Ultimamente si sente un gran parlare di presunti poteri occulti che, attraverso i governi delle principali potenze mondiali, eserciterebbero un controllo su tutti i cittadini, limitandone le libertà. Al centro del mirino di tali visioni vi è certamente il vaccino contro il virus Covid-19 che, unitamente alla rete 5G, altro non sarebbe che questo controllo, sociale, politico, per alcuni addirittura mentale, da parte del potere sulla popolazione.

Sarebbe troppo facile liquidare i sostenitori di queste teorie come folli: il loro numero, frutto di una massiccia campagna di disinformazione (ma anche, va detto, della scarsa organizzazione delle Istituzioni a tutti i livelli), è in forte crescita. Un pazzo è un diverso fra tanti ma questi sono tanti fra molti. Si tratta di una non indifferente fetta dell’opinione pubblica, tanto da essere ormai considerati dei movimenti. No vax, no pass, no tutto; così come (dall’altra parte) si è venuta a creare una moltitudine di persone che ha accolto con favore la campagna vaccinale, dando piena fiducia alle Istituzioni stesse. Una vera e propria divisione, più trasversale di quello che sembra, impermeabile a dicotomie relative alle ideologie, al ceto, alle condizioni economiche. La questione al centro del dibattito, prima ancora dei diritti alla salute e al lavoro, è divenuta ormai squisitamente politica: la libertà.

“Noi siamo il popolo”, “Libertà! Libertà!” abbiamo sentito gridare da centinaia di manifestanti nel corso della turbolenta manifestazione contro il Green Pass dello scorso 9 ottobre. Immagini e slogan che hanno fatto riflettere e, soprattutto, discutere, in special modo se si sposta l’attenzione su “chi” ha aizzato quei cittadini, su “chi” sta provando a strumentalizzare una protesta spontanea, magari per molti sbagliata, ma originariamente apolitica. Potevano muoversi anonimamente e raccogliere consensi ma alla fine si sono traditi e al primo obiettivo (storicamente) “rosso” hanno colpito, come le peggiori squadracce di cento anni fa, quando si preparava la strada al regime. Ebbene, loro non possono parlare di libertà, è la storia a negarglielo. La vile aggressione alla sede della CGIL di Corso Italia gli si è rivolta contro e, anzi, è stata utile: il Paese si è “ricordato” di essere antifascista e in molte città, Roma per prima, questo segnale si è avvertito alle urne. Pochi voti (dato molto triste) ma buoni. Almeno ce lo auguriamo.

Riteniamo che la libertà risenta gravemente di queste spaccature tra i cittadini; la strategia del “Dividi et Impera” continua ad essere latente e la storia italiana ce lo conferma. Invece, ricordando il grande Giorgio Gaber, la libertà è partecipazione. Non è una bella frase di altri tempi, non è solo una nostalgica canzonetta dei primi anni ’70. In un Paese democratico come il nostro, il voto è la prima delle nostre libertà… ecco, magari la prossima volta esercitiamola, tutti; in caso contrario siamo noi stessi a privarci della libertà. Poi, però, non ci lamentiamo.

il Direttore, Ugo Rodorigo

direttore@poliziaedemocrazia.it

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