Vent’anni di scrittura tra cronaca e storia, seguendo l’eredità di un fondatore che scelse di aggiungere una “H” alle regole del giornalismo: Franco Fedeli, partigiano, fotoreporter e giornalista, direttore di Nuova Polizia e Riforma dello Stato prima e di Polizia e Democrazia poi. Un ricordo dell’uomo e un omaggio alle sue riviste nel cinquantesimo anniversario dalla fondazione
di Lorenzo Baldarelli
Ogni scuola di giornalismo insegna la regola delle cinque W (Who, What, When, Where e Why). In Italiano significano: Chi, Cosa, Quando, Dove e Perché. In questo giornale, però, pochi hanno frequentato le rinomate scuole di giornalismo italiano. Come i filosofi presocratici, come Talete che guarda il porto di Mileto, siamo sempre partiti dalle “storie”, illuminati solo dall’esempio del fondatore della nostra rivista: Franco Fedeli. Abbiamo preferito aggiungere una H (How, Come). Il noto metodo Kipling, famoso scrittore britannico, che scrisse dei suoi sei domestici onesti che gli hanno insegnato tutto. I loro nomi sono: Cosa, Perché, Quando, Dove, Chi e Come. Questo metodo di risoluzione di problemi, usato sia dalle grandi aziende, sia in psicologia e in neuroscienza, a noi è stata insegnato dall’esempio di Franco Fedeli. Questo articolo vuole essere un omaggio a lui, alla storia di Nuova Polizia, prima, e Polizia e Democrazia, poi, e a tutti i collaboratori che hanno seguito quell’esempio.
Eravamo nel primo decennio del nuovo millennio, il mondo occidentale ancora viveva nell’illusione di essere un paradiso in cui ci si doveva solo interessare di economia e problemi interni. In quel periodo alternavo lo studio in biblioteca della Storia e il sole della “vasca”. Siamo all’Università di Roma Tre, Lettere e Filosofia, appena inaugurata. Non ci sono ancora molti studenti, quasi ci si conosceva tutti. Tra una doccia di sole e l’altra conosco Eleonora Fedeli. Abbiamo due passioni in comune: leggere e combattere. Diventiamo subito amici e poco dopo mi fa una proposta: «Sai, mia madre lavora in un giornale. Ti andrebbe di scriverci qualche volta?». Cari lettori saprete bene quanto sia ironica la vita. All’epoca io sognavo di fare il giornalista ed Eleonora, invece, sognava di fare la scrittrice. Vent’anni dopo, lei è una delle più brave giornaliste italiane, lavora a Sky, e io sono un mediocre scrittore. «Così va la vita».
Comunque accetto immediatamente l’offerta e mi metto a scrivere il mio primo articolo. Numero 128 di Polizia e Democrazia, giugno 2009; scrivo un pezzo con riferimenti storici sulle ronde della Lega (“Una ronda non fa sicurezza”), un articolo su una mostra di Hiroshige e un coccodrillo sulla morte di Michael Jackson (“Morte del Peter Pan del pop”). Comunque la cosa mi piace, finalmente posso scrivere di problemi della mia società con uno sguardo da storico, posso scrivere tanto e senza censure. Dopo poco comincio anche ad andare in redazione a conoscere gli editori, i collaboratori, le segretarie e, soprattutto, la madre di Eleonora: Maria Angela Boggioni, la memoria vivente di questo giornale; è lei che mi ha parlato di Franco Fedeli e di come il “Come” conti nel giornalismo e nella vita.
Militarizzazione, controllo, politicizzazione e modernizzazione

Tra il 1969 e il 1981 la polizia italiana visse un «movimento democratico che condusse il Corpo a una riforma profonda». Per oltre un decennio, poliziotti e società civile si batterono per il superamento del modello state police, come è spiegato egregiamente nella tesi di dottorato di Michele Di Giorgio, orientato più alla difesa dei governi che alla gestione sociale dell’ordine pubblico. All’epoca, gli agenti soffrivano per «diritti ridotti, pesantezza dell’impiego» e una cronica inefficienza. La militarizzazione risaliva al 1943; tale scelta impose agli agenti «una rigida disciplina militare» che, unita a paghe basse e addestramento inadeguato, comprometteva l’efficienza del Corpo. Tra il 1948 e il 1960, la gestione della piazza fu brutale: «novanta manifestanti e sei poliziotti trovarono la morte» in scontri violenti, culminati nei fatti di Reggio Emilia del 1960.
Anche la sorveglianza interna era intensa e diffusa. Dopo il 1948, l’epurazione dei partigiani portò a una «sorveglianza politica asfissiante finalizzata ad omologarli ideologicamente». Emblematico il caso di un commissario a Napoli, per il quale il prefetto chiese l’allontanamento immediato perché ritenuto vicino all’ANPI: Di Giorgio, nella sua preziosissima tesi, riporta anche una seconda comunicazione, scritta il 6 agosto 1954 e classificata come “riservata urgentissima”. In questo caso il prefetto di Napoli ringraziava il Capo della polizia Carcaterra per la telefonata effettuata ma ribadiva che l’allontanamento del commissario era prioritario: «Sono situazioni su cui non intendo assolutamente transigere, ragione per cui ho invocato dalla tua cortesia, che non ha trovato rispondenza alle mie richieste, la adozione di provvedimenti immediati ed urgenti. Ogni dilazione potrà dar luogo ad interferenze […]. Intendo scongiurare pericolo che voci del genere dilaghino anche tra organi della Nato con i quali il [M.] ha continui rapporti non solo per le operazioni di sbarco armi PAM ma anche per il movimento continuo di carattere strategico e tattico delle flotte atlantiche che qui fanno capo. Comunque non desidero esporre il Paese a pettegolezzi o critiche che possano in ogni caso formare oggetto di accertamenti da parte di elementi dello spionaggio straniero. Ecco perché ho detto ripeto e confermo che se non si provvede subito allo allontanamento del [M.] dal porto provvederò io nel senso che lo solleverò dalle attuali funzioni di dirigente dello scalo marittimo e così risolverò le eventuali ultime perplessità di quel povero diavolo dell’Ispettore Generale Capo di P.S. [R.] che tu mi hai messo tra i piedi senza mia richiesta e che in poche ore non ha accertato o voluto accertare un bel nulla (sia detto senza malignità). Ti prego perciò di non ritardare sia pure di un giorno l’accoglimento delle mie proposte».
Insomma, l’orientamento politico degli agenti, in piena guerra fredda, era una «questione degna della massima attenzione da parte dei vertici della PS e del Governo». L’obiettivo dello Stato era creare un «corpo omogeneo e sostanzialmente allineato (anche) dal punto di vista ideologico».
Negli anni ’60, sotto Angelo Vicari, iniziò una modernizzazione tecnica riassunta nello slogan “La Polizia al servizio del cittadino”. Nacquero l’Accademia di PS (1964) e il 113, definito “un nuovo modus operandi per coordinare l’azione delle Forze dell’ordine”. Tuttavia, queste riforme rimasero «di natura tecnocratica e non intaccarono le problematiche operative più gravi», lasciando il corpo privo di una vera democrazia interna.
Negli anni ’70, i problemi divennero esplosivi: «assenza di democrazia, mancanza di formazione, disorganizzazione e militarizzazione». Gli agenti venivano spesso usati come «cameriere, famiglio, sbrigafaccende» (i cosiddetti sciacquini) anziché per compiti d’istituto. Franco Fedeli denunciò duramente questa inefficienza che portava a morti evitabili: «I lavoratori di polizia continuano a morire sotto i colpi dell’inefficienza istituzionalizzata del Corpo».
La scintilla

Il movimento per la smilitarizzazione nacque clandestinamente grazie a gruppi di Carbonari (così si autodefinirono i poliziotti del movimento). La scintilla fu la morte dell’agente Antonio Annarumma a Milano (1969), «sangue di un ragazzo del Sud», come scrisse Fedeli, caduto durante scontri di piazza.
Sebbene il governo tentasse di placare il dissenso con aumenti salariali (operazione «ingrasso»), il malessere restò radicato. Il 21 ottobre 1971, la marcia silenziosa degli agenti a Torino segnò un punto di rottura contro «la rigidità dei regolamenti e le privazioni della vita in caserma». Grazie a Franco Fedeli e alla rivista Ordine pubblico, le istanze della base trovarono finalmente voce. Ma cosa chiedevano i poliziotti? Fedeli rispondeva: «Vogliono anche – e a ragione – il rispetto non solo della divisa, ma anche della personalità umana».
La fase della clandestinità, i Carbonari
All’inizio degli anni Settanta, il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza fu costretto ad agire nell’ombra. Come documentato da Di Giorgio, tra il 1972 e il 1974 i nuclei degli agenti democratici si riunivano in luoghi impensabili per sfuggire ai controlli: «stazioni, chiese, ospedali, bar, mercati generali, abitazioni [e] persino cimiteri». Questa cautela estrema rese il movimento «invulnerabile» prima del debutto pubblico.
La transizione verso una fase organizzata avvenne grazie alla rivista Ordine pubblico e al “Comitato studi per il riordinamento della polizia”, che mirava all’«elaborazione di proposte concrete per una riforma radicale dell’istituto» e alla libertà sindacale. Il 1974 segnò una maturazione ideologica: non si lottava più solo per il salario, ma per una vera «rivoluzione culturale». Come ricordato da Orlando Botti, in un’intervista rilasciata nel 2014, «non era soltanto l’aspettativa del denaro che ci muoveva». L’obiettivo era una Polizia basata su «cultura, disponibilità per il cittadino e rispetto delle regole», trasformando l’agente da “nemico” a lavoratore con dignità, in una «garanzia di uguaglianza tra cittadini e poliziotti».
Nonostante la ferma opposizione del Ministro Luigi Gui, che negava ogni dialogo poiché la creazione di sindacati «urta contro espresse e tassative disposizioni di legge», il movimento sfidò il Viminale. Nel marzo 1974 pubblicò il “Manifesto programmatico della Polizia” chiedendo la «smilitarizzazione del Corpo» e la neutralità politica. Il culmine fu l’assemblea all’hotel Hilton di Roma (21 dicembre 1974): oltre duemila poliziotti si riunirono in quello che per molti fu «il più bel Natale», denunciando finalmente le «storture dell’istituzione». Per rassicurare la politica, il movimento accettò la «rinuncia ufficiale e definitiva al diritto di sciopero», resistendo a un altro lustro di repressioni fino alla storica riforma del 1981.
Il giornalismo come avamposto della riforma della Polizia

La riforma non fu un processo lineare ma una battaglia culturale combattuta sulle riviste di settore. Fedeli, con la sua tensione ideale ereditata dalla Resistenza, trasformò il giornalismo in uno strumento di emancipazione. La rivista Ordine pubblico divenne il collettore del malcontento, agendo come «organo ufficioso, piattaforma segreta e centro di coordinamento» per i Carbonari. Questo legame attirò le ire del potere politico.
Maria Angela Boggioni, moglie di Fedeli, ricorda come la DC vedesse «con estremo timore quella spinta riformatrice». Per neutralizzarla, i vertici del Viminale spinsero l’editore Andrea Camilleri a licenziare Fedeli nel 1976: «Se noi licenziamo Fedeli […] probabilmente, questo movimento va scemando». Tuttavia, il licenziamento provocò una straordinaria «gara di solidarietà». Fedeli occupò la redazione per protesta: «Franco, con una brandina, dormiva all’interno della redazione», mentre i poliziotti di Roma facevano i turni per portargli «teglie di lasagne e tutto quello che poteva essere utile». Persino i tecnici SIP aiutarono gli occupanti installando abusivamente un apparecchio a gettoni per riallacciare la linea telefonica.
Sebbene il tribunale annullò il licenziamento definendolo politico, Fedeli scelse di fondare una nuova realtà: tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977 nacque Nuova Polizia e Riforma dello Stato. La rivista ebbe un successo enorme e divenne l’archivio vivente della battaglia verso la riforma del 1981. Nel primo editoriale, Fedeli scrisse che il titolo del nuovo mensile riassumeva «tutto il significato dell’impegno messo – da me e da tutti i redattori e collaboratori – in tanti anni di battaglie civili».
La nascita e la maturità di Polizia e Democrazia
La storia di Polizia e Democrazia rappresenta l’ultimo grande capitolo dell’epopea giornalistica iniziata da Franco Fedeli e portata avanti, dopo la sua scomparsa, da un gruppo di collaboratori storici e dall’editore Ugo Rodorigo. «Con il passare degli anni – ricorda Maria Angela Boggioni – l’editore Napoleone cominciò ad avere dei metodi di gestione editoriale che poco piacevano a mio marito e a tutti noi. Gli abbonamenti venivano procacciati con metodi poco etici. Si chiedevano soldi per gli orfani della Polizia e speculazioni simili».
Ecco che ritorna la H di How (come), vecchia amica di chi oltre a fare il proprio mestiere ha anche un’etica personale. «Franco», continua la moglie, «era stanco, voleva andare in pensione e godersi la famiglia». Ma il caso ha voluto che i due fratelli Rodorigo, che all’epoca si occupavano della distribuzione per Napoleone, si resero conto delle potenzialità e della storia dietro a Franco Fedeli e lo convinsero a continuare le sue lotte su un nuovo periodico. Fedeli, in fondo, aveva ancora altri obiettivi in mente: «la riforma della Polizia giudiziaria e della Guardia di Finanza». Come ricorda Boggioni, «anche in questa occasione tutti i suoi collaboratori lo seguirono senza pensarci molto». Nel 1994, anche se il primo numero uscì nel 1995, Ugo Rodorigo e Franco Fedeli fondarono Polizia e Democrazia. «Dopo solo un anno e mezzo – ricorda Boggioni – mio marito si ammalò e ci lasciò».
Per un breve periodo la rivista fu affidata proprio a Maria Angela Boggioni, ma visto che non era iscritta nell’albo dei giornalisti fu deciso di trovare un altro direttore. Il primo a cui si pensò fu Paolo Andruccioli, «un vecchio amico e collaboratore di Franco». Classe 1955, scrive sulla pagina economica del quotidiano Il Manifesto, è stato caporedattore dello stesso giornale e direttore responsabile della rivista di dibattito politico-teorico Il Passaggio. Come giornalista si è concentrato su fondi pensione, finanza etica e cooperazione. Maria Angela Boggioni ricorda il loro incontro: «gli ho spiegato [ad Andruccioli] che sarebbe stato un peccato chiudere per assenza di un direttore e che lui sarebbe stato perfetto. Mi ricordo che mi rispose che Franco aveva fatto tanto per lui quindi era un onore aiutarci». «Con lui – continua Boggioni – abbiamo lavorato molto bene, praticamente sulla stessa linea di Franco».
Per cinque anni, dal 2001 al 2005, Andruccioli guidò la rivista con al suo fianco Paolo Pozzesi, anch’esso collaboratore storico di Franco Fedeli e futuro direttore di Polizia e Democrazia. Pozzesi diresse la rivista dal 2005 al 2012. In quegli anni anch’io iniziai a scrivere; ricordo ancora l’incontro in redazione con lui. Era la mia prima volta di fronte ad un giornalista della vecchia scuola, uno di quelli che si erano costruiti la carriera camminando e telefonando, senza stare troppo seduti davanti ad un monitor. Paolo Pozzesi è morto nel 2012 e devo dire che in tutti noi ha lasciato un vuoto. «Un grande giornalista, veramente» ricorda Maria Angela Boggioni. Barbara Notaro Dietrich, giornalista professionista, collaboratrice dell’Accademia dei Lincei e del Corriere della Sera, lo ricorda così: «Paolo Pozzesi era il mago Merlino. E continua a esserlo. Nel corso di una conversazione qualsiasi, tirava fuori dal cappello azzurro nomi, vicende e saperi, e diventava inevitabile chiedersi se avesse vissuto una o cento vite». Un giornalismo stile Annales d’histoire économique et sociale, che partiva dalle storie e dalle esperienze. Anche Leandro Abeille, sociologo della sicurezza, criminologo, formatore e giornalista, ricorda Pozzesi: «Paolo è vivo. Almeno nei suoi scritti pieni di senso che lo portavano ad essere un passo avanti rispetto ad altri, grazie ad una visione del mondo che forse non esiste più ma che gli permetteva un’analisi logica dei fatti, basata sull’esperienza storica, senza pari».
Anche se Paolo non c’era più, con Maria Angela Boggioni in redazione la continuità del giornale non venne mai interrotta. Con gli editori si scelse quindi di valorizzare le risorse interne. Giada Valdannini nel 2012 divenne la direttrice; storica collaboratrice, giornalista professionista ed oggi stimata inviata per La7. Lavora in programmi come Coffee Break e L’Aria che tira. Anche lei mi ha insegnato molto, determinata ed esigente, è stata una direttrice che come da tradizione di Polizia e Democrazia partiva dalle storie; come racconta lei stessa in un’intervista: «La realtà è la mia passione e gli incontri, le strade, la gente comune sono ciò di cui si nutre il mio racconto. Prima di iniziare con La7, ho lavorato per undici anni a Radio Città Futura – una storica emittente romana – dove ho condotto programmi di attualità e politica: amo la diretta e la conduzione, ma essere a piede libero – per le strade – è ciò che più intimamente mi anima. È lì che trovo il senso profondo del mio mestiere».
All’inizio del 2017 diventa direttore Cesare Vanzella, anche lui amico ed ex collaboratore di Franco Fedeli. Giornalista professionista, collaboratore di numerose testate, ha lavorato per lunghi anni all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia). Fa anche parte della giuria del Premio Fedeli per la narrativa poliziesca; ma questo è un capitolo che meriterebbe un articolo a parte. Per un anno segue le vicende del giornale con passione; lascia la direzione a Francesco Neri nel 2019. Neri, classe 1971 è un giornalista professionista dal 2002 e ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia e collabora con Il Manifesto e con la Rai (Unomattina, Ballarò, La grande storia in prima serata). «Sono anni un po’ complicati» confessa Angela Boggioni «io e Marisa lavoravamo molto in redazione per mandare il giornale in stampa». Marisa è una di quelle protagoniste invisibili. Sono il nervo vago delle società. Nessuno ne parla mai ma senza non solo non potremmo vivere ma neanche far comunicare le varie parti del corpo con il cervello. Un tempo si sarebbe detto la spina dorsale, ma oggi è riduttivo. Anche se non è una giornalista per me è stata fondamentale. Correggeva le bozze, impaginava gli articoli e gestiva l’amministrazione. Insieme a Maria Angela Boggioni erano il sistema nervoso di Polizia e Democrazia. Le ho sentite personalmente rispondere a chiunque, con educazione e fermezza. Da fornitori a politici, passando per sindacalisti potenti di turno. Un esempio.
La maturità di Polizia e Democrazia arriva l’anno dopo; Ugo Rodorigo prende la direzione del giornale con il prezioso aiuto di Matteo Picconi e di Michele Turazza. Loro due sono il cervello e i polmoni del giornale. Senza di loro Polizia e Democrazia non si sarebbe evoluta in quello che è oggi. Un cambiamento profondo e visibile. Un nuovo sito internet, una nuova veste grafica e contenuti in linea con il pensiero di Franco Fedeli. Lo ricorda bene Michele Turazza: «Un esempio è la riforma del 2015 che ha portato allo scioglimento del Corpo forestale dello Stato e alla militarizzazione dei suoi appartenenti, oggetto di una delle ultime battaglie che abbiamo condotto nell’indifferenza generale, sia della maggior parte della stampa (tranne Il Fatto Quotidiano) sia degli esponenti del mondo accademico e culturale. Una rivista sorta per smilitarizzare la pubblica sicurezza non poteva certo rimanere indifferente al processo inverso che colpiva gli uomini e le donne del CFS, a cui è stato imposto per decreto lo status militare. Eravamo increduli: anni e anni di battaglie e di civiltà giuridica venuti meno a causa di un comma della cosiddetta riforma della pubblica amministrazione “Renzi-Madia” che disponeva lo scioglimento di una forza di polizia a ordinamento civile, accorpandola all’Arma dei Carabinieri. Non potevamo girarci dall’altra parte: fin da subito siamo stati con ferma convinzione a fianco dei forestali, denunciando la pericolosità della progressiva militarizzazione di settori della società civile e delle istituzioni. Proseguiremo su questa strada, avendo sempre presente la Costituzione repubblicana, anche perché, purtroppo, i tempi che stiamo vivendo, in cui domina il bellicismo, dimostrano quanto sia decisivo non rimanere indifferenti, come ci ha insegnato il nostro fondatore Franco Fedeli».

Grazie a Turazza e Picconi siamo riusciti a mantenere l’indipendenza e l’apertura alla società civile, anche se non è sempre facile in un mondo che ogni giorno ci ricorda quanto siano vicini i fantasmi della guerra e della militarizzazione. Quando Matteo Picconi arrivò in redazione, nell’estate del 2020, come ricorda lui stesso: «la rivista stava già da tempo attraversando una fase di transizione: da un lato, persisteva la volontà di non perdere il legame, un po’ “arrugginito” direi, con il passato, con i sindacati storici e con quel poco che rimaneva del movimento democratico all’interno delle polizie; dall’altro, si faceva sempre più forte la necessità di trovare una nuova identità giornalistica. Grazie all’apporto dei redattori più “anziani” e di tanti nuovi collaboratori, abbiamo consolidato la nostra linea editoriale, che ci rende ancora “unici” nel settore che si rivolge al comparto sicurezza (ma non solo). Certo, sul piano dei contenuti, visti anche i tempi che stiamo vivendo, ci siamo occupati un po’ più di democrazia e un po’ meno di polizia, ma questo ovviamente non è un caso».
Ma la nostra via è stata tracciata tanti anni fa; i temi affrontati da Fedeli sono sempre qui. Combattere le militarizzazioni, far entrare in Polizia laureate e laureati e non solo soldati, aumentare i loro diritti e i loro salari e, come ricorda Turazza, far conoscere agli stessi poliziotti la loro storia. «In particolare i più giovani, ignorano da dove vengono e il processo di progressiva conquista dei più elementari diritti costituzionali portato avanti dai più anziani dagli anni ’70 in poi. Siamo convinti che le scuole di polizia dovrebbero dedicare almeno qualche ora di formazione teorica a questi temi, poiché non è scontato che un diritto conquistato resti tale per sempre».
