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settembre/2005 - Editoriale
E Montalbano va in pensione
di Paolo Pozzesi

Auguri (con un po’ di ritardo) a Andrea Camilleri, che martedì 6 settembre ha compiuto 80 anni. E nell’occasione annuncia che sta scrivendo quello che sarà l’ultimo romanzo su Salvo Montalbano, commissario di Polizia a Vigàta. Per molti è una malinconica notizia, ma, si sa, un personaggio appartiene allo scrittore che l’ha creato. Anche se qualcuno afferma il contrario, e forse non ha tutti i torti. E poi Camilleri non è, o almeno non è stato, solo scrittore: poeta negli anni giovanili, con un premio Saint Vincent, e poi regista di teatro (e anche professore all’Accademia di Arte drammatica di Roma, dalla quale nell’immediato dopoguerra era stato estromesso per indisciplina), alla radio e infine in tv. Dove è stato il produttore della celebre versione televisiva di Maigret con Gino Cervi e Andreina Pagnani. Ma come Camilleri e Simenon sono diversissimi tra loro, Montalbano e il suo collega del Quai des Orfévres non hanno nulla in comune, a parte la professione.
Ma allora, che tipo di poliziotto è Salvo Montalbano? Nel libro-intervista “La testa ci fa dire” (Sellerio), di Marcello Sorgi, l’autore chiede “Tu una volta mi hai detto: dentro Montalbano c’è un po’ di Leonardo Sciascia, com’era nella vita, come carattere. Confermi?”, e Camilleri risponde: “Confermo in pieno. Quando io per esempio dico: ci pensò sopra tanticchia, tu in Leonardo, nei silenzi di un discorso di Leonardo avevi visivamente – non è letteratura -, sentivi come uno dotato di raggi X, vedevi gli ingranaggi del suo cervello in moto. Era un silenzio rumorosissimo quello di Leonardo Sciascia. C’erano questi ingranaggi che facevano rumore. Questo io ho tentato di descrivere, la durata di questi silenzi, del ragionar sopra, di queste pause, pause musicali, però, non pause di silenzio completo perché il discorso continuava in testa. Ecco, questo per esempio ho cercato di darlo al mio personaggio, a Montalbano. E soprattutto certa ironia di Leonardo”.
Se ne dovrebbe dedurre quindi che alcuni tratti caratteriali Leonardo Sciascia, da parte sua creatore di un tormentato ufficiale dei Carabinieri alle prese con mafia e dintorni, si ritrovino nel commissario di Vigàta. E se è lo stesso Camilleri a dirlo deve essere senz’altro vero. Però (ci sono sempre troppi “però”, ma che farci?), se Camilleri non somiglia, come scrittore, a Simenon, secondo noi ancora meno somiglia a Sciascia, che pure era siciliano come lui.

E, volendo essere proprio pignoli, Montalbano non è un cugino dell’indimenticabile ufficiale dei Carabinieri di “Il giorno della civetta”. In realtà - è una nostra sensazione, e probabilmente stiamo scivolando nel blasfemo - sono due mondi diversi, o è lo stesso mondo guardato e vissuto in modi diversi. Nel primo gli onesti, e intelligenti, servitori dello Stato si tormentano in un’atmosfera crepuscolare che desta simpatia e scoramento; nel secondo, Montalbano docet, si incazzano, facendo il loro lavoro vivificati, malgrado tutti gli ostacoli, dal sole (anche quando si nasconde) e dal mare (che è sempre lì). Il commissario ha come primari punti di riferimento un antico ulivo e uno scoglio, ai quali – senza scivolare in transfert di stampo romantico – attribuisce il loro autentico, altissimo valore: quello, appunto, di essere un ulivo e uno scoglio. E quando scopre che l’ulivo è stato tagliato, ucciso, per far posto a una villetta abusiva, preso da immane furore afferra una mazza, spacca i vetri dell’oscena costruzione, e con uno spray scrive sul muro la parola “stronzo”, volgare ma sacrosantemente giusta. Montalbano sa benissimo che un poliziotto non potrebbe agire così, lui che è sempre corretto anche col peggior delinquente, ma lì è sopraffatto da un senso di impotenza di fronte alla prevaricazione, e reagisce fuori dalle regole. Il taglio dell’ulivo non è solo un omicidio di cui è vittima un vecchio amico, è il segnale di un’inciviltà sistematicamente impunita.
Del resto, il commissario è solo un tassello della grande invenzione di Camilleri. C’è Vigàta, un piccolo centro siciliano, che fornisce di continuo figure e situazioni diverse, tali da configurare quasi una metafora dell’intero Paese, in negativo e in positivo. C’è il commissariato di Vigàta, una sorta di cittadella della legalità, vista da Montalbano con disincanto, rispetto, e molto affetto, espresso tramite battute e mezze frasi, per gli uomini che ci lavorano: il vicecommissario Mimì Augello, fatuo “fimminaro” nel privato, ma leale, onesto, coraggioso, come gli altri collaboratori di Montalbano; il mitico Catarella, volenteroso e maldestro, incapace di ripetere correttamente un cognome, che si rivela un genio del computer; Fazio, che sospetta il commissario di essere “comunista”, e comunque lo segue sempre (anche quando, per tenerlo lontano dai guai, gli viene ordinato il contrario) perché in lui ha fiducia. C’è la trattoria dove a Montalbano sono offerti cibi semplici e squisiti, spaghetti al “nivuro” di seppia, merluzzi, triglie di scoglio, teneri polipetti, una paradisiaca parentesi gastronomica che incanta il lettore, e che si accompagna alle pietanze che la fedele Adelina lascia, per la cena del commissario, nel frigorifero e nel forno della casa di Marinella, davanti a una spiaggia che Montalbano percorre a piedi nudi per purificarsi i polmoni e la mente. In fondo, le “avventure” di Salvo Montalbano potrebbero essere viste come una fiaba, cioè il massimo dell’invenzione letteraria, una fiaba filosofica, e insieme, per forza di cose, sociale e politica, narrata in una straordinaria lingua italo-sicula che dà alla frase più comune la sonorità di una strofa epica.

E ora, ci fa sapere Camilleri, Montalbano si prepara ad abbandonare la scena. E insieme a lui, con un colpo di bacchetta magica, spariranno Vigàta, il commissariato, la trattoria, la casa sulla spiaggia. Forse il commissario è stanco di lottare (a modo suo è un infaticabile lottatore) contro le ingiustizie e le incomprensioni. Già una volta, ne “Il giro di boa”, aveva deciso di dimettersi dalla Polizia dopo i fatti del G8 a Genova: l’uccisione di Giuliani, “il comportamento di alcuni reparti della Polizia che avevano preferito sparare lacrimogeni su pacifici dimostranti lasciando liberi di fare e disfare i più violenti, i cosiddetti black-bloc”, e poi “la laida faccenna della scuola Diaz”. Ma a distoglierlo dalle dimissioni era arrivata un’inchiesta su un traffico di bambini extracomunitari, che si era conclusa con una pallottola nella spalla sinistra sparatagli da un mafioso tunisino.
Una decisione solo rinviata? “Credo che il disagio di Montalbano – dice Camilleri in un’intervista a l’Unità alla vigilia del suo compleanno – derivi dal fatto di trovarsi sempre più estraneo rispetto al mondo che ci circonda. Senza più i parametri che gli davano le indicazioni di movimento e di conoscenza. Si trova completamente spaesato… Montalbano fa il suo mestiere calato nel contesto storico, culturale e sociale nel quale vive. Ha le dita sul polso di una certa parte dell’Italia, ma si rende conto che la situazione non è più sotto controllo”. Pessimismo di Montalbano? E di Camilleri?: “Il mio pessimismo allo stato attuale è assoluto. Per i giorni futuri sono ottimista”. Bene, prendiamolo come un fausto pronostico. Però (l’ultimo), il commissario ci mancherà. Molto.

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