Cinque giovani. Storie di vite interrotte, di destini infranti, che svelano un sistema di violenza e omertà in alcune caserme. Tra indagini confuse e reticenze, “Morire di naia” indaga le zone d’ombra istituzionali, ridando voce alle vittime per chiedere verità e giustizia
di Michele Turazza
Si continua a morire nelle caserme italiane. La tragica notizia di una giovane allieva della Guardia di Finanza di soli 22 anni precipitata il 23 luglio da una finestra del terzo piano della Scuola Ispettori e Sovrintendenti di Coppito, perdendo la vita, riapre il dibattito sulle condizioni di vita all’interno delle caserme del nostro Paese.
Anche la senatrice Ilaria Cucchi (AVS) è intervenuta, denunciando, dopo ripetute segnalazioni da parte del Sindacato Finanzieri Democratici, fatti molto gravi che sarebbero avvenuti all’interno di quella scuola, tra cui vessazioni fisiche e psicologiche, privazione del sonno, docce fredde e restrizioni nell’accesso all’acqua e all’igiene personale: punizioni e pratiche violente che calpestano la dignità umana dei futuri finanzieri, addirittura nel luogo dove dovrebbero ricevere la migliore formazione. Le diverse interrogazioni e le richieste di spiegazioni della senatrice sono finora rimaste senza risposta.
Nessuno sa le cause di questa morte, se si sia trattato di suicidio o altro: saranno le indagini (forse) a fare chiarezza. Ma questa ennesima tragedia, avvenuta in un clima di “indifferenza” istituzionale e senza particolare risalto sui media, riapre altre ferite per “strane” morti di giovani che avevano scelto di servire lo Stato in divisa, le cui storie sono state raccolte da due giornalisti, Marta Silvestre e Andrea Turco, in “Morire di naia. Oltre le ombre e i silenzi nelle caserme italiane” (Zolfo Editore).
Pregevole contributo utile a squarciare il velo di segretezza che da sempre avvolge la vita nelle caserme del nostro Paese, il volume è stato presentato alla Camera dei Deputati in occasione del dodicesimo anniversario della morte del caporale Tony Drago, trovato senza vita nel piazzale della caserma “Camillo Sabatini” dell’8° Reggimento “Lancieri di Montebello” di Roma, sulla cui vicenda l’on. Filippo Scerra (M5S) ha proposto l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, anche a seguito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha giudicato non adeguata e superficiale l’inchiesta per la sua morte condotta in Italia.
Cinque soldati, cinque vite spezzate, attraverso le quali si snoda il racconto pieno di quesiti, dubbi, perplessità, in una narrazione alternativa a quella istituzionale che spesso preferisce il silenzio o la vuota retorica delle cerimonie alla verità. Oltre al caporale Drago, Emanuele Scieri, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Storie diverse per contesto ed epoche, ma accomunate da un identico, tragico epilogo: una morte silenziosa, seguita da tentativi insistenti di insinuare sospetti su presunte “colpe” delle vittime, attribuendo loro, se non la piena responsabilità, almeno una sorta di compartecipazione alla morte. Il meccanismo è ben noto: gli eserciti, né tantomeno i reparti considerati d’élite, non possono sbagliare. Lì ci sono soltanto i migliori, i selezionati, quelli che non si arrendono e che sono “pronti alla morte” in ogni momento. Se uno è debole, è fuori. A volte, però, anche dalla vita.
Emanuele Scieri – giovane siracusano morto nella Gamerra di Pisa nel 1999, coi giovani militari formati sull’ormai tristemente noto “Zibaldone” del Generale Celentano, un concentrato di pratiche assurdamente ridicole, considerate necessarie per forgiare i difensori della patria – non avrebbe retto alla durezza di quella vita. Tony Drago, lanciere siracusano di 25 anni col sogno di diventare poliziotto, “caduto” dalla finestra nel cortile della sua caserma per “ragioni sentimentali” e ritrovato riverso sull’asfalto prono, con le braccia piegate sotto al corpo e le gambe distese. E ancora: Marco Mandolini, incursore della Folgore con numerose esperienze in delicati contesti di guerra all’estero, trovato senza vita su una scogliera del litorale toscano, nel livornese; Giovanni Cosca, caporal maggiore di Gela, impegnato in operazioni di pulizia nella sua caserma durante le quali ha inalato sostanze irritanti, ammalandosi poco dopo e morendo di una malattia “sconosciuta”; infine, Riccardo Rasman, giovane friulano, vittima di nonnismo in caserma, a tal punto da impazzire e rinchiudersi in sé stesso, diventando disabile psichico isolato dalla collettività, col terrore alla sola vista delle divise.
Storie di umanità travolte dal “servizio” per la Patria in istituzioni totali dove ad essere un dovere assoluto non è soltanto ubbidire, ma anche subire in silenzio le angherie dei commilitoni, di superiori compiacenti e complici che, in nome del prestigio del corpo, hanno troppo spesso nascosto le prove e chiuso occhi e orecchie.
«Questo libro – spiega la giornalista Madi Ferrucci nella Prefazione – ha il merito di descrivere, nella sua crudezza, il contesto di violenza sistemica e sopruso proprio di un apparato militare che, secondo la nostra Costituzione, dovrebbe difendere il Paese e garantire la sicurezza democratica. Queste storie lasciano aperte alcune domande fondamentali: cosa accade quando la forza, di cui l’esercito è custode, perde ogni finalità di difesa collettiva e si esprime soltanto nel linguaggio brutale della sopraffazione? Quando, anche in assenza di una minaccia nemica, l’umiliazione e l’annientamento psicologico dell’altro diventano prassi? Il senso stesso di quell’apparato non viene forse meno?»
Filo rosso che unisce le storie dei cinque militari deceduti è una sub cultura tossica e maschilista, in cui sono immersi i giovani fin dal primo giorno della loro nuova vita in divisa. Attraverso testimonianze e atti processuali, come il memoriale di un condannato per l’omicidio di Scieri, emerge un universo di fratellanza morbosa e cameratismo disfunzionale, in cui il nonnismo è inteso semplicemente come un modo per scaricare un alto livello di testosterone, una giustificazione che il lavoro di Silvestre e Turco smonta pagina dopo pagina, rivelando la natura violenta e prevaricatrice di tali pratiche. Mondi nascosti dalle mura di cinta delle caserme, fatti di privazione del sonno, umiliazioni e violenze fisiche e psicologiche.
Ma “Morire di naia” non si limita a raccontare le storie di questi ragazzi: è anche altro, perché sa promuovere l’azione politica e, soprattutto, la memoria attiva, stigmatizzando la militarizzazione della società e la normalizzazione dell’utilizzo dei militari in contesti civili, come l’operazione “Strade sicure”, ormai istituzionalizzata di fatto: «Gli investimenti crescenti nel settore della difesa – osservano gli Autori – non fanno che rafforzare la legittimità del militare».
La credibilità di un sistema democratico non si misura nei suoi armamenti, né in quante mimetiche sono visibili lungo le strade, ma nella trasparenza con cui le istituzioni, anche quelle chiuse, sanno individuare e sanzionare i comportamenti devianti dei loro stessi appartenenti, indegni di indossare una divisa.
Il prossimo 16 agosto saranno ormai trascorsi 27 anni dal ritrovamento del corpo di Emanuele Scieri, ai piedi della torre di asciugatura dei paracadute, nella caserma “Gamerra” di Pisa. Secondo la ricostruzione fatta dalla procura di Pisa, che ha riaperto il caso nel 2017, Scieri fu vittima di gravissimi e ripetuti atti di nonnismo: costretto ad arrampicarsi sulla torre, precipitò per alcuni metri dopo che alcuni suoi commilitoni “anziani” lo colpirono con gli scarponi sulle mani, facendogli perdere la presa e lasciandolo agonizzante con gravissime ferite, anche in seguito alle violente percosse subìte.
Alla memoria di Emanuele e agli altri soldati morti nelle caserme – («uomini che hanno tentato di svolgere con passione e onestà i propri obblighi, per poi restare sopraffatti da colleghi e superiori che, invece, hanno preferito il linguaggio della violenza») – è dedicato il libro. Un monito perché nessuno debba più “morire di naia”.
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Violenze, silenzi, omissioni
Hanno giurato davanti al tricolore, promettendo fedeltà e offrendo, se necessario, la vita. Indossavano la stessa mimetica, simbolo di appartenenza e destino. Non sapevano che proprio quella divisa sarebbe diventata, per alcuni di loro, una condanna. Le storie di Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman si intrecciano senza somigliarsi davvero: sogni diversi, aspirazioni semplici o ambiziose, futuri ancora da scrivere. Eppure, un filo oscuro le unisce tutte: l’incontro con un sistema incapace di proteggere, e spesso pronto a tacere. Dentro caserme e reparti d’élite si annida una violenza che non esplode soltanto nei gesti, ma si prolunga nei silenzi, nelle omissioni, nelle indagini confuse, nei depistaggi, nelle verità rimandate. Scieri resta per giorni senza vita ai piedi di una torre, invisibile a chi avrebbe dovuto vederlo. Drago muore tra dubbi e false piste che ancora cercano una risposta. Cosca si spegne lentamente, forse consumato da una contaminazione mai chiarita. Mandolini finisce avvolto in una vicenda dai contorni opachi, come un intrigo senza soluzione. Rasman, infine, viene spezzato due volte, privato anche della possibilità di ricominciare. Queste non sono solo storie individuali: sono crepe profonde nella memoria collettiva. Raccontarle significa sfidare l’oblio, restituire voce a chi l’ha persa e chiedere conto a un’istituzione che fatica ancora a guardarsi allo specchio. Perché il passato, quando resta senza verità, continua a parlare. E pretende, ancora oggi, giustizia.
(Marta Silvestre e Andrea Turco, Morire di naia. Oltre le ombre e i silenzi nelle caserme italiane, Zolfo Editore, 2026)
Marta Silvestre, giornalista, classe 1988, è specializzata in cronaca. Dopo le esperienze a SkyTg24 e ad AdnKronos, lavora nella redazione del quotidiano siciliano online MeridioNews.
Andrea Turco, giornalista, classe 1985, è specializzato nei temi legati all’ambiente e alle questioni sociali. Lavora nella redazione di EconomiaCircolare.com e cura l’Osservatorio Eni per l’Ong A Sud.
