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Marzo/2017 - Interviste
Intervista/Mafia
Il business dei Casalesi sconfitti
di Francesco Neri

A colloquio con Raffaele Piccirillo,
direttore dell’Ufficio Affari Penali
del ministero della Giustizia.
L’Ufficio che fu di Giovanni Falcone

A che punto siamo oggi, secondo il suo punto di vista di osservatoree privilegiato, con la lotta alla criminalità organizzata e più in particolare con la lotta al clan dei Casalesi?

Con la lotta al clan dei Casalesi siamo a buon punto, direi a un punto ottimo, è un clan praticamente sgominato, praticamente sconfitto ed è importante che ciò sia accaduto attraverso il diritto, attraverso lo sfruttamento di una serie di strumenti di tipo processuale e investigativo, in gran parte dovuti anche all’inventiva e all’esperienza di Giovanni Falcone. Siamo riusciti ad arrivare a questo risultato -questa è la cosa importante- attraverso il rispetto delle regole del processo e dei princìpi della Costituzione. Naturalmente adesso il trono (del capoclan) è rimasto vuoto, come si legge anche in un recente libro di Antonello Ardituro ed è importante che non sia occupato di nuovo dai successori del clan ma che se ne riappropri lo Stato e le comunità che abitano i territori in cui il clan ha le sue radici.
Lo sforzo è proiettato in questa direzione ed è per questa ragione che in questo momento è importante concentrare l’azione su quelli che sono tradizionalmente i colletti bianchi, le borghesie mafiose perché sono quelle che detengono tuttora le ricchezze ma anche le reti di relazioni che possono essere funzionali a una riconquista criminale di quei territori.

Qual è secondo lei il làscito più importante e l’insegnamento più significativo di Giovanni Falcone dato il ruolo che lei oggi svolge?

Io ne isolerei in questo momento due: il primo è un làscito di tipo morale, l’essere stato un grande professionista della lotta alla criminalità mafiosa senza mai essere divenuto un professionista dell’antimafia nel senso negativo e deteriore del termine. E’ stato un uomo che ha lavorato con grande intelligenza, che ha scoperto e anche predisposto l’ordito normativo che ci consentiva e che ci ha consentito di sfruttare e di comprendere al meglio l’importanza e il ruolo fondamentale dei collaboratori di giustizia.

E’ possibile fare qualche esempio a questo proposito?

Io penso alla gestione del pentito Buscetta da parte di Giovanni Falcone, all’atteggiamento mai inginocchiato che egli ha tenuto verso il collaboratore di giustizia, al modo critico, distaccato e alla costante considerazione dell’alterità che esiste tra il pubblico ministero rappresentante dello Stato, l’inquirente, il giudice e il soggetto che si presta alla collaborazione provenendo comunque dalle fila dell’organizzazione criminale. Giovanni Falcone è noto per esempio per aver instaurato un procedimento per calunnia a carico di un collaboratore di giustizia del quale aveva scoperto che alcune delle cose dette erano state smentite dall’attività di riscontro. E’ suggestivo pensare e persino emozionante leggere le deleghe predisposte da Giovanni Falcone perché fossero puntualmente riscontrate le affermazioni del collaboratore di giustizia. C’era una grande moralità e una forte responsabilità nella gestione di questo materiale delicato e incandescente che è la dichiarazione che arriva dall’ex criminale, da colui che vuole accreditarsi come un ex criminale. E’ un sinonimo di grandissima professionalità ma prima ancora è un sintomo di altissima moralità.
Ecco, non sempre questo è accaduto negli anni successivi. Qualche volta dico scherzosamente che ogni pentito ha il pubblico ministero che si merita e ogni pubblico ministero ha il pentito che si merita. Non tutti sono affidabili, non tutti sono stati affidabili come si è dimostrato Buscetta e altri anche nel contesto casalese. La differenza è fatta molto dal distacco, dall’obiettività e dall’equilibrio dell’inquirente, dal rapporto che si instaura con gli inquirenti. E’ un materiale incandescente da un lato e pericolosissimo dall’altro. Il processo può essere l’occasione per delle vendette, può essere l’occasione per delle ritorsioni, può essere l’occasione per accreditarsi, e questo pure è accaduto, un’importanza e un ruolo che da criminali non avevano e che magari cercano di conquistare con il nuovo mestiere di pentiti o di collaboratori di giustizia.

A questo punto vorrei fermarmi a riflettere su due punti. Uno è quello dei professionisti dell’antimafia a cui lei ha fatto riferimento poco fa, anche perché ricordo qualche sua dichiarazione rilasciata al Corriere del Mezzogiorno con la quale lei metteva in guardia l’opinione pubblica dicendo che bisogna diffidare dei professionisti dell’antimafia. Può spiegare meglio la differenza tra i professionisti dell’antimafia e coloro che, pur non essendo professionisti dell’antimafia, lavorano in modo ineccepibile?
Lei poi si è soffermato sulla voglia, il desiderio o la convenienza forse da parte di alcuni pentiti, o collaboratori di giustizia, che in qualche modo cercano di riaccreditarsi presso le istituzioni, presso lo Stato. Anche recentemente c’è stato qualche collaboratore di giustizia che ha cercato forse di riaccreditarsi o comunque spesso è stato intervistato come fosse una star e tuttavia credo che non avesse rivelato nulla di nuovo rispetto alle cose che aveva dichiarato forse vent’anni prima. Può esprimere la sua opinione su questi due punti?

Il tema dei professionisti dell’antimafia è un tema delicato nel dibattito politico e giudiziario italiano da almeno trent’anni. Il tema nacque con una definizione che fu coniata da Leonardo Sciascia che sembrava, si pensò e si disse allora, che fosse indirizzata a Paolo Borsellino e quindi sicuramente sbagliata nel bersaglio, nel destinatario ma in qualche modo profetica, sbagliata rispetto al bersaglio del tempo ma profetica perché prospettava qualcosa che poi negli anni successivi è effettivamente accaduto.

L’articolo di Leonardo Sciascia in cui veniva usata l’espressione “professionisti dell’antimafia” era stato scritto in realtà in occasione della pubblicazione del libro La mafia durante il fascismo di Christopher Duggan. Siccome ricordo che ci furono polemiche feroci su Sciascia il quale però come tutti sappiamo è stato uno scrittore e un grande intellettuale italiano che ha insegnato a generazioni e generazioni di studenti e persone che cos’era la mafia e come doveva essere combattuta con gli strumenti della cultura prima di tutto e dell’istruzione. Per evitare di scivolare lungo una china pericolosa le chiederei anche in questo caso un suo punto di vista.

A Sciascia dobbiamo la prima comprensione del fenomeno mafioso che nell’esperienza campana a cui lei faceva riferimento all’inizio è una chiave di lettura che ci è servita soprattutto per i Casalesi perché tra i vari clan campani -mentre in genere quelli napoletani sono simili a forme di gangsterismo urbano- i Casalesi invece sono una entità più connotata in termini più tradizionalmente mafiosi. Quindi Sciascia ci è servito come è servito a chiunque abbia dovuto affrontare questo fenomeno.
Ci è servito per quell’approccio illuminista che egli ha dedicato al fenomeno, sgombrando il campo da una serie di aspetti pittoreschi, di contaminazioni culturali o pseudo culturali che erano il modo di guardare a questo fenomeno in precedenza. E’ per questo che quando si associò questa definizione di Sciascia a un passaggio di carriera di Paolo Borsellino evidentemente la cosa fece particolarmente scalpore perché tra coloro che dovevano a Sciascia questo sguardo lucido, limpido, sgombro da pregiudizi sul fenomeno mafioso ovviamente c’era Borsellino come c’era qualunque intellettuale di quegli anni. Mi risulta che poi ci sia stato un chiarimento tra i due.
Quello che però qui mi sembra ancora importante dire è che la pericolosità del fenomeno “professionismo dell’antimafia” fu ben intuita anche se fu sbagliato, qualora fosse stato un bersaglio, individuarlo e concentrarlo su Paolo Borsellino. E tuttavia c’è un punto critico: un professionista dell’antimafia crea un’area di indiscutibilità di certi soggetti accreditati o che si accreditano come tali, crea un’area di indiscutibilità che può diventare anche un’area di impunità. Come dimostrano alcune vicende siciliane che raccontano di esponenti antiracket che approfittano del loro ruolo per realizzare a loro volta attività estorsive, ci si accredita come persone vicine alle forze dell’ordine, vicine al mondo giudiziario e quindi questo può diventare, e alcune volte questo è certamente accaduto, strumento di pressione e quindi si realizza una sorta di eterogenesi dei fini rispetto allo stesso concetto di lotta alla mafia.
Ma c’è anche un altro effetto: quand’anche queste persone gestiscano il loro ruolo nel mondo dell’antimafia con correttezza e con onestà può verificarsi la deresponsabilizzazione delle comunità. Pensare che esista un soggetto deputato per mestiere ad avere una sorta di investitura esclusiva di lotta alla mafia è un modo perché le comunità si sentano deresponsabilizzate ed è una cosa forse peggiore del rischio di strumentalizzazione.

Lei prima di andare al ministero della Giustizia ha fatto il gip, il giudice per le indagini preliminari a Caserta e in particolare si è occupato dello smaltimento illegale dei rifiuti e dei problemi ambientali connessi a questa attività illecita. C’è un momento preciso in cui il clan dei casalesi si rende conto che lo smaltimento illegale dei rifiuti può diventare una ricchezza? C’è un episodio che segna l’inizio di questa attività?

Si, questa nuova attività dei Casalesi può essere datata cronologicamente alla fine degli anni Ottanta. E’ qualcosa che precede l’emergenza rifiuti che formalmente si è soliti collocare a partire dal 1984, dal punto di vista della designazione dei vari commissari straordinari di governo per la risoluzione dell’emergenza. C’è una dichiarazione famosa, ormai riprodotta in vari libri che si sono occupati del fenomeno, di questo camorrista campano che a un certo punto dice “per noi la munnezza era diventata oro”. Questo collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella, dice che l’immondizia era diventata oro, che vuol dire che l’immondizia era diventata un affare, che con minori rischi in quell’epoca ci consentiva di guadagnare più di quanto si guadagnasse col traffico delle droghe e in generale degli stupefacenti.
C’è invece dal punto di vista strettamente casalese una comunicazione che avviene tra Carmine Schiavone, che è uno dei primi collaboratori di giustizia che aprono uno squarcio sul mondo del clan dei Casalesi nella sua riaggregazione successiva all’omicidio Bardellino, dopo il 1988, che nella sua veste di responsabile degli affari del clan propone al cugino che è il capo militare di questa organizzazione l’affare dei rifiuti. E si sente dare ancora in quella fase una risposta che rimanda a un minimo di codice d’onore o di cultura paternalistica delle organizzazioni criminali: “ma così -risponde Francesco Schiavone detto Sandokan al cugino Carmine Schiavone che gli propone l’affare dei rifiuti- noi roviniamo le nostre terre, così noi roviniamo le nostre popolazioni” e quindi in quel momento sembra declinare e rifiutare l’offerta di questo affare. Questo affare però verrà realizzato dall’altro capo del clan dei Casalesi, in questa sua prima composizione post-bardelliniana, Bidognetti.
L’affare dei rifiuti è patrocinato da Bidognetti sul finire degli anni Ottanta.
In genere quando affronto questo argomento ricordo sempre un episodio. Nel 1989 il ministro dell’ambiente Ruffolo stende e presenta una relazione sullo stato dell’ambiente in Italia in cui registra un dato: che in quell’epoca si producevano circa quaranta milioni di rifiuti tossico industriali, di rifiuti comunque di provenienza industriale e si conosceva il destino soltanto del 25% di questi rifiuti. Accadeva questo perché le vicende dell’Icmesa di Seveso, del reattore nucleare di Chernobyl, quindi vicende della fine degli anni Settanta e vicende del 1986-1987 avevano in qualche modo indotto nella classe politica un rifiuto di prendere in considerazione la necessità di costruire un tessuto normativo relativo alle discariche, ai luoghi che legittimamente e in modo adeguato potessero recepire questo tipo di rifiuti.
C’era la paura di attirare l’allarme dell’opinione pubblica, di perdere consenso nell’affrontare questo tema. Si preferì far finta che il rifiuto industriale, che ovviamente esisteva, non esistesse.
Da questa scelta di deregolamentazione determinata dalla incapacità di una classe politica di governare i processi sociali, di rassicurare anche le preoccupazioni collettive, nacque il fenomeno economico facilmente comprensibile per cui in Italia smaltire un chilo di rifiuto industriale era una cosa che costava e che rendeva circa tremila lire. In questa situazione e in questo vuoto si insinua la criminalità organizzata e si insinuano i Casalesi. E nascono le cosìddette società commerciali mafiose. E’ significativo che la più rilevante tra queste, quella che più da vicino era legata ai Casalesi e in particolare alla fazione bidognettiana si chiami Ecologia 89 cioè esattamente l’anno in cui il ministro Ruffolo fa questa constatazione relativa alla clandestinità dello smaltimento dei 2/3 del rifiuto industriale che veniva prodotto in Italia.
Queste società commerciali mafiose, così si chiamano nel gergo dei collaboratori di giustizia anche più vicini al momento imprenditoriale, fanno intermediazione tra i grandi produttori del Nord, i grandi industriali e gli operatori meridionali. Tra gli operatori meridionali e campani c’è, individuato concordemente da una pluralità di collaboratori di giustizia, Schiavone ma anche Domenico Bidognetti, cugino di Francesco Bidognetti, vicino a lui sia per relazioni familiari che per rapporti criminali, poi Gaetano Vassallo e più di recente altri che man mano stanno emergendo grazie anche alla scelta di collaborazione con la giustizia di Antonio Iovine.
C’è poi un avvocato, oggi tratto a giudizio con imputazioni varie, concorso esterno in associazione mafiosa, disastro ambientale e estorsione. E’ Cipriano Chianese, individuato da tutti i collaboratori di giustizia come la mente di questo investimento del clan dei Casalesi nel settore dei rifiuti: c’è una percentuale di questo traffico che va all’organizzazione criminale, c’è una percentuale che va alla politica, interpretata all’epoca soprattutto dall’assessorato della provincia di Napoli preposto alla tutela dell’ambiente. E così si realizza lo sversamento del rifiuto tossico, del rifiuto nocivo sui terreni della Campania, della cosìddetta Terra dei fuochi, espressione che designa una emergenza di tutt’altro tipo e che non è quella del rifiuto tossico industriale.

Dopo aver individuato questi momenti precisi in cui il clan dei Casalesi si rende conto che la monnezza può diventare e diventa un business nella gestione illecita dei rifiuti quale importanza hanno avuto i colletti bianchi, coloro che pur non sporcandosi le mani di sangue però si mettevano e forse si mettono ancora a disposizione del clan? Come è possibile limitare la loro azione e come affrontare questo tipo di problema secondo il suo privilegiato punto di vista, quello di una persona che ha una visione complessiva del problema?

Le forme di oggettiva collusione, di oggettiva complicità delle classi politiche con questo tipo di fenomeno sono molteplici nel settore dei rifiuti ma probabilmente questo schema si potrebbe replicare per altri settori di contaminazione criminale dell’economia. La prima di queste forme è quella a cui accennavo poco fa: nella scelta di non regolamentare lo smaltimento del rifiuto industriale. Una scelta probabilmente non ispirata dalla volontà di favorire la camorra o le organizzazioni criminali ma semplicemente dalla preoccupazione di non inimicarsi il consenso elettorale e che tuttavia può essere considerata una prima forma di collusione e complicità che poi ha, nella vicenda campana, ulteriori forme di manifestazione.
Per esempio, solo per aggiungerne una, quando nel ’97 fu varato il cosìddetto piano regionale per lo smaltimento dei rifiuti e in seguito a questo piano furono emanate determinate ordinanze di carattere amministrativo che dovevano disciplinare il cosìddetto ciclo integrato dei rifiuti, conformemente al decreto Ronchi che vigeva all’epoca e alle indicazioni che arrivavano anche dalla comunità europea bisognava realizzare anche in Campania un circuito che riducesse al minimo la necessità delle discariche che erano state anche, non solo, l’affare della camorra casalese e non (dal momento che in questo affare delle discariche erano implicati anche i Mallardo di Giuliano, i Polverino di Marano e altri gruppi criminali campani).
Ecco, questo circuito di cui parlavo presupponeva la realizzazione di sette impianti di produzione di combustibile da rifiuto di un termovalorizzatore che doveva convertire il prodotto diventato da munnezza tal quale combustibile da rifiuto in energia termica. La camorra non aveva interesse che questo progetto andasse a buon fine.
La politica, anche quella non direttamente collusa, anche quella che probabilmente non aveva in mente direttamente di salvaguardare l’affare dei Casalesi finì però per salvaguardarlo esattamente per la stessa logica che ci riconduce ai fatti e ai dati del 1989 che ho citato prima. Quando si vanno a stipulare i contratti con le associazioni contemporanee di impresa, Impregilo, Fibe Campania, Fisetal Impianti che si aggiudicano questa gara per la realizzazione di questi impianti laddove era previsto e che l’individuazione dei siti dove collocare sia gli impianti per la produzione di cdr, combustibile da rifiuto, che il termovalorizzatore fosse una scelta politica come era ovvio -scelta che presuppone una mediazione democratica con le comunità del posto- ecco che questa scelta la si affidò ai vincitori della gara.
Si preferì ancora una volta evitare la conflittualità con le comunità che significava perdita del consenso elettorale. Furono così operate alcune scelte oggetto di infiniti contenziosi di carattere amministrativo che a un certo punto determinarono l’intasamento di questo sistema. Non si realizzò il termovalorizzatore.
Si intasavano nel frattempo i rifiuti nell’impianto del cdr. L’intasamento faceva si che questi rifiuti non potessero essere lavorati. E quindi questo fallimento richiamò come salvatori della patria gli operatori camorristi del settore dei rifiuti.
In questi anni noi troviamo il Chianese del quale parlavo prima ma anche altri operatori a lui simili, destinatari addirittura di ordinanze del commissariato di governo che gli ordinavano di smaltire nelle sue discariche le stesse dove era stato smaltito clandestinamente il rifiuto tossico, il rifiuto solido urbano che giaceva nelle strade che in occasione di particolari emergenze collegate alla stagione estiva, all’aumentare delle temperature ovviamente poneva anche problemi seri di salute pubblica e di igiene collettiva.
Grazie quindi ad alcune ordinanze il Chianese riconquistò un ruolo di salvatore, ruolo del quale approfittò in modi truffaldini facendo risultare da lui smaltito più di quanto fosse stato effettivamente smaltito ma del quale soprattutto approfittò in termini di sicurezza ambientale perché questo rifiuto andava a comprimere quello che già giaceva e magari era stato occultato come rifiuto tossico negli anni precedenti. Quest’ultimo, premendo verso la falda, realizzava quel fenomeno del percolato la cui diffusione comporta il maggior allarme sanitario allo studio attualmente di processi e dibattimenti, allarme sanitario rispetto al quale il consulente Balestri della Procura di Napoli ha pronosticato una proiezione di effetti nefasti e pericolosi sull’ambiente e sulla salute collettiva che forse si esaurirà nel 2050, 2060.

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