Come dimostra una recente ricerca, nel nostro Paese non esiste una vera e propria “emergenza baby gang” così come viene riproposta dai media. Il passaggio dalla ribellione alla delinquenza sarebbe influenzato dal modo in cui tali gruppi sono percepiti e rappresentati e dall’inadeguatezza delle risposte istituzionali, tutte sbilanciate sul piano repressivo. Doppia intervista alle criminologhe Stefania Crocitti e Rossella Selmini

Com’è nato il vostro interesse sulle “gang” di giovani?

(Stefania Crocitti – Rossella Selmini) Il nostro interesse per questo tema – uno dei grandi classici della criminologia – risale al 2010, 2011. Oggi le bande giovanili godono di forte visibilità mediatica e attirano l’attenzione della politica. Anche in passato, il fenomeno è emerso a più riprese come motivo di preoccupazione per la sicurezza urbana, seppure in modo più episodico. Uno di questi momenti coincide con i primissimi anni della seconda decade del Duemila, quando nelle città italiane, soprattutto del Nord, si diffuse un allarme riguardo alle cosiddette “gang latine”. Già allora non mancavano studi importanti, come per esempio a Genova le ricerche etnografiche di Luca Queirolo Palmas. Nel 2012, abbiamo condotto la nostra prima indagine nel contesto emiliano-romagnolo e, a distanza di dieci anni, abbiamo ripreso il tema con una nuova ricerca, i cui risultati – insieme ad altri studi – sono confluiti nel volume.

Quali Enti vi hanno supportato?

(SC) In primis, la Regione Emilia-Romagna, da sempre attenta ai processi che attraversano il territorio sul piano della sicurezza urbana, che ha scelto di collaborare con l’Università per comprendere cosa stesse accadendo nel mondo giovanile deviante. Accanto a questi stimoli istituzionali, come ricercatrici siamo state mosse dall’osservazione di un cambiamento più generale: la crescente stigmatizzazione e criminalizzazione della devianza giovanile, soprattutto quando assume forme collettive, che si tratti o meno di “bande”. In Italia le figure percepite come minacciose per la sicurezza urbana sono state tradizionalmente altre, come lo straniero, il povero, lo spacciatore. Negli ultimi anni, invece, vediamo una crescente attenzione mediatica, politica e istituzionale rivolta ai giovani, un gruppo che storicamente non rientrava tra i “pericolosi”. Il nostro interesse è nato, dunque, principalmente dalla sensazione che stesse cambiando qualcosa non tanto nel fenomeno in sé, quanto nel modo in cui la società costruisce e interpreta questo problema.

Cosa si intende esattamente per “gang”?

(RS) Una ricchissima letteratura scientifica – soprattutto angloamericana – ha affrontato la questione della trasgressione collettiva e della devianza giovanile. Già nel 1927, Frederic Thrasher, sociologo della Scuola di Chicago, studiando le bande giovanili della città (che definiva “gang”), mostrò come si trattasse di un fenomeno eterogeneo. Per Thrasher, la gang è un gruppo interstiziale che si forma spontaneamente e si integra grazie al conflitto. È caratterizzata da incontri personali, capacità di muoversi nello spazio come un gruppo e conflittualità, dallo sviluppo di una struttura interna, di solidarietà, di una autoconsapevolezza di gruppo e dell’attaccamento a un territorio determinato. Questa definizione ha segnato gli studi successivi e suggerisce due elementi fondamentali. Primo: la gang non è necessariamente un gruppo criminale. Nella definizione non compare alcun riferimento diretto alla criminalità. Si tratta di un’organizzazione spontanea di giovani che cercano spazi di socialità e di integrazione. Secondo: la gang può evolvere, diventare più strutturata e oppositiva. Il conflitto – con gli adulti, con l’autorità, in particolare la polizia, o con altri gruppi – è un elemento che contribuisce alla sua coesione interna. La stigmatizzazione può rafforzare l’identità del gruppo e favorirne la trasformazione in una banda più stabile.

 

Quali sono le differenze tra banda criminale e gruppo di strada?

(SC) La “banda criminale” è una variante della gang, quella in cui l’attività delinquenziale diventa…

di Michele Turazza