Polizia e Democrazia incontra Elia Minari, giovane coordinatore dell’Associazione “Cortocircuito”, impegnato in prima persona contro le organizzazioni criminali

«Siate curiosi di ciò che accade attorno a voi!»: è questo l’invito rivolto da Elia Minari ai giovani, per capire e combattere le mafie. Mafie non relegate in aree circoscritte del nostro Paese, ma ormai diffuse ovunque, in territori ritenuti (a torto) immuni dalle infiltrazioni criminali.

Come il Nord Italia, la Pianura Padana, dove è nato e cresciuto Elia. E dove ha “visto la mafia negli occhi”, sotto casa, nei bar e nelle piazze di paesini isolati, di certo non sotto ai riflettori per criminalità.

Almeno fino a quando, grazie alle coraggiose inchieste dell’Associazione “Cortocircuito”, che coordina, non sono venute a galla connivenze a tutti i livelli, corruzione, illegalità.

Illegalità che Elia e l’Associazione studiano e contrastano, anche grazie a una fitta serie di incontri formativi rivolti a un vastissimo pubblico, dai giovani delle scuole ai funzionari pubblici, appartenenti alle Forze di Polizia e magistrati. Perché la mafia si combatte, oltre che nelle aule dei Tribunali, anche con la conoscenza, l’approfondimento e lo studio.

Dott. Minari, come è nato il suo interesse per il fenomeno mafioso e, in particolare, la consapevolezza che nemmeno l’Emilia fosse immune da infiltrazioni di sodalizi criminali?

 

A undici anni imparai un nuovo vocabolo: ’ndrangheta. Accadde negli anni della scuola media, a Reggio Emilia, dove sono nato e cresciuto. In quel periodo, un mio compagno di scuola era solitamente piuttosto agitato ed esuberante. Invece una mattina, nonostante fosse appena iniziata la primavera, era stranamente silenzioso.

All’improvviso era diventato nipote di un condannato, a più di dieci anni di carcere in primo grado, poiché personaggio di spicco della ’ndrangheta. Suo zio venne poi ucciso in una faida della criminalità organizzata in Calabria.

Il mio compagno di scuola lo incontrai anni dopo sulle pagine dei quotidiani. Venne arrestato nel 2015 nell’ambito della maxi-inchiesta “Aemilia” della Procura di Bologna contro la ’ndrangheta in Emilia-Romagna.

Già negli anni dell’infanzia, a Reggio Emilia, era successo qualcosa di anomalo, così mi ero posto le primissime semplici domande. Nel dicembre 1998 una bomba era esplosa in un bar della mia città, provocando quattordici feriti. Quel bar, il Pendolino, era poco lontano da casa mia. L’episodio fu accompagnato da una scia di sangue di stampo ’ndranghetista con sei morti uccisi nelle strade della mia città e nei paesi limitrofi. Accadde a Reggio Emilia: la patria del Tricolore, delle iniziative per la pace, del Parmigiano Reggiano e degli «asili più belli del mondo», così li definì la rivista statunitense Newsweek.

Dal 2016, tra l’altro, Reggio Emilia ha acquisito anche un nuovo primato…

Sì, è la sede principale del più grande processo di mafia del Nord Italia, il maxi-processo “Aemilia”. Il processo conta oltre duecento imputati, considerando sia il rito ordinario sia il rito abbreviato. È stata costruita un’apposita aula di giustizia nel vasto cortile del Tribunale di Reggio Emilia. Un’aula bunker nel cuore della Pianura Padana. L’edificio ha ospitato i numerosi imputati, le parti civili, gli avvocati, l’ingente dispiegamento di Forze dell’Ordine ed esercito, i magistrati e il personale della giustizia, i giornalisti e il pubblico

Michele Turazza

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