Le diverse iniziative per i 40 anni dall’omicidio del prefetto Dalla Chiesa hanno fatto sì che ben poco si parlasse dell’Alto Commissario Antimafia, precursore della DIA

L’ultima scena è nota. Una Autobianchi beige crivellata dai colpi di un fucile d’assalto AK 47. All’interno del veicolo i corpi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo durante il Consiglio dei ministri del 2 aprile 1982 (pur essendo rimasto vicecomandante dell’Arma sino al 5 maggio), e della seconda moglie, Emanuela Setti Carraro, sposata appena due mesi prima, il 10 luglio. Immediatamente dietro, nell’Alfetta blu di scorta, giace gravemente ferito Domenico Russo, l’agente della Polizia di Stato incaricato della tutela del generale, che morirà in ospedale il successivo 15 settembre.

Questo il risultato dell’agguato mafioso compiuto alle 21,15 di quel venerdì 3 settembre di quarant’anni or sono in via Isidoro Carini; questo il fotogramma che intere generazioni di italiani hanno ben presente, forse anche più dell’esultanza di Marco Tardelli dopo aver segnato la rete del 2-0 ai tedeschi nella finale mondiale di Madrid giocatasi l’11 luglio.

Poco presente nella memoria collettiva sono, invece, altre cose: ad esempio, il sacrificio di Domenico Russo, il cui calvario fu più lungo ma mediaticamente meno sofferto e non perché la sua vita di servitore dello Stato contasse meno di quella del prefetto Dalla Chiesa o della giovane moglie Emanuela (32 anni ancora da compiere), bensì per la figura del generale dell’Arma, tipico esempio di come il personaggio – così definito da Vincenzo Coco nell’introduzione al suo ultimo libro a lui dedicato – fagociti il ruolo, la persona e quanto vi è intorno.

Antonio Mazzei

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