Mentre la curva degli incidenti mortali sul lavoro si impenna nuovamente, si riaccende il dibattito sulle misure da intraprendere. E si ritorna a parlare di una Procura Nazionale

    È una ferita che non si rimargina e che non smette mai di sanguinare. Se si esclude la primavera del 2020, quando il Paese era “immobilizzato” nella fase più acuta della pandemia, i numeri relativi ai morti sul lavoro sono tornati ai soliti, tragici, standard nazionali. Hanno raggiunto quasi quota 700 i casi di incidenti mortali denunciati nel 2021 e siamo solo all’inizio dell’autunno. Cifre in diminuzione, certo, se confrontate alle spaventose statistiche relative al biennio 2016-18, ma i fatti degli ultimi cinque mesi hanno nuovamente alzato il livello d’attenzione verso il fenomeno, soprattutto da parte dei media, e riacceso il dibattito all’interno della classe politica circa le contromisure da adottare con urgenza.

    L’Italia s’è desta

    In Italia, è risaputo, l’impatto mediatico gioca sempre la sua parte. Nonostante gli incidenti mortali sul lavoro rappresentino un dato costante e a tratti ignorato, alcuni episodi entrano prepotentemente nelle cronache nazionali e scuotono l’opinione pubblica. Così è stato per la tragica morte di Luana D’Orazio, una giovane mamma operaia di 22 anni, che lo scorso 3 maggio è stata risucchiata da un orditoio mentre prestava servizio in un’industria tessile di Oste di Montemurlo, in provincia di Prato. Recentemente, una perizia ha rivelato che il macchinario girava alla massima velocità ed erano state disattivate le consuete misure di sicurezza. Disattivate da chi? Da un collega, dal caporeparto? Dalla stessa Luana? Qualsiasi sia la risposta, non cambia la sostanza: che si tratti di una omissione per distrazione o (peggio) di una scelta dovuta ai ritmi produttivi, resta indubbia la mancata applicazione delle norme di sicurezza. È intorno a quest’ultime che ruota la salute e la vita dei lavoratori; misure e precauzioni che non sono seconde a nessuna altra esigenza.

    La tragedia di Luana ha scosso il Paese su un problema che, in quel momento, era tornato ad essere di secondo piano. Gli italiani erano ancora alle prese con i colori delle Regioni, con la curva dei contagi, con una stagione estiva ormai alle porte e piena di incognite, con una ripresa economica ancora ferma sui blocchi di partenza. Ed ecco che sotto gli occhi di tutti veniva riproposto un problema mai superato, per certi aspetti secolare, ancora senza una soluzione. Un problema che ci ricorda come un macchinario, un camion, un traliccio, siano sempre lì, pronti a togliere la vita delle lavoratrici e dei lavoratori, mai abbastanza preparati, protetti, tutelati.

    Due al giorno

    Da maggio in poi la lista delle morti bianche si è allungata in modo esasperante. Si è tornati viaggiare a una media di due (se non tre) decessi al giorno. Ma non ci sono solo le storie di Luana D’Orazio, di Laila El Harim, scomparsa in maniera tragicamente analoga alla 22enne di Montemurlo, o del sindacalista di Novara Adil Belakhdim: ci sono migliaia di denunce per infortuni sul lavoro che, stando ai recenti dati riportati dall’INAIL, a giugno ammontavano già ad oltre 300mila casi; da queste vanno poi distinte le denunce relative alle patologie di origine professionale (su tutte vanno annoverate quelle di tipo osteo-muscolari e del tessuto connettivo; a seguire quelle del sistema nervoso). Nonostante l’ondata di lavoratori mantenuti in regime di smart working, gli infortuni e le patologie denunciate nel primo semestre dell’anno in corso registrano un notevole aumento di circa 30mila unità rispetto al 2020. Tra i settori più coinvolti primeggia naturalmente quello industriale, seguito dal settore edilizio e agricolo.

    Matteo Picconi

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