Dagli sgomberi dei centri sociali alla militarizzazione delle manifestazioni, emerge un progetto che rischia di compromettere i capisaldi dello stato di diritto e i diritti costituzionali di riunione e associazione. Le politiche di sicurezza messe in atto dal governo rischiano di alienare fasce sempre più ampie di popolazione che iniziano a percepire le Istituzioni non più come garanti bensì come apparati puramente repressivi
di Vincenzo Scalia – Università di Firenze
Dallo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale milanese, al nuovo ddl sicurezza, passando per le vicende relative ad Askatasuna, realtà torinese autogestita, si registra un notevole salto di qualità rispetto alla questione della sicurezza, così come era stata declinata negli ultimi 30 anni. Il governo attualmente in carica, forte di un consenso diffuso presso una parte consistente dell’opinione pubblica, della confusione che caratterizza le forze di opposizione, ha colto l’occasione per chiudere il cerchio su una tematica negli ultimi anni sempre più dibattuta a livello pubblico, nella misura in cui tenta di chiudere il cerchio tra criminalità di strada e dissenso. Si tratta di un’operazione forzata e pericolosa, che rischia di compromettere i capisaldi dello Stato di diritto.
Per comprendere questo delicato passaggio di fase, bisogna porre in rilievo quattro aspetti che connotano le politiche di sicurezza messe in atto dal governo Meloni: il ricorso ai prefetti, il rifiuto delle mediazioni, l’ampliamento costante delle fasce di popolazione e di comportamenti da classificare come criminali, l’aumento dei poteri delle forze di polizia. Il primo aspetto si è manifestato sia in occasione degli sgomberi delle realtà associative che durante le manifestazioni per la Palestina che hanno interessato le nostre città negli ultimi mesi.
La figura del prefetto, istituita da Napoleone III in Francia come articolazione periferica del potere governativo, in seguito riprodotta nella Prussia di Bismarck e introdotta anche nel neonato Stato sabaudo, negli anni era andata incontro a una ridefinizione del suo ruolo. L’aumento qualitativo e quantitativo della partecipazione dal basso, il formarsi di nuove istanze sociali, il decentramento amministrativo, avevano portato ad una ricollocazione dei prefetti all’interno di realtà locali le cui peculiarità andavano rispettate. Non a caso, la legge 20 del 1981, istituendo il CPOSP (Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica), aveva previsto la partecipazione di organi elettivi, come il sindaco e l’allora presidente della provincia, in un organo designato a progettare e implementare le questioni di ordine pubblico d’intesa coi rappresentanti della cittadinanza. Ultimamente, questa procedura, viene a bella posta ignorata.
Il potere centrale, nell’ottica di un rafforzamento dell’esecutivo, scavalca le istanze locali, evocando una legittimazione popolare che non esiste. La maggioranza attuale, non dimentichiamolo, è stata votata da un quarto degli elettori, e ha tratto vantaggio da una legge elettorale insipiente, promossa…
