I tutori dell’ordine fanno il possibile per fronteggiare l’emergenza; date le risorse, persiste ancora una mancanza di organizzazione e prevenzione

Non è un momento facile per tutti noi. E quando cito tutti noi non mi riferisco solo ai colleghi della Polizia di Stato, ma soprattutto ai cittadini di questa nostra Italia che vivono un’epoca imprevista ed imprevedibile in cui i problemi che avevamo come sistema-Paese si sono amplificati terribilmente a seguito della pandemia da Coronavirus. I problemi di salute ricadono su un sistema sanitario oggettivamente in difficoltà per le dismissioni continue di investimenti pubblici nel settore e per la scelta scellerata di decentrare alle Regioni la competenza sul tema; i problemi delle aziende che producono beni e servizi, con una ricaduta sull’economia italiana e in particolare sulla tenuta occupazionale che sta comportando un crescente impoverimento di tanti strati della popolazione, legati ad un sistema industriale che fatica a modernizzarsi e i cui tassi di produttività risultano tra i più bassi in Europa. Se poi ci concentriamo su ciò che accade nella Pubblica Amministrazione, appare evidente come questo virus altro non sia che l’espressione più evidente di un “altro” virus già in essere da diversi anni all’interno del settore pubblico che possiamo declinare come stato di abbandono e di dismissione delle pubbliche utilità o di quello che più semplicemente potremmo chiamare bene pubblico.
Questa operazione di decadimento del comparto pubblico non incide con la stessa omogeneità su ogni settore, ma si diversifica a macchia di leopardo; abbiamo settori di eccellenza in ogni dove, nella sanità, nella ricerca, nell’istruzione, nell’attività di sicurezza interna ed esterna, ecc…, ma, per contrasto, esiste negli stessi settori una disattivazione di investimenti in infrastrutture e personale, molto più evidente, che sta di fatto determinando l’impossibilità a svolgere in maniera adeguata il raggiungimento dell’obiettivo del servizio pubblico, che è il soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. È sufficiente soffermarsi sulle strutture pubbliche dedicate a questo scopo: dalle caserme, alle scuole, agli ospedali, per citare gli edifici più sostanziosi; abbiamo dilapidato enormi somme di denaro pubblico e ci ritroviamo con un strutture fatiscenti, i cui costi di manutenzione restano esorbitanti e poco convenienti. Se poi passiamo al personale, in questi anni ci siamo invecchiati senza che sia stato previsto un ricambio adeguato dei quadri in ogni settore pubblico, con un deficit generazionale che rischiamo di dover pagare più avanti.
In tutto questo contesto si innesta la pandemia da Covid-19 che ha messo improvvisamente al centro dello scenario l’attività pubblica e l’urgenza dello Stato di rispondere alle richieste di sanità e di sicurezza della popolazione che questa patologia ha scatenato in modo dirompente ed imprevisto. Un collega mi rappresentava l’altro giorno come le forze di Polizia arrivano sempre seconde sia quando c’è da prendersi i meriti sia quando si scatena un’ondata di protesta: siamo gli eroi dopo i medici e tutto il distretto sanitario nella prima fase della pandemia e siamo quelli da condannare perché applichiamo le norme previste dai protocolli di sicurezza, contenuti nei DPCM di questi mesi, su quella parte di popolazione che vive questo periodo come un limite alla libertà personale. Questo comunque sempre successivamente ai “colleghi” del settore sanitario coinvolti sempre più spesso in episodi di violenza da parte di una cittadinanza sempre più stanca, frustrata e soprattutto disorientata rispetto ad un’informazione disomogenea sugli effetti di questo virus e su come difendersi.
Se ora entriamo nel tema della pandemia e su quello che determina nella sfera della sicurezza non può non sfuggire come sta continuamente aumentando la linea dei contagiati nel Dipartimento di PS degli operatori della Polizia di Stato e come questo stato di cose incida non soltanto sulla salute degli operatori, ma anche sugli aspetti psicologici con un sempre più pronunciato stato di malessere dovuto essenzialmente alle preoccupazioni generate dalla necessità di esporsi a rischi non solo personali ma che coinvolgono inevitabilmente le famiglie e gli affetti più cari degli appartenenti alle Forze di Polizia.
I dati sono impietosi: siamo arrivati a 3.963 casi di positività da Covid-19 riscontrati al 18 novembre nei dipendenti della Polizia di Stato (1012 solo nella settimana dal 11 al 18 novembre scorso), con incrementi consistenti nelle ultime settimane, con punte percentuali anche altissime in alcuni territori come la Valle d’Aosta all’11% del personale in servizio, Lombardia e Piemonte intorno al 5% e la Campania al 4%; quest’ultima regione nella sola settimana dal 11 al 18 novembre ha registrato un numero di contagi superiore al Lazio (224 casi in Campania contro i 220 del Lazio), pur disponendo di una forza organica di poco superiore ad un terzo di quella del Lazio stesso. Questi dati superano abbondantemente i livelli percentuali della popolazione attiva in questi territori a riprova del fatto che la funzione di polizia espone molto ai rischi derivanti dalla presenza di agenti biologici, come appunto i virus, dovuti al continuo impiego in modalità da contatto o quantomeno a rischio droplet, ossia sotto il metro di distanza.
La normativa sulla sicurezza sul lavoro in questi anni è stata affrontata spesso nel nostro Dipartimento più da un punto di vista formale che sostanziale ed è stata spesso messa in contrapposizione alle esigenze di servizio, non capendo che un buon servizio passa prima di tutto attraverso dinamiche di benessere lavorativo troppo spesso sottovalutate o che hanno campeggiato formalmente come obiettivi da raggiungere ma mai effettivamente praticate. A questo si aggiunge che neanche le organizzazioni sindacali di categoria hanno colto appieno le novità introdotte dalle normative sulla sicurezza sul lavoro, limitandosi spesso più ad utilizzare lo strumento come contrasto a Datori di Lavoro avversi all’applicazione delle norme, ma poco inclini ad utilizzare le medesime norme come mezzo per spingere ad un complessivo miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei colleghi.
Da questo punto di vista manca un’analisi completa su come affrontare l’attuale condizione epidemiologica da parte dei vertici del Dipartimento e come spesso accade si arriva sempre in affanno a fronteggiare l’emergenza per mancanza di organizzazione e prevenzione; ad esempio sul tema DPI (dispositivi di protezione individuale) come le mascherine, ci si è affannati a reperire un numero congruo per gli operatori, ma senza una formazione effettiva sull’uso, su quale mascherina è più indicata in relazione ai servizi svolti e quindi attraverso una vera e propria analisi del lavoro e dei rischi ad essa connessi così come previsto dalle attuali normative sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Anche sul tema dei termo scanner solo ultimamente si sta procedendo alla fornitura quando già dalla prima fase della pandemia a marzo ed aprile sarebbe stato necessario reperire tale strumento comunque utile a favorire una conoscenza immediata dei casi più evidenti per scongiurare un contagio più sostanzioso.
I settori esposti sono molteplici, dalle Questure ai Reparti Mobili alle Specialità tutte, ognuna soffre inevitabilmente di questa sgradita presenza del virus e nemmeno le Direzioni Centrali allocate nella Capitale e che svolgono principalmente attività burocratiche, risultano indenni anche per la scelta di non consentire un’efficace riorganizzazione dei servizi e delle attività che possa prevedere un maggior numero di dipendenti impiegato in attività di smart-working e soprattutto per più giorni a settimana; ciò comporta non solo un sostanziale intasamento degli uffici, ma soprattutto incide sul trasporto pubblico urbano ed extra-urbano in una città come Roma già palesemente in difficoltà nel far rispettare i protocolli di sicurezza che prevedono una presenza sui mezzi pubblici del 50%.
Da questo punto di vista lasciare la decisione ai singoli Datori di Lavoro ha, tra l’altro, creato delle evidenti discordanze tra uffici nell’applicazione dei protocolli a discapito della salute dei lavoratori coinvolti. Nel rispetto delle norme, risalta il palese scaricabarile dei vertici del Dipartimento sui Datori di Lavoro della problematica pandemica, limitando i propri interventi a generali applicazioni dei protocolli in essere con la necessità di intervenire, quando sollecitato, per chiarire meglio le nebbiosità di interpretazione.
Preoccupante è la situazione che riguarda il settore immigrazione in particolare nei centri d’approdo e di identificazione dove più spesso vengono segnalate carenze da un punto di vista sanitario che vedono coinvolti i colleghi del settore che di volta in volta si trovano ad operare in questi contesti.
Insomma un quadro non certo rassicurante, in cui possiamo anticipare che un probabile allentamento delle misure restrittive durante il periodo natalizio potrebbe determinare una recrudescenza del fenomeno virologico con rischi maggiori per i colleghi esposti al controllo del territorio e del rispetto delle disposizioni impartite dai DPCM.
Si sta pensando a tutto questo? L’Amministrazione si farà trovare pronta? Le organizzazioni sindacali faranno la loro parte, verificando e, se necessario, denunciando episodi e situazioni a rischio contagio per i nostri colleghi? Staremo a vedere. Anche perché se questa pandemia è stata paragonata alla guerra del nuovo millennio, parafrasando termini più adatti ai contesti militari, per andare alla guerra e vincerla ci vuole l’armamento giusto ed un comando all’altezza.

BELFAGOR
belfagor@poliziaedemocrazia.it

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