di Laura Ghiandoni

Sono 414 le persone senza fissa dimora morte in Italia nel 2025, secondo i dati raccolti da fio.PSD, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora. È un numero che non si discosta da quello degli anni precedenti e che mostra quanto il fenomeno rimanga stabile nel tempo. Le vittime sono in larga parte uomini, oltre il 90%, e più della metà non è di nazionalità italiana.

La distribuzione geografica conferma tendenze già note: il Nord Italia concentra la maggior parte dei decessi, seguito dal Centro, dal Sud e dalle Isole. Secondo il report, l’età media dei decessi si aggira sui 46 anni, con una differenza significativa tra italiani e persone di altre nazionalità: i primi muoiono in media a 54,5 anni, i secondi a 42. La media nazionale di longevità degli italiani si attesta invece intorno agli 81 anni, dato che restituisce quanto possa essere dura la condizione di vita in strada.

Oggi, secondo la stessa organizzazione, sono quasi 51 mila le persone senza fissa dimora presenti sul territorio, numeri che fotografano una situazione ma che non indicano l’ampia mole degli interventi messi in campo dalle Istituzioni e dagli enti del Terzo Settore: il capillare sistema di agenti e volontari impegnati sul territorio in azioni per la gestione di situazioni spesso impattate da dipendenze da droghe, problemi di salute mentale e altre fragilità. Per ovviare a questa carenza informativa, il governo ha concentrato gli sforzi su iniziative volte a potenziare gli strumenti di rilevazione e ad ampliare i servizi di accoglienza temporanea, in particolare durante i mesi più freddi.

Insieme a fio.PSD, nel 2025 ISTAT ha avviato una rilevazione nelle quattordici città metropolitane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia), una sorta di “fotografia notturna” condotta con il supporto di volontari, servizi sociali e organizzazioni del Terzo Settore. L’obiettivo era aggiornare il numero delle persone presenti sul territorio e raccogliere informazioni utili a orientare gli interventi. Si tratta di un primo passo verso un sistema di monitoraggio più stabile, che dovrebbe entrare a regime quest’anno.

La situazione europea: un aumento generalizzato

Secondo le analisi più recenti, quasi un milione di persone dorme ogni notte senza una casa tra Unione Europea e Regno Unito. Negli ultimi dieci anni, la homelessness è aumentata in modo marcato in molti Paesi, soprattutto in quelli con mercati abitativi più sotto pressione.

La FEANTSA (Federazione europea di organizzazioni nazionali al lavoro con i senza tetto) conferma che il fenomeno è in crescita in quasi tutti gli Stati membri, con incrementi particolarmente forti in Francia, Germania e Regno Unito. Proprio quest’ultimo, e in particolare l’Inghilterra, registra uno dei livelli più alti di homelessness in Europa. Negli ultimi dieci anni, il numero delle persone senza dimora è aumentato in modo significativo, con Londra come epicentro del fenomeno.

Secondo una ricerca di Crisis e dell’Università di Heriot-Watt, in Inghilterra quasi 300 mila famiglie hanno vissuto forme gravi di homelessness nel 2024. L’aumento è significativo: oltre il 20 % rispetto al 2022 e oltre il 45 % rispetto al 2012. Le cause principali individuate dagli osservatori includono i tagli ai servizi sociali locali, l’aumento degli sfratti per morosità, la forte pressione del mercato immobiliare e la riduzione degli alloggi pubblici, condizioni che possono avere ripercussioni sociali in tutti i Paesi.

Poli di eccellenza all’estero: il modello di prevenzione canadese

Il Canada è considerato un punto di riferimento internazionale grazie al lavoro di studiosi come Stephen Gaetz, professore alla York University e presidente del Canadian Observatory on Homelessness. Gaetz ha contribuito a sviluppare un approccio che punta a prevenire la condizione di senza dimora prima che si manifesti, ispirandosi ai modelli della sanità pubblica.

La prevenzione, spiega, non riguarda solo l’offerta di alloggi ma anche il sostegno alle famiglie, l’individuazione precoce delle fragilità nelle scuole, la gestione delle dimissioni da ospedali e carceri e l’accompagnamento di chi è riuscito a uscire dalla strada. Il suo lavoro ha portato alla definizione nazionale di homelessness in Canada e alla nascita di programmi dedicati alla prevenzione della marginalità giovanile, come Making the Shift, oltre al modello Housing First for Youth, che ha dimostrato l’efficacia di garantire una casa stabile ai giovani come base per qualsiasi percorso di reinserimento. Un modello che, se applicato su larga scala, potrebbe contribuire ad arginare un fenomeno la cui visibilità rappresenta una fonte di stress sia per i cittadini sia per chi è incaricato della gestione del decoro urbano in Italia e nel mondo.