Come l’irrigidimento delle regole sta contribuendo a una spirale di violenza

di Vittorio Vannutelli

Il carcere di Rebibbia è tornato al centro dell’attenzione dopo una nuova ondata di violenze e agitazioni che ha coinvolto il reparto G11, dove finiscono per lo più i detenuti giovani, stranieri e persone problematiche. Lunedì 2 giugno, un gruppo di questi detenuti ha avviato una rabbiosa protesta, costringendo gli agenti a intervenire per ripristinare la calma. A darne notizia è stato il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che denuncia una situazione critica all’interno dell’istituto.

Maurizio Somma, segretario per il Lazio del Sappe, ha descritto gli episodi violenti che hanno scosso il carcere, evidenziando come «nel pomeriggio di ieri un intero piano del reparto G11 sia stato distrutto». Questo è il reparto dove vengono “ammucchiati” giovani detenuti, spesso stranieri e in gran parte tossicodipendenti, privi di risorse economiche e con problemi nel mantenere i contatti con le famiglie, laddove ce ne siano. Tutto il contrario, per fare un esempio, del reparto G8, dove invece si trovano detenuti considerati “di livello”, tra cui politici e professionisti che godono generalmente di condizioni migliori sia dal punto di vista igienico-sanitario che da quello strutturale: celle sempre ben mantenute, muri puliti, docce funzionanti e senza muffa.

Somma ha specificato che gli agenti in servizio sono stati costretti a richiamare personale libero dal servizio per far fronte alla situazione esplosiva. La dinamica del G11 rappresenta quindi non solo una questione di ordine pubblico ma anche un chiaro segnale delle precarie condizioni in cui vivono questi detenuti.

Questa esplosione di violenza era stata anticipata dallo stesso Sappe, che ora chiede urgentemente un sopralluogo tecnico da parte del Prap (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) e una valutazione da parte dell’Asl riguardo alle condizioni igieniche e alla sicurezza del lavoro all’interno degli istituti penitenziari.

Somma sottolinea, con parole molto forti, l’importanza della riflessione da parte delle autorità competenti sulla gestione delle carceri regionali: «Ci vuole una completa inversione di rotta nella gestione delle carceri regionali – ha affermato – siamo in balia di questi facinorosi, convinti di essere in un albergo dove possono fare quel che vogliono e non in un carcere!».

Donato Capece, segretario regionale del Sappe, ribadisce al Dap l’importanza urgente di potenziare gli organici della polizia penitenziaria ma anziché ricercare un approccio orientato alla prevenzione e alla risoluzione pacifica delle controversie, richiede la dotazione, per il personale del corpo, di strumenti come i flash ball (un fucile che spara proiettili di gomma) e i bolawrap (un’arma che spara lacci che bloccano le gambe). Il messaggio è chiaro: l’intervento dello Stato deve essere tangibile, efficace e risoluto. Capece conclude evidenziando l’importanza del lavoro svolto dagli agenti: «La polizia penitenziaria dimostra quotidianamente il suo valore nella lotta contro la criminalità».

Un aspetto critico da considerare è proprio l’approccio attuale che vuole proseguire sul sentiero dell’irrigidimento delle regole carcerarie. Questo continuo inasprimento non fa altro che alimentare le tensioni all’interno degli istituti penitenziari. Invece di adottare misure repressive come flash ball e bolawrap, sarebbe più utile individuare strumenti volti a favorire la de-escalation dei conflitti. È fondamentale creare spazi per il dialogo e la mediazione affinché i problemi possano essere affrontati pacificamente prima che degenerino in episodi violenti.

Ma per migliorare la qualità della vita dei detenuti più vulnerabili serve investire nella formazione degli agenti su tecniche comunicative efficaci e metodologie non conflittuali per gestire le crisi. Solo attraverso riforme orientate al dialogo possiamo sperare in un futuro più giusto ed equo per tutti coloro che vivono dietro le sbarre.

È tempo di promuovere una vera cultura della pacificazione anziché stringere ulteriormente le maglie della repressione.