Il nostro storico collaboratore Orlando Botti racconta il ritorno nel capoluogo ligure a 25 anni di distanza dai fatti del G8 e la tragica testimonianza di Stefania, prelevata alla Scuola Diaz e torturata a Bolzaneto in quei tragici giorni di luglio del 2001
Orlando Botti

Come da abitudine consolidata mi sono portato a Genova per il ricordo del 25ennale del G8 in maniera da poter contribuire con la mia presenza come poliziotto democratico alle varie manifestazioni. Il giorno 20 luglio viene sempre ricordato in piazza Alimonda Carlo Giuliani con un concerto di vari complessi e cantanti e in questa occasione sono intervenuti anche i familiari di Roberto Franceschi e di Pino Pinelli. Ci sono state presentazioni di libri, reading teatrali; fiaccolate e marce sono partite dalla scuola Diaz per terminare in piazza Alimonda. Prima delle rappresentazioni, come monito, davanti al Forte San Giuliano, Comando provinciale dei Carabinieri, era stato posto uno stendardo con la scritta “25 anni fa dietro queste mura sono stato pestato e nessuno mi ha mai chiesto scusa”.
Sono arrivati a Genova, come ogni quinquennale o decennale, migliaia di persone, comprese molte di quelle torturate dalle Forze dell’ordine nel 2001. Nel corso degli eventi ho avuto due incontri salienti e inaspettati: ho notato Christian Mirra, torturato alla scuola Diaz, che poi è diventato fumettista, tanto da pubblicare un libro sulla sua storia. Rincontrandolo (in passato ci siamo scritti rimembrando i fatti del G8, mi ha raccontato che in 25 anni ha ricevuto scuse solo da me e da un altro poliziotto.
Ma è stato in un incontro a tavola tra amici che Stefania mi ha raccontato la sua tragica vicenda. Viveva a New York da dieci anni insegnando storia e filosofia in una scuola privata e essendo rientrata a Padova per visitare i genitori aveva deciso di partecipare alle manifestazioni del G8. Casualmente l’ultima sera, con la sua amica Valeria, aveva deciso di trascorrere la notte alla scuola Diaz insieme a un’altra giovane spagnola e a un ragazzo tedesco, conosciuti in quei giorni.
Incredibilmente, dopo essersi coricate nella palestra assieme a decine e decine di persone, mentre i due ragazzi erano andati al bagno a lavarsi i denti, un fragore pazzesco era scoppiato e una ordalia di poliziotti con caschi e manganelli erano entrati nella scuola urlando come invasati, iniziando a picchiare chi gli capitava sotto gli occhi. Le due amiche, per fortuna rimaste illese, hanno assistito a un vero e proprio massacro in quella palestra. Ancora oggi Stefania non riesce a spiegarsi tale comportamento, quella violenza convulsa, le urla forsennate, minacce gravissime e quel sangue a fiumi che si propagava a terra. Lei e la sua amica, vedendo quello che stava accadendo, terrorizzate, hanno pensato a un colpo di stato o qualcosa del genere, data la confusione allucinante e la marea di feriti che venivano portati all’ospedale. Grida spaventose facevano da corollario alle manganellate, del tipo: “nessuno sa che siete qui ora vi uccidiamo tutti”.
Dopo ore di mattanza loro due, unitamente a una ventina di ragazze e ragazzi, venivano dichiarate in arresto, senza motivo, senza alcuna spiegazione, e condotte con un cellulare lontano dalla scuola. Trascorsa un’altra ora venivano fatte scendere dal mezzo e condotte in varie celle forse in una caserma successivamente accertata come il Reparto Mobile di Bolzaneto. Le due ragazze notarono immediatamente un comportamento degli agenti violento e minaccioso. Tutti gli arrestati furono costretti per qualche ora a mettere il viso contro le pareti a braccia e gambe larghe e nel contempo venivano minacciati con manganellate che sfioravano i visi. Perdurava anche nella caserma una serie di comportamenti da “animali inferociti”: com’è noto, molti agenti, ridendo, intonavano canzoni e motti fascisti.
Nelle ore successive, portate in infermeria, vennero spogliate e derise e soprattutto costrette a firmare un verbale senza averlo potuto leggere, per poi essere fotosegnalate. In quella occasione, a Stefania veniva tolto violentemente un piercing che teneva sul sopracciglio sinistro; una agente, avvicinandole una forbice al viso, con fare minaccioso e poi con uno strattone, le tagliava il cappuccio della felpa. Il tutto veniva subito in ambienti chiusi e freddi, tanto che i giovani arrestati persero quasi subito la cognizione temporale.
Le due ragazze realizzarono in quel lasso di tempo di essere state arrestate senza aver commesso nessun reato e di non poter avere, come la legge prescrive, la possibilità di essere aiutate da un legale: allorquando lo facevano presente ai loro aguzzini venivano strattonate, minacciate di ulteriori violenze corporali e rioffese gravemente. Stavano vivendo perciò una vicenda al di fuori della legge, contornata da accuse e minacce di ogni tipo, comprese quelle di poter essere oltraggiate da uno stupro da parte degli stessi agenti in divisa.
Senza avere contezza di niente, dopo molte ore vennero ammanettate e, a due a due, portate con cellulari sprangati in un carcere, che poi accertarono essere quello di Voghera. In quel carcere ricominciarono finalmente ad essere trattate come esseri umani aventi dei diritti, accolte con rispetto e dignità, anzi: qualche agente “anziano” rivide in quelle vicende i tempi delle manifestazioni del 1968, degli anni Settanta e i giorni delle stragi. Scoccate le 48 ore, scadendo i termini di un fermo (illecito), tutti i fermati furono rilasciati a notte fonda: uscendo dal carcere, dato l’orario, furono costretti a raggiungere la stazione a piedi, lontana parecchi chilometri.
Stefania, giunta poi finalmente a casa, scoprì che la polizia aveva fatto una perquisizione domiciliare: avevano sequestrato soltanto i libri Il capitale di Marx e Quaderni dal carcere di Gramsci, per loro “controprove” di non si sa bene che cosa. La mamma quasi non riconobbe sua figlia per come le apparve sconvolta, sofferente e dimagrita. Stefania, inoltre, ha potuto dare notizie al marito, in quel momento a New York e totalmente ignaro della situazione, solo una volta rientrata nella sua abitazione. Da tempo anche lei viveva e insegnava in una scuola nella Grande Mela, dove si era sposata.
La storia di Stefania si ingarbuglia ancor più nei due mesi successivi. Dovendo tornare a scuola per lavoro, aveva prenotato l’aereo il 13 settembre ma l’11 c’era stato l’attacco alle Torri Gemelle per cui alla frontiera americana la avevano bloccata in quanto, nel contempo, era stata schedata dalla polizia italiana per i reati di associazione a delinquere, devastazione e detenzioni di armi, tutte accuse vergognosamente false. A tutte le sofferenze patite si aggiungeva questa, con il rischio di un nuovo arresto e trasporto a Guantanamo, scongiurato fortunatamente da un poliziotto italoamericano che aveva creduto alle parole di Stefania.
Incredibilmente un fotografo molto noto negli States, Joel Sternfeld, si trovava in Italia nei giorni del G8 per cui aveva fatto moltissime fotografie ai volti degli attivisti per cui era arrivato alla sua identificazione. Quei fatti così sono stati da lui narrati in un suo libro uscito nel 2003 e Stefania ha poi preso parte alle sue mostre fotografiche e ad altri interventi pubblici a New York, portando la sua testimonianza, una specie di autoterapia salvifica.
Sia Stefania che molti altri torturati hanno dovuto, per lunghi anni, ricorrere alle cure di uno psicologo.
Ma tornando al decennale, sono entrato assieme ad alcuni torturati e a Stefania alla scuola Diaz, luogo che lei si è sempre rifiutata di rivisitare per quella massa di ricordi negativi fissati nelle sue cellule grigie. Questa volta mi ha stupito, è entrata tranquillamente. L’esorcizzazione, fatta con calma, le aveva permesso di non subire ulteriori traumi e, anzi, interloquendo con altre torturate, poteva affrontare le ore seguenti.
A seguire vi è stato il reading teatrale estratto dal libro di Roberto Bertroni “Raccontami ogni cosa” recitato da Daniela Giordano, Daniela Poggi e da Elena Ruzza. Tale performance ha consentito di esplorare i tragici fatti del luglio 2001 attraverso una narrazione lirica e struggente, avendo come centralità la ragazza tedesca Lena Zuhlke, anche lei massacrata alla scuola Diaz.
Per capire in che vicolo nebbioso il nostro Paese sia sprofondato occorre assolutamente ricordare le parole del docente Pierpaolo Scaramuzza che afferma: «passati 25 anni, il G8 di Genova è a tutti gli effetti storia, e anche memoria, ma non è “nella storia”, non in quella scritta a uso e consumo dei contemporanei e specialmente degli studenti». Nel suo libro “L’ordine pubblico in Italia: dal G8 a Federico Aldrovandi”, analizzando 45 manuali di storia per le scuole superiori usciti tra il 2003 e il 2024, al fine di verificare se e in quale modo le vicende del G8 di Genova sono state trattate, ha acclarato che in cinque libri poche righe hanno spiegato i fatti con informazioni succinte e lacunose. Addirittura Miguel Gotor, storico di nuova generazione, nel suo volume “L’Italia del novecento” (di ben 500 pagine) dedica al G8 solo poche righe, mentre Guido Crainz in “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione a oggi” nemmeno menziona il G8 genovese.
Una frattura profonda quindi guida la nostra società, nascondendo ai giovani che 25 anni fa non erano ancora nati “la violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste nella recente storia europea”. Quei giorni furono soprattutto un “festival” del falso negli atti pubblici: tante e tanto grossolane furono le falsificazioni scritte nei verbali di polizia e consegnate con superficiale protervia alla magistratura. Visto che “storici di rango” eclissano tali gravissimi comportamenti, toccherà ancora ai movimenti sociali farsi paladini della verità, tenendo viva la memoria, per darle un senso, facendola vivere nel presente.