Diventato un caso internazionale, la giustizia intorno all’omicidio del giovane ricercatore italiano sembra ancora molto lontana; un processo da portare avanti a tutti i costi, non solo per la famiglia Regeni

Il caso del brutale omicidio di Giulio Regeni, il dottorando italiano dell’Università di Cambridge trovato senza vita al Cairo il 3 febbraio del 2016 a pochi passi da una prigione dei servizi segreti egiziani, rimane ancora oggi in attesa di un verdetto giudiziario che riconosca ufficialmente le responsabili materiali e morali di una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica italiana ed il mondo accademico internazionale.

L’indagine

La Giustizia italiana, impegnata in questi anni a cercare di dare un volto ai responsabili delle torture e dell’omicidio del nostro concittadino, si è trovata di fronte ad un vergognoso muro di gomma da parte del regime di Al Sisi, resosi protagonista di depistaggi e resistenze di ogni tipo: il direttore dell’Amministrazione generale delle indagini, Khaled Shalabi in prima battuta escluse addirittura la natura violenta della morte dell’italiano, aprendo un’indagine per incidente stradale. Sarà poi la procura italiana, al rientro della salma, a certificare le numerose e violente torture e mutilazioni a cui era stato sottoposto Giulio Regeni. Il Cairo intanto cambiava prontamente la versione ufficiale, ipotizzando prima un omicidio a sfondo omosessuale e poi l’uccisione per mano di spie dei Fratelli Musulmani, compiuto per mettere in cattiva luce il regime di Al Sisi.

Adriano Manna

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