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agosto/settembre/2004 - Editoriale
Editoriale
Il carcere che scoppia diventa un business
di Paolo Andruccioli

Nel mese di agosto il mondo del carcere ci ha trasmesso troppe brutte scene. La tensione di molti istituti di pena è esplosa in rivolte e scioperi della fame, mentre si sono registrati anche nuovi episodi di suicidio, tra cui quello del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, condotto in carcere per applicare la norma e attivare una misura cautelativa, contro il possibile inquinamento delle prove. Il sindaco era accusato di essere entrato in un giro di corruzione e di aver brigato per ottenere appalti legati alle Olimpiadi invernali del 2006. Si tratta di una inchiesta avviata dalla Procura di Sulmona nel 2003. Valentini era indagato sull’ipotesi di concussione e con lui erano coinvolte nell’inchiesta altre 32 persone. È del 17 luglio la richiesta della custodia per Valentini da parte del pm Maria Teresa Leacche, richiesta accolta il 12 agosto scorso. Il sindaco è stato quindi arrestato nella notte tra il 13 e il 14. All’alba del 16 agosto è stato trovato morto nella sua cella, strangolato e soffocato con lacci di scarpe e un sacchetto. Avrebbe dovuto aspettare il processo per far valere le sue ragioni, ma non ce l’ha fatta. Non ha retto lo shock delle sbarre.
Quella del sindaco di Roccaraso è purtroppo solo una delle tante storie drammatiche che hanno riempito le pagine dei giornali nel periodo estivo. In un mese si sono registrati, secondo il rapporto dell’associazione Antigone, ben nove suicidi in carcere.

Si tratta , come è ovvio, di tanti episodi diversi. Nessuno ha la voglia e la pretesa di fare di ogni erba un fascio. Sarebbe però grave sottovalutare tutti questi segnali, magari sporchi e confusi che provengono dalle carceri. Si tratta infatti di storie che ci fanno capire da una parte lo stato di malessere che cresce e dall’altra la debolezza di talune norme e istituti di diritto su cui ancora ci si continua ad accapigliare. La custodia cautelare - per esempio - è davvero uno strumento utile, o magari rischia solo di trasformarsi in ulteriore drammatizzazione della giustizia che si può spingere fino al terreno estremo del suicido? Domande che restano aperte. In tutto ciò l’atteggiamento dell’amministrazione è stato alquanto singolare. Invece di affrontare di petto le questioni, si è cercato di ridimensionare i casi di cronaca.
Ma nonostante le rassicurazioni dei responsabili, che hanno cercato anche di minimizzare quello che è successo in grandi istituti romani come Regina Coeli e Rebibbia, si sono però moltiplicate le proteste e le denunce di osservatori esterni che da anni lavorano al monitoraggio del carcere. La situazione risulta ai limiti.
La cosa meno edificante di tutte riguarda però i responsabili politici. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha scelto - tanto per citare un esempio che ha fatto parecchio discutere - una linea di condotta che ha lasciato i più quantomeno molto perplessi. Il ministro ha reagito alle proteste e ai segnali di grande sofferenza che vengono dal carcere cercando di difendere l’operato del suo dicastero e in generale di tutta l’Amministrazione. Il ministro ha scelto la tattica nota dell’attaccare per difendersi. Così invece di cercare di spiegare i dati reali, i problemi che sono sul tappetto, ha preferito buttare in pasto alla distratta opinione pubblica agostana il solito facile capro espiatorio. Questa volta - e qui c’è forse l’inedito - il ministro della Giustizia Castelli ha fatto capire che le rivolte in carcere e in generale la situazione di malessere che si vive sono state causate e determinate scientificamente da qualcuno che ha tutto l’interesse a sobillare e a creare un clima di tensione. Meglio se contro il governo. I capri espiatori sono diventati dunque tutti quei parlamentari che si occupano direttamente di carcere e che spesso chiedono permessi per andare a verificare di persona lo stato delle cose. Sarebbero stati dunque quei parlamentari, per il ministro Castelli, i veri sobillatori. Gli untori.

Il ministro sembra invece preoccuparsi molto meno della situazione reale. Il rapporto Antigone, anche questa volta, è molto chiaro. Le carceri italiane scoppiano. Dei 54.237 detenuti, meno di 34mila scontano una pena definitiva. Circa 12mila sono ancora in attesa del primo giudizio, oltre 8mila del secondo o terzo grado. Si tratta di dati che si riferiscono all’ultimo aggiornamento disponibile del dicembre del 2003. I detenuti hanno dunque superato la soglia dei 50mila, ma la capienza reale complessiva delle carceri italiane è oggi di poco più di 41mila posti. Tra i detenuti solo 5.648 persone hanno potuto beneficiare dell’indultino. Un terzo dei detenuti è straniero. La maggior parte di costoro è in carcere per spaccio di droga e sfruttamento della prostituzione. Inoltre il 30 per cento della popolazione carceraria totale è affetto dal virus Hiv. I tossicodipendenti battono comunque i sieropositivi, essendo il 50% del totale. Solo nei primi sette mesi del 2004 i suicidi in carcere sono stati già 27. Nel 2003 i suicidi erano stati 55, con 395 casi di autolesionismo.
Davanti a un quadro del genere ci sarebbe davvero da rimboccarsi le maniche e ricominciare a lavorare per tentare di migliorare la situazione. Ma i tempi dei grandi penitenziaristi e dei riformatori sembrano molto lontani. I nuovi responsabili e i politici che si occupano della faccenda propendono piuttosto per le mode del momento. Il problema non è più la giustizia e come si vive nel carcere. Il problema è la privatizzazione delle strutture e dell’intero servizio. Il ministro Castelli spera infatti di passare alla storia come colui che venderà le carceri ai privati. Il modello di riferimento è quello anglossassone. Così, dalla tragedia si pensa di ricavare perfino dei profitti: con la vendita degli immobili e con la privatizzazione della gestione che sarà affidata ad aziende specializzate che fanno queste cose per i soldi.
Anche il carcere diventa un business. Lo Stato si eclissa anche in carcere.

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