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Maggio-Giugno/2016 - Interviste
La sicurezza passa anche dalla garanzia dei diritti costituzionali
di Michele Turazza

Intervista a Silvano Filippi, Segretario regionale
Siulp: «Si interviene sempre guidati
dall’emergenza: mancano strategie di lungo
periodo sulla sicurezza in Veneto»


L’opinione pubblica, i mezzi di informazione, i politici sono concordi nel ritenere che, anche se non soprattutto nel Veneto, si possa parlare di una vera e propria “emergenza sicurezza”. Condivide questa impressione?
Mi pare che la prima osservazione da fare sia, per l’appunto, che si tratta di una impressione. Maturata e consolidata sicuramente su basi di apprezzabili riscontri oggettivi. Il problema è che questa percezione emergenziale viene utilizzata impropriamente sia da chi la enfatizza per denunciare l’inettitudine del governo, sia dal governo stesso. Insomma, è vero che esiste una condizione emergenziale. Ma non è la verità.

Cosa intende? Ci spieghi meglio…
La sicurezza nel Veneto è effettivamente assoggettata ad una rilevante serie di sollecitazioni policentriche. La criminalità predatoria in primo luogo, la più visibile e dunque quella che viene direttamente percepita. Che rappresenta sicuramente un fenomeno difficile da controllare. I responsabili dei reati contro il patrimonio non agiscono infatti su base di prevedibilità. Sono numerosi e passano agevolmente tra le non fitte maglie del controllo del territorio, che soprattutto al di fuori dei centri urbani è sostanzialmente assente.
C’è poi la presenza, assai meno visibile, ma proprio per questo assai più pericolosa, della criminalità organizzata. L’insediamento ed il consolidamento di network criminali, di origine mafiosa o meno, è a mio modo di vedere la più seria minaccia con la quale ci troviamo oggi a dover fare i conti.
C’è poi una componente di criminali complementare e funzionale all’azione della criminalità organizzata, soprattutto quella di stampo mafioso. Si tratta di una composita galassia di personaggi, accomunati da interessi economico criminali, i quali operano nell’ambito delle Istituzioni, delle Pubbliche amministrazioni o che esercitano professioni di rilievo sociale, come avvocati, notai, commercialisti, ingegneri.
Ed infine ci sono una serie di criticità che vengono apoditticamente ascritte alla sfera di competenza del Comparto Sicurezza. Mi riferisco alla gestione dell’immigrazione e dei migranti in particolare, che da questione umanitaria è stata trasformata, per varie e spesso non nobili ragioni, in fenomeno attinente la sfera della sicurezza, cosa che ha consentito di scaricare la responsabilità sulle Forze di polizia. Una scelta sciagurata adottata invero anche dalla generalità degli altri Paesi interessati da questa ondata di disperazione epocale.

Da questa sua analisi sembrerebbe di capire che quello dei furti, delle rapine e del terrorismo – che lei neppure ha menzionato – non è che uno, e probabilmente nemmeno il più significativo, dei fattori che alimentano l’attuale emergenza.
Cominciamo con il dire che di attuale c’è ben poco. Il fallimento delle politiche della sicurezza riposa proprio nella incapacità di ragionare in termini di medio periodo. Non si elaborano cioè strategie, ma si cerca di offrire all’opinione pubblica risposte immediate…

…e quasi mai risposte efficaci, se non, forse, sul solo piano mediatico!
Esattamente. Come sempre accade, quando si cercano soluzioni semplici per problemi complessi non si va da nessuna parte. Anzi, è semmai vero che la matassa si ingarbuglia ulteriormente.

Può fare un esempio?
Certo. Ogni qualvolta si verificano fatti criminali di un certo rilievo, si dispone l’invio momentaneo di rinforzi, che a distanza di qualche giorno vengono poi revocati. Sono provvedimenti che non incidono minimamente sul contrasto alla criminalità, ma che in qualche modo servono a sopire le preoccupazioni della gente (appunto, il “piano mediatico” di cui parlava prima). In altre parole è un po’ come chiudere la stalla quando le bestie sono scappate. Eppure non c’è mai stato sino ad oggi un governo che sia riuscito ad affrancarsi da questi inutili caroselli.
Detto questo, lei ha centrato il punto. Non si può negare che i reati predatori siano un flagello che affligge la nostra comunità. E nel Veneto questo è vero più che altrove. Tuttavia da un lato si fa ben poco per cercare di migliorare il controllo del territorio. Dall’altro va anche detto che il vero coordinamento andrebbe realizzato non già tra le Forze di polizia, quanto tra politiche della sicurezza e politiche giudiziarie.

Intende dire che il vostro lavoro viene spesso vanificato da un sistema processuale inadeguato?
Sì. Capita spesso di sentir starnazzare il politico di turno che rilascia dichiarazioni al vetriolo per la immediata liberazione di soggetti responsabili di gravi reati, attribuendone la responsabilità ai magistrati. Dimenticandosi magari che proprio il suo partito ha contribuito a modifiche del Codice di rito che di fatto hanno reso la custodia cautelare in carcere un fatto eccezionale.
Occorre in effetti prendere atto che il quadro normativo è reso precario perché il legislatore è affetto da un pericoloso strabismo. Nel corso degli anni si è infatti progressivamente attenuato il regime di detenzione, cautelare ed esecutivo, perché le carceri erano strapiene e non passava giorno che non subissimo condanne per le inumane condizioni dei detenuti. Ma non si è mai pensato di investire nell’edilizia carceraria. Quindi ciclicamente si ripropone il problema del sovraffollamento nei penitenziari, che viene risolto – si fa per dire – con misure di attenuazione delle pene inflitte. E questo proprio mentre, allo stesso tempo, si immagina di creare dissuasione con l’inasprimento delle pene.

Una sorta di cortocircuito.
Un cortocircuito la cui riparazione viene demandata ai giudici. I quali devono però a loro volta fare i conti, oltre che con una legislazione schizoide, con una situazione disarmante degli organici. Il Veneto, da questo punto di vista, è in una condizione disastrosa, ben descritta dall’accorata denuncia che il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Venezia ha fatto nel corso della recente inaugurazione dell’anno giudiziario.
Rispetto ad altri distretti giudiziari, nella nostra regione il rapporto tra organici ed abitanti è meno della metà. Ecco perché mediamente quasi la metà dei processi che si celebrano nei Tribunali della nostra regione naufragano nella palude della prescrizione. In altre parole delinquere conviene, soprattutto a chi può permettersi di affrontare spese legali.

Abbiamo parlato degli organici degli uffici giudiziari, ma anche quelli delle Forze di polizia non sono allineati alle esigenze del territorio.
In effetti il Veneto risulta deficitario anche da questo punto di vista. Il rapporto tra uomini in divisa e abitanti è tra i peggiori d’Italia. Gli organici sono inferiori a quelli che erano stati stimati come adeguati nel 1989. Da allora mi pare sia cambiato qualcosa. Ma una volta ancora non ci si può fermare alla fredda logica dei numeri. Ferme restando le oggettive carenze, è altrettanto vero che con le risorse a disposizione si potrebbe fare assai meglio.
Sarebbe ora che si abbandonasse la logica dei tagli lineari e si cominciasse a ragionare in termini di eliminazione degli sprechi. Prendiamo ad esempio il centro urbano di Verona. Nel 1998 è stato aperto un Commissariato sezionale della Polizia di Stato in Borgo Roma, a meno di due chilometri dalla Questura. Abbiamo dimostrato, con i dati statistici, che la collocazione di un presidio di questo tipo non contribuisce in alcun modo al controllo del territorio e non realizza alcun effetto in termini di prevenzione. L’attività svolta è meramente burocratica, e dunque potrebbe tranquillamente essere svolta in Questura. Chiudendolo quindi non ci sarebbe alcuna ricaduta negativa, e si recupererebbero i cinque uomini al giorno impiegati per la sicurezza passiva.
Lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per le quattro stazioni dei Carabinieri. A tacere d’altro si risparmierebbero anche i costi per la manutenzione delle strutture. Allargando la prospettiva al territorio regionale si potrebbero ottenere risparmi nell’ordine dei milioni di euro, e reimmettendo il personale recuperato nel controllo del territorio si accrescerebbe la qualità della prevenzione.
Eppure nessuno pare interessato ad applicare questa che a me pare una elementare analisi costi benefici, quella che nessun imprenditore si potrebbe permettere di ignorare.

Ma i risparmi di risorse si possono concepire solo con la chiusura di presidi inutili?
Assolutamente no. Occorrerebbe soprattutto ripensare le strategie di contrasto alla criminalità. La autostrade della nostra regione, come dimostrano univoci riscontri investigativi, sono diventate la via preferenziale per le bande pendolari di veri e propri predoni che arrivano dai Paesi dell’est per razziare. I loro raid, per i quali si appoggiano a basisti locali, durano qualche giorno al massimo. Poi se ne tornano oltre frontiera a piazzare la merce rubata. Discorso a parte va fatto per i trafficanti di stupefacenti, che usano i nodi autostradali per la possibilità di trasportare grossi quantitativi di droga cercando di mescolarsi ai milioni di veicoli in transito, evitando così i controlli capillari ai quali sarebbero assoggettati percorrendo la viabilità ordinaria.
Per i colleghi che lavorano alla Polizia Autostradale gli inseguimenti, gli arresti ed i recuperi di ingenti quantità di refurtiva, come pure di stupefacenti, sono parte della quotidianità. Una statistica nella quale figurano anche scontri a fuoco. Un vero e proprio fronte caldo sul quale si dovrebbero rinforzare i dispositivi di controllo. Ed invece i Reparti Prevenzione Crimine, Nuclei specializzati che si muovono nella regione, vengono impiegati per attività di controllo nei centri urbani, e cioè proprio quei contesti territoriali in cui il controllo del territorio è migliore che altrove.
Duole dirlo, ma il parametro che ispira queste scelte è quello della visibilità, ed è pacifico che le autostrade e gli ambiti extraurbani non corrispondono a questo paradigma. Ecco quindi un ulteriore indicatore di come le strategie di comunicazione prevalgano su quelle di efficacia dell’azione di contrasto della criminalità.

E’ un ragionamento che può essere fatto anche per le altre categorie criminali individuate all’inizio del nostro incontro? Mi riferisco alla criminalità legata alla corruzione, che coinvolge Istituzioni, pubblici amministratori e professionisti.
Direi proprio di sì. Il peggior pericolo per la tenuta delle Istituzioni democratiche del nostro Paese deriva dalla pervasività della corruzione, diffusa oramai a qualunque livello amministrativo ed istituzionale. Si va dai pochi spiccioli pagati all’impiegato dello sportello per scavalcare la lista di attesa degli esami clinici, ai milioni di euro con i quali si corrompono i vertici di apparati preposti al controllo di legalità delle grandi opere. L’indagine sul Mose di Venezia non è che uno spaccato di quanto sia inquinata l’economia del Veneto. Consiglio a tutti l’interessantissima lettura del libro inchiesta “Veneto anno zero”, una paziente opera di ricostruzione del carteggio processuale che ha passato al setaccio svariati decenni di malaffare in cui sono state coinvolte un numero spaventoso di Istituzioni pubbliche e di professionisti. E come tutti sanno, la corruzione è il presupposto per il radicamento della criminalità organizzata, quella mafiosa in primis.
Ma anche qui si registra l’assoluta insensibilità della coscienza politica e, di conseguenza, del legislatore. Se l’Italia, come oramai tutti concordano, può vantare il triste primato di una corruzione endemica, stimabile intorno ai 60 miliardi di euro l’anno, che la colloca agli ultimi posti della graduatoria di Transparency International, non è certo per caso.
Come il criminale comune, quello “non organizzato”, è incentivato a delinquere dalla consapevolezza delle marginali conseguenze in cui rischia di incorrere nell’improbabile ipotesi in cui venga scoperto, le consorterie dei corrotti e dei corruttori non sono certo spaventate da una legislazione che non esercita alcuna vis dissuasiva. Pare quasi impossibile che siano meno di duecento i detenuti che stanno scontando pene per condanne riconducibili a reati corruttivi. Se ne comprende la ragione se si pensa che nel nostro sistema la prescrizione decorre dal momento in cui il fatto è stato commesso. E siccome in genere i fatti corruttivi sono scoperti solo dopo lunghe e faticose indagini, che spesso li portano alla luce dopo anni dalla commissione, in concreto quasi nessuno degli indagati accede a riti alternativi. Subisce serenamente condanne in primo grado, e talvolta anche in Appello. Ma quasi mai la Cassazione si pronuncia prima che il reato sia prescritto.
Insomma, gli autori dei reati più destabilizzanti per un sistema democratico sono anche quelli che si vedono garantire l’impunità. La circostanza che in Parlamento sieda più di qualcuno di costoro, può essere un indizio del motivo per il quale, a parte le petizioni di principio, il rafforzamento dei presidi normativi per la prevenzione e la repressione della corruzione non pare destare particolare interesse da parte del legislatore. Il quale, invece, si dimostra assai più sensibile in ordine all’irrigidimento giuridico di fattispecie criminali che sono appannaggio delle categorie sociali meno influenti.
Non può quindi stupire che il medesimo schema si riproponga ove calato nella realtà investigativa, in cui le risorse destinate al contrasto del fenomeno corruttivo sono pressoché nulle.

Insomma, politiche iper-repressive per le classi meno abbienti e politiche iper-tolleranti per i colletti bianchi. Ancora una volta si criminalizzano miseria ed emarginati. Tornando alla connessione, da lei citata, tra politiche della sicurezza e politiche giudiziarie, non le sembra che le grandi assenti siano le politiche sociali?
Verissimo. Come è vero che in questo modo altro non si fa se non impedire ad una sempre più ampia fetta di popolazione l’effettivo esercizio di diritti costituzionali, come il diritto allo studio, alla salute, all’abitazione, al lavoro. La polarizzazione delle ricchezze da un lato e la subordinazione delle garanzie democratiche alle regole della finanza dall’altro, sono in effetti dei pericolosissimi fattori criminogeni. Non credo ci vogliano dei geni della sociologia per capire quanto sia forte la spinta alla devianza che ricevono i ragazzi dei ghetti urbani. Non è certo un fenomeno sconosciuto nel nostro Paese. Piccole “Scampia” stanno crescendo un po’ ovunque, e basta farsi un giro nelle periferie delle grandi città per capire che presto dovremo fare i conti con i velenosi frutti dell’emarginazione.
Insomma, i costi derivanti dalla criminalità che dovremo sopportare un domani non così lontano ci faranno rimpiangere gli impercettibili risparmi odierni derivanti dai tagli alla spesa sociale.

In definitiva, in una prospettiva di medio termine, pensa che la situazione complessiva della sicurezza nel Veneto sia destinata a peggiorare?
Non vorrei fare la parte del pessimista a prescindere. Mi limito a segnalare che nel 1995 il Siulp regionale del Veneto aveva elaborato un dossier nel quale era prefigurato uno scenario assai preoccupante se non si fosse agito sul versante degli organici da un lato, e se non si fosse attuata una profonda revisione degli istituti normativi che devono necessariamente sostenere azioni di contrasto alla criminalità. I referenti politici ed istituzionali del tempo ci avevano accusati di disfattismo. Ebbene, a distanza di vent’anni, rileggendo quelle pagine, mi vedo costretto a dire che eravamo stati addirittura sin troppo ottimisti.
In questo ventennio sono cambiati gli schieramenti al governo del Paese. Ma la musica suonata è sempre la stessa. Nessuno pare disporre dell’autorevolezza per ragionare su interventi destinati a produrre effetti nel medio periodo, perché questo non sarebbe traducibile in termini di consenso nell’immediato, che è il termine entro il quale ragiona oggi la politica. Il metronomo del governo è scandito da spot quotidiani che seguono i ritmi della cronaca. Ma la criminalità non si spaventa di certo con i tweet.
Insomma, a meno di dirompenti cambi di rotta, che al momento non sembrano profilarsi all’orizzonte, fatico ad immaginare miglioramenti significativi.
______________
Silvano Filippi è Sostituto Commissario presso la Questura di Verona e ricopre la carica di Segretario Generale Regionale del Siulp Veneto. Consegue nel 2002 la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Verona e nel 2005 supera l’esame di abilitazione alla professione di Avvocato. E’ dottore di ricerca, con il massimo dei voti e la lode, in Diritto privato europeo dei rapporti patrimoniali. Ha pubblicato numerosi scritti su riviste scientifiche e tiene regolarmente corsi di “Atti di Polizia Giudiziaria” e “Diritto Processuale Penale”, presso la Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato di Peschiera del Garda.

FOTO. Silvano Filippi

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