Cosa sta accadendo negli istituti di pena dello Stato italiano? Perché i detenuti si tolgono la vita e il numero dei suicidi in carcere è 20 volte superiore a quello che si registra fuori?

Agosto in galera è il mese peggiore dell’anno. Non è solo per il caldo torrido che arroventa il ferro ed il cemento di cui è fatto il carcere e che fa ribollire gli animi di chi ci vive dentro, siano detenuti o assistenti penitenziari. In questo mese ogni attività viene interrotta e il detenuto vive un senso di abbandono così forte da sentirsi inadeguato, inutile, disperato e così un male latente prende sempre più corpo, ogni cosa si accentua nella mente fino a spingerla al gesto estremo.

Nel mese di agosto abbiamo registrato 15 suicidi, uno ogni due giorni. In Italia il numero dei suicidi in carcere è 20 volte superiore a quello che si registra fuori. A togliersi la vita, sono soprattutto i giovani tra i 20 e 30 anni. Nel numero di aprile avevamo già evidenziato come le disastrose condizioni in cui versano i detenuti nelle carceri dello Stato Italiano contribuiscano ad amplificare le sofferenze ben al di là della privazione della libertà. Cinquantotto suicidi tra le sbarre in soli sette mesi dovrebbero farci fermare, riflettere, analizzare lo stato delle cose. Si, perché dietro i numeri, dietro le statistiche ci sono le singole persone con le loro famiglie le loro storie; persone che hanno sbagliato ma che dovevano essere rieducate mediante un apposito programma trattamentale per poter essere reinseriti in società dopo aver scontato la pena. Invece hanno deciso di togliersi la vita; alcuni erano ancora in attesa del primo grado di giudizio; cioè erano “ancora” innocenti.
In 22 anni, sono morti suicidi in carcere 1.280 detenuti. La prima domanda che dobbiamo porci è se le leggi, le istituzioni, i cittadini vedano davvero nel detenuto una persona da rispettare, educare, reinserire in società. La Costituzione dice proprio questo e lo Stato dovrebbe esserne garante. Occorre ricordare che ogni singolo detenuto è affidato in custodia allo Stato che ne è il responsabile al di là delle posizioni politiche del Governo in carica. Fedor Dostoevskij, e prima di lui Voltaire, scriveva: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri»; si tratta di civiltà, quindi, e non di politica.

Vittorio Rizzo

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