Non è il solito titolo populista è la realtà. Secondo Forbes, la Cina è il più importante partner commerciale dell’Africa, oltre 10.000 aziende cinesi operano nel continente africano ed il valore di questi commerci si aggira (in dollari) intorno a cifre con 12 zeri (triliardi n.d.r.).

Viaggiando in Africa

Se si fa scalo in un aeroporto africano, si nota immediatamente l’enorme flusso di cittadini cinesi che arrivano o partono. Tecnici, lavoratori specializzati, uomini d’affari, diretti in ogni angolo dei paesi sub-sahariani. In uno scalo importante, servito dalla Ethiopian Airlines e ben collegato con le città dell’ex Celeste Impero, come quello di Addis Abeba, i cinesi sono ovunque e vanno ovunque.
All’uscita degli scali, gli enormi cartelloni pubblicitari di aziende cinesi, danno l’idea del flusso di capitali che intercorre tra la Cina e l’Africa. La Cina sta indirizzando una fonte non trascurabile dei propri sforzi economici in Africa e, nel continente, quasi tutto parla cinese. Non sono solo 4 negozi che vendono merce con il simbolo CE contraffatto, ma tutto un business che parte dalle banche, passa per la tecnologia energetica, fino ai mezzi pesanti. Tutto ha gli occhi a mandorla e parla mandarino.

L’Impatto economico

Per questo sforzo economico l’Africa, più o meno, ringrazia, attualmente, per le sole opere infrastrutturali di cui l’Africa ha estremo bisogno per svilupparsi, sono stati messi in campo da parte cinese, 300 miliardi di dollari d’investimenti l’anno. Il tutto si trasforma in autostrade, ferrovie, ponti che permettono la crescita del Continente ma che non sono gratis e dovranno essere ripagati con le risorse africane: dal legno, al petrolio, all’uranio, al coltan.
Le imprese di costruzione cinesi versano cemento ovunque, Nova Cidade de Kalimba è una moderna città africana costruita in Angola (a 20 km dalla Capitale Luanda) e composta da circa 750 edifici di otto piani, una dozzina di scuole, centri sportivi, parchi divertimento, locali commerciali ed uno stadio. Doveva raccogliere circa 500 mila abitanti, è stata una città fantasma per anni ora – pare – si stia popolando. Rimangono altre città già costruite che aspettano acquirenti. Gli africani non hanno ancora i soldi per comprare queste case da sogno ma pian piano le banche cinesi stanno erogando i mutui. Per ora la maggioranza di chi viveva nelle zone rurali, in capanne fatte di fango e paglia o negli slum, continua a viverci, la classe media stenta a decollare e i governanti diventano immensamente ricchi.

L’impatto sociale

La Cina tramite le aziende impegnate, guadagna: non è solo economia della scelta di un partner commerciale, questo è il nuovo colonialismo. Quello vecchio, inglese, francese o italiano che creava stati fantoccio, è –giustamente – morto e sepolto. Questo nuovo non ha bisogno di creare Stati fantoccio o nominare governatori accondiscendenti, perché gli Stati e i governatori, in maniera diretta o indiretta, li paga, ricevendone in cambio, commesse miliardarie. La Cina ha costruito il suo approccio colonialista in 5 principi che si sostanziano in:

  • Mutuo rispetto della sovranità dello Stato;
  • Mutua non aggressione;
  • Reciproca non interferenza;
  • Uguaglianza e reciproci benefici;
  • Coesistenza pacifica.

Bellissimi principi, se li avessero applicati in Tibet il Dalai Lama siederebbe tranquillamente nella sua dimora di Lhasa. Non c’è bisogno di violenza o occupazione militare quando, il paese più forte tramite le sue imprese costruisce il paese più debole ed in cambio ne prende le risorse naturali, tramite le sue banche finanzia l’impresa e chi acquista gli immobili, tramite gli accordi commerciali gestisce gli hub di scambio. Negli aeroporti africani i messaggi ai passeggeri sono pronunciati in inglese (a volte in altra lingua europea e nella lingua locale) e in cinese, tutto è un fiorire di afrochinese enterprises che di “afro” hanno la bassa manovalanza e di “china” i manager e i tecnici.
Alcuni osservatori internazionali sostengono che la Cina dovrà esportare almeno 300 milioni di persone in Africa per limitare il sovrappopolamento in patria e sostengono che esista un programma ad hoc “Una sola Cina in Africa”.
Con tranquillità inarrestabile la presenza economica cinese sta diventando cosi ingombrante e altrettanto placidamente, devia verso l’invasione della cultura africana. Per permettere ai propri cittadini di essere ancora più disponibili verso l’ingombrante potenza economica, qualche ministro dell’educazione africano preme per introdurre il cinese mandarino al posto dell’inglese nelle scuole, mentre per rendere più confortevole la permanenza dei cinesi, nascono alberghi e resort con gli occhi a mandorla. Le aziende europee o americane sono ormai un vago ricordo e lasciano il posto a quelle cinesi, di aziende genuinamente autoctone non se ne vede l’ombra. Cambiano gli scenari, cambia il modo di farlo, ma l’Africa ha ancora una volta un padrone straniero.

Mentre in Europa…

In tutto questo cambio di prospettive africane, l’Europa, strozzata dalla sua mancata crescita e l’ideale di essere la terra della democrazia e dei diritti, parla di libertà e di libero mercato al suo interno senza però influire con una seria politica esterna. L’Europa, prigioniera di se stessa, si incastra e si rigira sulle sue differenze e mentre si divide sull’accoglienza ai migranti non si interroga perché nessuno di questi lasci la propria terra per un colosso economico vero come la Cina che cresce, rispetto all’Europa, esponenzialmente. In fondo quando gli USA crescevano a due cifre i migranti si dirigevano in quella direzione, cosi abbiamo fatto noi italiani con l’Argentina o la Germania, ma nessuno lo fa per la Cina. Storicamente i migranti si dirigono verso le terre dell’opportunità. Attualmente l’Europa dei PIGS (Portugal, Italy, Greece, Spain) della crisi economica e del Covid, è tutto tranne che la terra delle opportunità.

La situazione è questa, l’Europa importa milioni di migranti senza sapere che occupazione dargli e che spesso diventano la prima linea del crimine, perdendo milioni di euro nell’accoglienza e la gestione che potrebbero essere investiti per una seria ricrescita, mentre i cinesi guadagnano miliardi di euro facendo affari con i paesi africani. In mezzo a tutto il giro d’interessi ci stanno gli africani. Senza speranza emigrano pur di tentare di svoltare nella loro vita non sapendo che quello che lasciano diventa proprietà di altri e nel caso volessero tornare indietro non la ritroverebbero più. Gli rimane il futuro che è tendente al nero per gli europei e per gli africani è ancora peggio.
Quello di cui ancora non ci rendiamo conto è che, se è vero che la Cina anche per l’Europa è un grande affare, grazie alla loro richiesta di professionisti e di lusso, di cui noi italiani siamo maestri, è pur vero che ormai dipendiamo dalla componentistica, oggettistica ed elettronica cinese, basta guardare il produttore delle cose che comunemente usiamo. Fa riflettere il meme che gira sui social ma è vero che: ora i cinesi vestono italiano e gli italiani vestono cinese.
Un mercato di un miliardo e quattrocento milioni di persone è sicuramente appetibile, ma allo stesso tempo, un paese con milioni di operai che lavorano a cifre basse e senza garanzie sindacali favoriti da un espansionismo spregiudicato, è sopportabile per l’economia europea strozzata da regole e principi?

Leandro Abeille

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