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Fabbraio-Marzo/2009 - Analisi
Tra le colpe di ieri e le speranze di domani
di Belphagor

“Stalin si domandava se fosse un reato più grave rapinare o fondare una banca”, ha detto Giulio Tremonti parlando al convegno del Consorzio dell’export dell’Alto milanese, tenuto a Busto Arsizio nel marzo scorso. Stalin? Già, proprio lui, e il ministro dell’Economia, con il suo usuale tono tra il serio e il faceto, sembrava condividere l’opinione dell’ex Piccolo Padre. “Non si tratta - ha precisato - di commissariare le banche, né di anticapitalismo”. Aggiungendo - una rassicurazione che a qualcuno potrà apparire una larvata minaccia - che quello che si chiede agli istituti di credito è il rispetto della Costituzione, cioè dell’articolo 47, che Tremonti ha letto tre volte, secondo il quale “lo Stato incoraggia e tutela il risparmio, disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Ecco, ha detto il ministro, uno dei punti dolenti della crisi: il comportamento delle banche, passato, presente e futuro. Poco, o niente affatto, encomiabile, e su questo giudizio molti sono d’accordo.
“Non serve leggere libri di economia - ha consigliato Tremonti - ma la Bibbia. Noi dobbiamo salvare le famiglie, le imprese. Sarebbe inaccettabile salvare i banchieri falliti, anche se è quello che sta purtroppo succedendo in tante parti del mondo... Serve la saggezza del bonus pater familias, ma putroppo spesso le banche hanno pensato più al bonus che alla familias”. Quindi il governo stanzia degli aiuti per gli istituti di credito (i “Tremonti bond”, circa 12 miliardi di euro), ma solo se questi fondi servono ad attivare il credito alle imprese e ai lavoratori, e ne saranno esclusi quelli che si ostinano nella “follia speculativa dei contratti derivati, perché i loro profitti sono le nostre perdite”.
Al convegno di Busto Arsizio, Giulio Tremonti era affiancato da Umberto Bossi, e il ministro delle Riforme si era dimostrato ancora più severo del suo collega di governo. A muso duro, disposto ad arrivare alla nazionalizzazione delle banche (peraltro esclusa da Berlusconi) “se serve a restituire quello che è stato tolto”. Il ministro dell’Economia ha annunciato che ogni Prefetto sovrintenderà a un comitato provinciale di vigilanza sul credito, ma Bossi ha replicato che “non tutti i Prefetti sono all’altezza”. E Tremonti ha precisato che di questi comitati faranno parte, accanto ai Prefetti, associazioni industriali, sindacati, camere di commercio, le agenzie delle entrate, e persino la stampa. Altro che vigilanza, un altro passo e si arriva ai soviet. E Bossi, al quale il riferimento a Stalin doveva essere piaciuto, aveva concluso ridendo: “E se non bastasse, a farci dare i soldi andiamo io e Giulio col passamontagna”.

* * *
Cronache di una crisi, della quale fra i responsabili le banche di tutti i Paesi hanno - non immeritatamente - un ruolo di prima fila. Un ulteriore (come se ve ne fosse bisogno) segnale d’allarme è venuto dal pessimo stato di salute delle banche dell’Europa centrale e dell’Est, molte delle quali sono controllate da istituti di credito dell’Europa occidentale: l’operazione era sembrata un buon affare, ma ora con la crisi rischia di trasformarsi in una pietra al collo. Joaquin Almunia, commissario europeo agli Affari monetari ed economici, ha avvertito gli interessati: “Gli asset delle sussidiarie delle banche estere si sono deteriorati a causa della crisi, ora dobbiamo avere bilanci in ordine ed equilibrati in tutta la Ue, condizione necessaria perché gli istituti di credito riprendano a finanziare l’economia”. In pratica, ha sentenziato Almunia, se quelle banche dovessero restare a secco di fondi, dovranno pensarci le “case madri” a rifornire le loro casse. Con quali soldi? Non con quelli degli aiuti statali - come, appunto, i “Tremonti bond” - che dovrebbero essere dedicati esclusivamente a interventi nel territorio nazionale, è la tesi sostenuta a Bruxelles dal governo italiano.
Capitolo banche a parte, Joaquin Almunia ha annunciato che la situazione in Europa potrebbe peggiorare rispetto alle stime da lui stesso fatte nella seconda metà del gennaio scorso: un calo del Pil dell’1,9% nella zona euro, e dell’1,8% nell’Unione Europea dei 27 Paesi; per il 2010 si prospettava una ripresa tra +0,4 e +0,5%. “Quando abbiamo presentato le previsioni avevo detto che i rischi erano equilibrati, vale a dire che c’erano sia possibilità di un ulteriore deterioramento, sia possibilità di un miglioramento. Al momento attuale posso dire che i rischi di un deterioramento della situazione sono più elevati”. Il commissario ha voluto fare una dichiarazione, non si sa se rassicurante o inquietante, aggiungendo che se un Paese della zona euro dovesse trovarsi in condizione di insolvenza (cioè se dovesse dichiarare fallimento) “esiste una soluzione”, uno schema di emergenza, del quale per correttezza non ha voluto rivelare i contenuti, che entrerebbe in azione prima di un eventuale ricorso al Fondo monetario internazionale.
* * *
“Voglio che ogni americano sappia che ricostruiremo il Paese, e che gli Stati Uniti riemergeranno da questa crisi più forti di prima”: Barack Obama, cinque settimane dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ha rivolto, parlando davanti alle Camere riunite, un messaggio carico di speranza e denso di preoccupazione. Prevedibile, del resto. Fino alla sua elezione Obama era la grande novità nella storia della politica americana. Poi è diventato solo il Presidente che deve salvare dal baratro la più potente nazione del pianeta. Sembra un paradosso, ma è così. Gli Stati Uniti hanno vinto il campionato mondiale della guerra fredda, e hanno perso in casa nel gioco che conoscono meglio di chiunque altro. Il Muro di Berlino è caduto una volta per tutte, quello di New York - Wall Street, la Strada del Muro - continua a franare sei volte la settimana.
Certo, Barack Obama può legittimamente denunciare le colpe di finanzieri inebriati dalla sete di guadagni apparentemente facili, la scarsa oculatezza delle grandi imprese, l’insipienza di chi lo ha preceduto alla guida dell’America, ma lui e la sua squadra che cosa intendono fare? Stimolare la ripresa, frenare la caduta dei valori immobiliari dopo il disastro dei mutui, risollevare il sistema bancario, aiutare la grande industria, in particolare quella dell’auto (General Motors, 266.000 dipendenti, è sull’orlo del fallimento), la riduzione del deficit pubblico. E poi, le riforme promesse, le energie alternative al petrolio, la sanità, la scuola. “Un’agenda ambiziosa”, ha detto davanti al Senato, Ben Bernanke, presidente della Federal Riserve (Fed). Bernanke, che nel novembre dello scorso anno - quando la crisi era in piena espansione - aveva dichiarato al Congresso che il peggio era passato e la crisi si stava stabilizzando, e poi si era scusato ammettendo di essersi sbagliato, ora si è fatto furbo e sceglie la prudenza. “E’ meglio - ha detto - agire con decisione oggi per risolvere i nostri problemi. L’alternativa potrebbe essere una prolungata stagnazione economica che non solo contribuirebbe a un ulteriore deterioramento della situazione fiscale, ma implicherebbe anche bassa produzione, bassa occupazione e bassi redditi per un lungo periodo”. Tutto ovviamente giusto. Ma dopo le parole occorrono i fatti.

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