.
Il Siulp ritiene, invece, che il governo debba onorare il suo impegno assegnando le risorse necessarie per dare finalmente corso alla previdenza complementare, al rinnovo del contratto, del modello di sicurezza ma sui principi della legge 121/81 e al riordino delle carriere: un riordino che, oltre a ridisegnare un sistema sicurezza adeguato alle mutate esigenze del Paese nella nuova era della globalizzazione, dia un nuovo slancio al senso di appartenenza, al modello organizzativo attraverso la riqualificazione delle professionalità presenti, tracciando nuovi percorsi di avanzamento per i giovani, un riconoscimento delle funzioni per i meno giovani che, tra l’altro ne trarranno beneficio anche ai fini previdenziali.
Questi gli obiettivi e le ragioni della nostra azione di sollecito al governo e contro le brontotecnocrazie delle Amministrazioni. Questa la verità sulle reali risorse e sul perché il governo deve concretezza ai suddetti impegni.
Perché, ancora una volta come dicevano i latini, per aspera ad veritatem (nelle asperità la verità).
Sì perché anche la strada per la verità è irta di ostacoli e incantatori.
Ma noi, come sempre, non ci faremo né incantare né arrestare. Proseguiremo la nostra battaglia nell’interesse dei poliziotti, delle loro carriere, della loro pensione, della sicurezza dei cittadini e della democrazia del Paese.

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