Compie un anno la circolare-bavaglio

Se ne sono resi conto in pochi della circolare n. 555 DOC/C/SPEC/SPMAS/5428/19 del 24 Ottobre 2019 a firma del Capo della Polizia; ancora di meno hanno parlato dei suoi contenuti. La circolare s’intitola: «Utilizzo dei social network e di applicazioni di messaggistica da parte degli operatori di polizia» e riguarda vari comportamenti dei poliziotti sull’uso dei vari social, da Facebook a WhatsApp.

Con questa circolare il Capo della Polizia vuole solo tutelare la privacy dei suoi uomini, il legittimo segreto d’ufficio e quei comportamenti che mettono a disagio la Polizia di Stato, a volte, oggettivamente, minacciati da improvvide foto e notizie sui social network. Fin qui tutto bene, ma un altro aspetto dell’ordine che viene impartito è anche quello di non dare opinioni all’esterno. Infatti non si mettono alla berlina solo quei comportamenti che sono penalmente rilevanti come, ad esempio, il rivelare il luogo e l’orario in cui si farà una perquisizione o un arresto; si fa riferimento – giustamente – a quei comportamenti che possono essere disciplinarmente rilevanti come, ad esempio, andare in moto a velocità folli, sfidando la morte ed il codice della strada, in diretta su Facebook, in cui tutti sanno l’appartenenza del proprietario del profilo alla Polizia Stradale. Si parla Compie un anno la circolare-bavaglio anche di comportamenti “inopportuni”, cioè – a rigor di logica – quei comportamenti che non sono né penalmente, né disciplinarmente rilevanti, ma che non piacciono ai capi.

Non c’è nulla di più antidemocratico e liberticida di una censura ex ante che non sia individuabile in maniera oggettiva ma passi per il momentaneo stato d’animo e indirizzo politico del censore di turno. A poco servono, almeno per chi ama la libertà, i richiami al particolare status giuridico dei poliziotti a cui è richiesto, e questo è sacrosanto, l’imparzialità del loro operato, quando sono impegnati nelle attività di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria ma davvero appare irrealistico che, questi fedeli servitori dello Stato, non possono avere un’opinione ed esprimerla. Le polizie che hanno la stessa opinione di chi comanda si trovano solo nelle dittature.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 19) cita: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». La Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo (Art. 19) spiega che: «ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione.

Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera ». La nostra Costituzione sancisce che: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Il diritto di esprimere un’opinione sembra non avere limiti per alcune categorie di persone e gli unici ammessi sono quelli specificati dalla legge, inseriti al solo fine di perseguire il perseguimento di uno scopo legittimo. Per cui, come ricorda il secondo comma dell’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, il diritto di opinione «può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario».

In pratica si può limitare il diritto di opinione solo se è in gioco la sicurezza della nazione o di singoli. In Italia alcune opinioni sono reato, basta considerare l’apologia del fascismo, la rivelazione del segreto d’ufficio, il reato di diffamazione, ma non sono questi l’oggetto del problema.

Invero, nella circolare non si vieta di avere un’opinione (sarebbe troppo anche per il Ministero dell’Interno) ma di averla «sempre ponderando oculatamente tempi, modi e caratteri delle proprie esternazioni in modo da tenere un comportamento improntato a correttezza, imparzialità e cortesia» (così la circolare). In pratica, i poliziotti possono avere un’opinione ma deve essere “corretta, imparziale e cortese” che si traduce in essere “santi, salomonici ed educati”. L’opinione è esattamente l’opposto di quello che vorrebbe il Ministero: può essere scorretta proprio perché umana, deve essere parziale proprio perché è un’opinione e, seppur la cortesia è sempre un valore aggiunto, a volte è difficile dare un’opinione senza “incazzarsi”. Il Capo della Polizia, con la circolare in questione, vieta le opinioni “inopportune”. Quali siano queste opinioni varierà da dirigente a dirigente di ogni singolo ufficio di Polizia.

La motivazione alla base del divieto è che sarebbe «inevitabile il rischio di commistione tra sfera privata e ruolo istituzionale, gli appartenenti alla Polizia di Stato sono tenuti ad un “riserbo” indirizzato a garantire l’imparzialità la dignità e l’esemplare svolgimento delle funzioni che l’ordinamento demanda agli stessi al di là delle proprie opinioni personali». In pratica, il poliziotto, prima che essere uomo, è poliziotto e quindi anche fuori servizio non deve esprimersi come tale. Qui si delinea l’aspetto politico della circolare: in linea teorica il problema sarebbe anche avere un poliziotto tifosissimo del Napoli per i suoi presunti accanimenti nei confronti dei tifosi Juventini, in realtà l’intento è quello di evitare l’associazione poliziotto/politica, soprattutto se troppo di parte. «Peraltro, – si legge sulla circolare – ogni singolo poliziotto gode presso l’opinione pubblica di una considerazione sociale e istituzionale connaturata alla funzione svolta che lo caratterizza, in via continuativa, appartenente all’amministrazione della Pubblica Sicurezza; pertanto, immagine di poliziotto è prevalente rispetto a quella come privato cittadino». Rimane curioso quanto altre categorie di lavoratori siano identificati grazie alla professione ma abbiano piena libertà di opinione, si parla di medici, giornalisti, professori e perfino ai giudici. I pareri espressi da queste categorie muovono di più l’opinione pubblica rispetto a quanto possa mai fare un poliziotto. Semmai il problema è che quando un poliziotto non sostiene argomenti politically correct i sostenitori dell’Antipolizia lo prendono a pretesto per scatenare campagne mediatiche. Qui sta il punto: non dovrebbero essere le opinioni personali dei poliziotti il problema ma tutti quelli che speculano su di esse, spesso travisandone i contenuti ed il senso.

A tal proposito appaiono davvero una pugnalata ai diritti degli agenti le reazioni tiepidamente positive di alcuni sindacati alla circolare. Nessun sindacalista ha visto, in questa serie di ordini, lo stesso modo di fare pre-riforma, quando i poliziotti per riunirsi e per discutere la smilitarizzazione erano costretti al silenzio e alle riunioni in segreto. Intanto le sanzioni disciplinari e illeggitimi trasferimenti d’ufficio “per esigenze di servizio” fioccano, per quei poliziotti che dicono la loro.

BELFAGOR
belfagor@poliziaedemocrazia.it

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