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Gennaio - Febbraio/2020 - Osservatorio
L’insicurezza di garantire la sicurezza (e il rischio di una deriva securitaria)
di Belfagor

In Italia, la crisi del sistema politico degli anni Novanta ha favorito la rottura del tradizionale equilibrio di reciproca legittimazione tra le forze politiche che è il fondamento di ogni assetto costituzionale democratico basato sulla rappresentanza parlamentare.
Questa rottura ha determinato la nascita e il consolidamento di un contesto di contraddizioni e criticità sociali all’interno del quale la gestione della sicurezza moltiplica ogni giorno di più i suoi caratteri di problematicità.
Una delle caratteristiche di questo contesto è il mutamento qualitativo della percezione dell’autorità e della presenza dello Stato nella società, sia nella componente che osserva le regole che in quella incline a violarle e a perpetrare reati.
Oggi, la presenza di un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio ha una valenza diversa, rispetto al passato, in riferimento alla possibilità di scoraggiare la reiterazione di comportamenti illeciti e infondere un senso di rassicurante protezione al cittadino onesto.
Del resto, sotto questo specifico aspetto sono emblematici i ricorrenti episodi di violenza posti in essere in danno di insegnanti, medici e addetti ai pronto soccorso, autisti di mezzi pubblici, nonché gli accerchiamenti subiti dalle forze di Polizia nel corso di interventi effettuati nei territori metropolitani o nelle periferie sub urbane.
In siffatto contesto, le carenze, di equipaggiamento e di mezzi, generate dalla scarsità di risorse e dalle lunghe e defatiganti procedure di approvvigionamento (non è un segreto il fatto che la divisa operativa non sia ancora, a distanza di anni, in dotazione e nella disponibilità di molti uffici e reparti territoriali), moltiplicano esponenzialmente le difficoltà operative di chi deve assicurare il controllo del territorio e gli interventi a tutela di cose e persone.
Ma oggi, fondamentalmente, chi opera nelle help profession, nei pubblici servizi e rappresenta lo Stato, avverte la mancanza di un sistema di efficaci tutele a garanzia della propria attività. Avanza e si fa strada, negli operatori della sicurezza, un senso di solitudine unitamente all’amara consapevolezza del capovolgimento della presunzione di legittimità delle azioni e dei comportamenti connessi alla propria mission istituzionale.
Forse non si comprende che il problema non è la persona che indossa un’uniforme o svolge un pubblico servizio ma ciò che quella persona rappresenta.
Probabilmente un ruolo decisivo lo ha giocato, anche, un certo atteggiamento della politica consistente nell’incapacità di distinguere e separare la delegittimazione dell’avversario dalla delegittimazione del sistema.
Ed è proprio la delegittimazione del sistema che ha armato la mano del folle che ha sparato al carabiniere Giuseppe Giangrande, davanti a Palazzo Chigi, il 28 aprile 2013. In quell’uniforme egli ha individuato il simbolo e il rappresentante del sistema nei confronti del quale era montata la sua folle e sconsiderata collera sociale.
Chi esercita una pubblica funzione non è solo un mero servitore della Stato ma è anche lo Stato stesso, nell’esercizio di vitali funzioni che ad esso sono demandate in via esclusiva o concorrente e che rappresentano la conditio sine qua non per ogni democrazia avanzata e moderna.
Tollerare le violenze nei confronti di insegnanti, sanitari, conducenti di mezzi pubblici e operatori di Polizia, oltre ad incrinare la fiducia dei cittadini nello Stato, rischia di provocare una cesura non indolore tra lo Stato e chi lo rappresenta, in forza della quale nessuno, domani, sarà disposto a farsi carico dell’esigenza di far rispettare la legge e le regole della convivenza civile. Il rischio concreto è quello di una infinita catena di deresponsabilizzazione che manderebbe in corto circuito il sistema democratico.
L’insicurezza deriva anche e soprattutto dalla preoccupazione per il tipo di risposta pubblica all’emergere di nuove minacce e alcuni studi sociologici hanno evidenziato come di fronte alla difficoltà di rapportare le strategie della sicurezza ai bisogni sociali, emerga in Europa e in Italia una pluralità di proposte di autodifesa dal basso che oltre a mettere in crisi il ruolo dello Stato come garante della la sicurezza, producono rimedi e soluzioni parziali, estemporanei e soprattutto pericolosi.
Il sistema tiene ancora perché molti cosiddetti servitori dello Stato credono nel loro ruolo e nel loro lavoro. Delegittimare la loro attività e ridimensionarne il valore simbolico non fa bene a nessuno e rappresenta un pericolo per la democrazia.
Alla domanda di tutela si deve rispondere modificando le strategie della sicurezza in direzione di una operosità e di una cura istituzionale capaci di diffondere certezze in tutti coloro che sono chiamati ad espletare funzioni pubbliche, con particolare riguardo alle professioni sociali e a coloro che sono chiamati a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica.
Solo così sarà possibile restituire a tutti i cittadini la percezione dell’efficacia di una risposta pubblica all’illegalità, capace di tutelare, garantire e rinnovare un impegno di cui la società civile non può fare a meno.
Coloro che sono ai vertici degli apparati deputati alla sicurezza, anche per convenienza personale e non dell’istituzione che rappresentano ovvero perché colpiti da revanscismo contro tutti coloro che in questi anni hanno lavorato per affermare un concetto di sicurezza intesa come legalità e quindi come emancipazione culturale oltre che sociale della nostra comunità in contrapposizione di quello securitario che privilegia la costruzione delle “fabbriche delle paure”, non è che abbiano sinora dimostrato tanta attenzione e sensibilità rispetto a questa esigenza.
Ma questa è un altra storia e la racconteremo in seguito.

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