In una città paralizzata e militarizzata sono partite le tanto discusse Olimpiadi Invernali. Un weekend di fuoco per Milano, tra residenti in fuga, mobilitazioni di protesta, traffico in tilt e lo “spauracchio” della sicurezza
Non poteva essere più “polarizzante” la vigilia di queste Olimpiadi Invernali. L’inaugurazione di Milano Cortina 2026, d’altronde, è arrivata in un momento piuttosto complesso: la polemica scoppiata intorno alla presenza dei vertici investigativi dell’ICE, i freschissimi fatti di Torino e le contrastanti “narrazioni” che ne sono scaturite, con un dibattito pubblico completamente falsato dalla propaganda securitaria del governo, simultaneamente (e non a caso) con l’approvazione delle nuove misure del decreto sicurezza, tra cui il tanto discusso “fermo preventivo”, e infine le improbabili rievocazioni storiche (fobie novecentesche) che veramente poco hanno a che fare con le odierne manifestazioni di dissenso, non hanno fatto altro che generare un esasperato clima di allarme intorno ai movimenti di protesta che da anni criticano l’enorme speculazione, i danni ambientali, gli sprechi di queste Olimpiadi.
Un “gioco delle parti”

Le “premesse” non finiscono qui. A pochi giorni dall’inaugurazione di San Siro, la ministra del Turismo Daniela Santanché, interpellata sulle possibili contestazioni di Milano, aveva commentato così: «Non so se sono italiani o cos’è che vogliono (…). Perché bisogna tifare contro le Olimpiadi? Siamo tutti italiani, abbiamo tutti la maglia della nazionale: tifiamo Italia (…). Ma dov’è il nostro orgoglio italiano?». La ministra ha fatto poi il bis criticando apertamente l’artista Ghali, sempre nel suo stile: «Chi fa polemiche se ne vada a casa».
Meno “acide” le parole di Giovanni Malagò: «All’inizio c’erano preoccupazioni ma fino ad adesso non c’era mai stata un’Olimpiade dove le proteste e le polemiche sono state così basse». Anche le dichiarazioni dell’ex presidente del CONI (escluso all’ultimo momento dall’esecutivo del Comitato Olimpico), sembrano in parte contribuire a una sorta di “gioco delle parti”: da un lato il governo mette benzina sul fuoco sul piano della sicurezza; dall’altro si cerca di minimizzare la portata della protesta.
Allarmismo, orgoglio nazionale, rasserenamenti… un quadro un po’ eclettico, a cui non poteva mancare una cornice ad hoc, fabbricata ad arte dai media. All’indomani degli scontri torinesi, infatti, molte testate giornalistiche già parlavano di “antagonisti” (qualcuno ha ricominciato a chiamarli nostalgicamente black bloc) pronti a mettere a ferro e fuoco il capoluogo lombardo. Il Corriere della Sera, in un articolo del 3 febbraio incentrato sull’Operazione Giochi sicuri, si era perfino sbilanciato titolando così: “In due cortei gli antagonisti cercano di agganciare i maranza”. Previsione tanto fantasiosa quanto azzardata, decisamente andata fuori bersaglio. Di altri esempi, sul web e sulla carta stampata, ce ne sarebbero a decine, per non parlare dei dibattiti scaturiti nei talk show televisivi prima e dopo la manifestazione di sabato pomeriggio, ma la questione meriterebbe una riflessione a parte.
Purtroppo a una narrazione “fuorviante” non si pone facilmente rimedio. Questi “non italiani”, questi “antagonisti”, questi “guastafeste”, non sono quei pericolosi black bloc di cui si parla tanto e fa comodo parlare, bensì, per sintetizzarla con le parole di Francesca Bellini, redattrice di Altreconomia, sono «reti di soggetti che si sono mobilitati dal basso per promuovere una contro narrazione rispetto alla retorica celebrativa delle Olimpiadi».
Le Olimpiadi “insostenibili”
Come sentiamo da anni, da quando Milano e buona parte delle località dell’arco alpino si sono aggiudicate il prestigioso evento (era il 2019), non si è fatto altro che parlare di Olimpiadi “sostenibili”. Una sfida importante, che il capoluogo lombardo aveva tutti i “numeri” per affrontare con criterio. Tuttavia, anche una città come Milano, dove tutto “funziona” in orario, dove le persone guardano ossessivamente l’orologio mentre ti parlano, ha le sue contraddizioni, le sue aree da riqualificare, i suoi impianti dismessi ecc… E neanche Milano, capitale “economico-finanziaria” italiana per eccellenza, è immune dalla speculazione edilizia, dallo scellerato consumo di suolo: queste Olimpiadi non hanno fatto altro che confermare queste problematiche. Ma c’è appunto chi da anni, tanto nella città quanto nelle località montane interessate dalle Olimpiadi, osserva e contesta il fenomeno e che proprio in questi giorni ha fatto sentire la propria voce.
«Lo scopo è quello di contestare l’operazione Milano-Cortina 2026 consapevolə che la questione delle Olimpiadi Invernali 2026 è evidentemente complessa e tocca una molteplicità di aspetti: da quello sportivo a quello abitativo, passando per lo sfruttamento lavorativo, il cambiamento e la gentrificazione della città così come il consumo di suolo, ma anche quanto accade all’ambiente e contesto montano. In sostanza, le Olimpiadi sono paradigmatiche di un modello di sviluppo che quotidianamente proviamo a contrastare e modificare, in quanto insostenibile sul piano economico, climatico, ambientale e sociale».
A scrivere queste righe è il Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO, sigla che fa il verso al Comitato ufficiale), una rete che raccoglie realtà piuttosto eterogenee ma unite nella contestazione verso la manifestazione olimpica: si passa dallo sport popolare alle comunità montane, dagli escursionisti ai militanti in lotta per il diritto all’abitare, finanche associazioni ambientaliste locali e nazionali. In poche parole, la “comunità”, ossia chi non vede i benefici (ma che dovrebbe accontentarsi dello “spettacolo” e del “prestigio nazionale”) ma paga solo i costi.
Ignorate sostanzialmente dal dibattito pubblico, le istanze portare avanti dal CIO non lasciano spazio a mezze misure. Denunciano l’evidente «gestione privatistica» di ingenti finanziamenti pubblici destinati ai grandi eventi, come appunto le Olimpiadi, «che sfugge ai normali organismi di controllo amministrativo, contabile e ambientale. Nel caso di Milano-Cortina 2026, le spinte sono venute soprattutto dal blocco di potere economico-finanziario che, da oltre un decennio, sta beneficiando della trasformazione di Milano e della sua corsa sfrenata allo sviluppo immobiliare, alimentato da politiche urbane attente solo ad attrarre capitali e nuovi abitanti ad alto reddito e a far crescere i flussi turistici e il posizionamento globale della città a colpi di eventi».
Alla speculazione edilizia si somma l’impatto ambientale nei territori montani. La costosissima pista da Bob, realizzata a Cortina, che ha comportato l’abbattimento di un bosco di almeno 500 larici, è diventata il simbolo del deturpamento e, non ultimo, dello spreco. Alla faccia del programma di “sostenibilità e legacy” promosso dalla Fondazione Milano Cortina 2026, l’ente organizzatore dei Giochi. Basterebbe andarsi a rivedere le numerose inchieste pubblicate dalle principali realtà ambientaliste italiane, tra cui Greenpeace, Legambiente e Italia Nostra (“nemici dell’Italia” pure loro?) per prendere seriamente atto delle problematiche che in questi anni hanno interessato il paesaggio alpino, già compromesso dal cambiamento climatico in corso. A tal riguardo, segnaliamo ai lettori l’interessante film-documentario “Il grande gioco” (2025), prodotto da Laboratorio Off Topic in collaborazione proprio col CIO, e il report “Open Olympics 2026” lanciato da Libera e da molte altre associazioni.
Olimpiadi “insostenibili” ma soprattutto “inaccessibili”. Non si è parlato abbastanza dei costi proibitivi per assistere alle competizioni sportive (già si parla di flop in alcune occasioni), mentre a pochi giorni dall’inaugurazione dei Giochi i prezzi degli affitti brevi (non solo a Milano) stanno già crollando. “L’effetto Olimpiadi”, insomma, non sembra aver funzionato. L’argomento calza perfettamente con una delle istanze portate avanti dalle realtà di sport popolare milanesi coinvolte nella protesta. Emblematico, al riguardo, questo passaggio pubblicato dal CIO: «Non sosteniamo la narrazione, che spesso accompagna i Giochi olimpici, di un momento in cui si propone la retorica dell’avvicinamento di nuove persone agli sport, anche nuovi. Gli sport che ci lasciano in eredità le Olimpiadi invernali sono al contrario inaccessibili allə più, svolti in impianti economicamente cari nella costruzione e con elevati costi di accesso o fruizione, che escludono la maggior parte delle persone. Ma anche nella metropoli Milano, lo sport per tutte e tutti è sempre più negato dalla privatizzazione dei centri sportivi e ricreativi comunali. A questo ci opponiamo e rivendichiamo invece uno sport accessibile da diversi punti di vista, prima di tutto quello economico».
“Con Milano non si gioca”

Nella tre-giorni di apertura dei Giochi olimpici, una Milano completamente paralizzata dal traffico, dal blocco della viabilità e di una parte del servizio pubblico, nonché ultra “presidiata” da un incredibile apparato di forze dell’ordine (almeno 2mila gli agenti impiegati sulle strade, senza contare il servizio di intelligence), ha vissuto un vero e proprio weekend di passione. Ma quello che più è risaltato agli occhi è stata la diversa percezione della città rispetto a un evento così importante.
Da un lato la solita Milano dei turisti, delle istallazioni pubblicitarie delle Olimpiadi posizionate un po’ ovunque nelle zone strategiche (centrali e periferiche), fino alle sterminate file per raggiungere San Siro per assistere alla tanto discussa quanto spettacolare inaugurazione di venerdì sera. Dall’altro una fuga generale dalla città di buona parte della popolazione milanese, come ci fa notare già nella mattinata di venerdì un esercente di un bar sito nella periferia est: «Strade, metro e scuole chiuse, son tutti andati via, oggi non si vede nessuno qua». In mezzo, grosso modo ignorata dai mass media, c’è stata una Milano che ha partecipato con determinazione alle mobilitazioni di protesta.
I primi a muoversi sono stati i collettivi universitari che nella serata di giovedì hanno contestato il passaggio della Fiaccola olimpica dai giardini della Statale. Principale oggetto della protesta la partecipazione della delegazione israeliana ai Giochi (lo slogan era Show Isreal the red card), nonché per «denunciare – riprendendo un comunicato del CIO – la presenza dei suoi sponsor complici del genocidio, a partire da Leonardo ed Eni». Tra fumogeni, cori, luci blu e sirene spiegate delle forze dell’ordine, la Fiaccola ha costeggiato molto “velocemente” il recinto della Statale per poi proseguire il suo percorso.
Quasi a voler dare una tregua, dopo l’incessante pioggia di giovedì notte, il cielo ha risparmiato Milano per tutto il fine settimana, regalando anche qualche leggero sprazzo di sole. Nella mattinata di venerdì i collettivi studenteschi si sono radunati davanti al Politecnico, per poi sfilare pacificamente in corteo in direzione di Parco Trotter. Oggetto principale della contestazione, a cui hanno partecipato i collettivi di diversi licei milanesi, la presenza dei vertici investigativi dell’ICE, questione in parte “sgonfiatasi” rispetto alle settimane precedenti ma che non farà smettere di discutere. Nel mirino delle proteste anche le eccessive misure di sicurezza adottate in città, tra cui, non ultima, la chiusura di alcuni istituti scolastici.

Sempre nella tarda mattinata di venerdì è girata rapida la notizia dell’occupazione del Palasharp, nei pressi del quartiere di Lampugnano. Trattasi del vecchio Palatrussardi, costruito a metà degli anni ’80 e utilizzato soprattutto per eventi musicali fino al 2011; negli ultimi 5 lustri il palazzetto è stato impiegato saltuariamente come sede della moschea e come rifugio per i senza tetto, mentre le richieste di riqualificazione da parte dei residenti sono sempre cadute nel vuoto. La tensostruttura negli ultimi anni è rimasta completamente in disuso e in stato di abbandono. Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi si era tornati a parlare di riqualificazione (e di un possibile utilizzo per le competizioni di hockey) ma per i costi troppo elevati si è preferito costruire una nuova struttura, il Milano Ice Park. Occupato dagli attivisti del CIO («abbiamo appena liberato l’ennesimo spazio pubblico lasciato abbandonato, in attesa di privatizzazione»), nel finesettimana il Palasharp è stato utilizzato come sede delle “Utopiadi”, ossia di iniziative di sport popolare accessibili a tutti.
La mobilitazione di venerdì si è conclusa a poche ore dall’inaugurazione dei Giochi. Nella presidiatissima zona di San Siro, alcune centinaia di attivisti dei movimenti di lotta per il diritto all’abitare hanno sfilato in corteo per la “fiaccolata anti olimpica” senza creare disagi per l’ordine pubblico.
I «nemici dell’Italia»

Mentre nella mattinata seguente montavano già le prime polemiche sull’inaugurazione di San Siro, la città si preparava al corteo del pomeriggio, con partenza prevista nei pressi di Porta Romana. Confrontandoci con alcuni partecipanti ed attivisti milanesi, abbiamo appreso che non c’erano grandi aspettative per quanto riguarda i numeri della partecipazione; nonostante la “chiamata nazionale” si temeva dunque un flop, tanto per la massiccia presenza degli apparati di sicurezza, quanto per lo “scomodo” precedente di Torino della settimana prima. E invece, sotto un timido sole di primo pomeriggio, Piazzale delle Medaglie d’Oro si è riempito di manifestanti. Alla fine gli organizzatori stimeranno circa 10mila persone partecipanti.
Come introdotto nel comunicato del CIO, la piazza era «una piattaforma ampia e plurale», nel senso che c’era un po’ di tutto: dall’Associazione Escursionisti Proletari (APE) ai militanti di Rifondazione Comunista, dai sindacalisti del CUB ai movimenti in solidarietà della Palestina, dai gruppi di sport popolare milanese ai collettivi studenteschi. Riprendendo il comunicato del CIO, c’erano «abitanti dei quartieri popolari e comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, attivistə che da anni lottano per la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a danno dei molti». Dietro al furgoncino del Comitato, il corteo è stato aperto dalla “Marcia dei Salici” dell’APE, tanti piccoli alberi di cartone che richiamavano lo scempio ambientale per la costruzione della suddetta pista da bob di Cortina. A seguire e a rallegrare la partecipata manifestazione una banda musicale e danzante di murga.
Il corteo è stato contrassegnato da una serie di azioni dimostrative. Arrivati all’altezza dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana, privatizzato per lasciar posto al villaggio olimpico, si temeva la possibilità di una deviazione non autorizzata di alcuni manifestanti che, invece, si sono limitati al lancio di alcuni fuochi pirotecnici nell’area dei binari (nel comunicato si legge ironicamente «sanzionamento pirotecnico»). Il corteo ha poi proseguito sul percorso autorizzato.

Dopo aver esposto uno striscione sul ponteggio di un palazzo in ristrutturazione con la scritta “ICE out of Milan”, giunti nel quartiere popolare di Corvetto i manifestanti si sono fermati in piazza Ferrara. «Abbiamo segnalato la chiusura e la privatizzazione del mercato comunale di piazza Ferrara, simbolo dei piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere». Chiuso definitamente poche settimane fa, il vecchio stabile che ospitava il mercato è stato coperto da diversi striscioni, tra cui uno con su scritto “lunga vita ai quartieri popolari”.
Una nota “di colore”. Mentre era in corso l’atto dimostrativo del mercato, ci siamo avvicinati ad alcuni giovani del quartiere, di chiare origini nordafricane, che sostavano davanti a uno dei minimarket della piazza. Non avranno avuto neanche diciotto anni, chiaramente non stavano prendendo parte al corteo. Uno di loro esclama con fare ironico: «Ma dategli fuoco a questo mercato!». Ecco, ripensando al succitato articolo del Corriere, questo forse è l’unico aggancio tra “antagonisti” e “maranza” (ammesso e non concesso che si debba chiamarli così): niente di sovversivo, stiamo a metà tra la goliardia e il folklore.

Il corteo ormai ha raggiunto il cuore di Corvetto, di fronte si vede la sopraelevata della tangenziale. Siamo sostanzialmente alla fine del percorso ma per le cronache nazionali (secondo quanto si è sentito e ricostruito sui media nazionali) la manifestazione inizia solo in questo momento. Seguiamo un gruppo di fotografi e videomaker che, precipitosamente, punta alla testa del corteo che guarda alla rampa che sale nel tratto finale della tangenziale: un gruppo di antagonisti (ci adeguiamo al corrente gergo giornalistico) a volto coperto cerca di avanzare in direzione dell’ingente blocco operato dalle forze dell’ordine, con lo striscione recante la scritta “Know your enemy”. L’avanzata è supportata ancora una volta da un fitto fuoco pirotecnico e dall’esplosione di qualche petardo che rimbomba tra i pilastri sottostanti la tangenziale. Avanzata che dura poche decine di metri, fermata dagli idranti della polizia che carica i pochi rimasti dietro lo striscione; nel corso della carica vengono fermate sei persone, denunciate e rilasciate nel giro di poche ore.
Il tutto si è esaurito nel giro di dieci minuti. In serata alcuni telegiornali e talk show hanno parlato di “guerriglia a Milano”. Il termine guerriglia ovviamente è improprio ed eccessivo, non solo (fortunatamente) per la scarsa rilevanza degli scontri in sé, tanto che le forze dell’ordine ci hanno messo veramente poco a reprimere il tentativo di sfondamento dei manifestanti, ma perché a Milano, sabato pomeriggio, c’è stato molto di più.
Ma fa parte del gioco, del gioco delle parti. Domenica e lunedì si è tornati alla musica di tutti i giorni, a volume altissimo. Secondo Giorgia Meloni e il suo partito chi manifesta contro le Olimpiadi è un “nemico dello Stato” oppure “con Fratelli d’Italia la sicurezza è una priorità” e via dicendo. I sabotaggi, le azioni isolate, non fanno che buttare benzina sul fuoco, un fuoco che arde con fiamme sempre più alte e che rischia di incenerire tutto, anche le istanze sociali più importanti.
Resta a noi, in quanto cittadini, comprendere e condividere queste istanze, perché ci riguardano tutti. “Riconoscere il nemico”, come recitava lo striscione dei collettivi milanesi, non significa incappucciarsi e fronteggiare gli agenti, bensì individuare i problemi della collettività e chiedere il rispetto dei diritti di tutti. E su questo fronte, visti i tempi, bisogna darsi molto da fare.
di Matteo Picconi
