L’acuirsi delle tensioni internazionali tra le principali potenze sembra riportare il mondo al secolo scorso. Ma, nonostante inquietanti analogie con il passato, i conflitti odierni hanno natura e contesto diversi

Le recenti frizioni tra i “grandi” player dello scacchiere internazionale fanno pensare a un ritorno della Guerra Fredda. Le dichiarazioni al termine del vertice Nato di Bruxelles del 14 giugno scorso sembrano corroborare questa ipotesi, ma è veramente così? Per rispondere a una domanda legittima quanto spontanea è importante fare un piccolo esercizio di memoria per capire se davvero le analogie con il passato sono tali da poter tornare a usare un termine così inflazionato nei manuali di storia delle Relazioni Internazionali.
Come scritto dalla politologa Nadia Urbinati, il mondo diviso in due era semplice: da un lato l’impero del male, con il socialismo di stato contro l’economia di mercato; qui da noi il mondo libero con un sistema socio-politico che riusciva a coniugare libertà e benessere diffuso. Con il Piano Marshall e la ricostruzione post bellica l’occidente aveva ritrovato una sua unità, ma la fine del sistema finanziario di Bretton Woods (ovvero la fine della convertibilità del dollaro in oro) e, soprattutto, la fine della Guerra Fredda hanno reso le cose complicate. Dopo la caduta del socialismo reale e dell’URSS è infatti toccato all’America perdere la sua egemonia e le guerre dei Bush in Afghanistan e in Iraq hanno rimarcato questo declino, facendo scoprire al mondo quanto è pericoloso avere un solo attore egemone. L’export di democrazia a suon di bombe, affamando popolazioni inermi e consolidando gli autocrati (o peggio aprendo autostrade al fondamentalismo islamico), ha duramente screditato il nostro sistema politico e la crisi finanziaria del 2008 ha svelato una società fortemente diseguale in un paese oggetto di sogni di riscatto e libertà come gli Stati Uniti.
In questo contesto è emersa la Cina, un impero diverso da quello sovietico, generatore di capitalismo nonché dimostrazione vivente che capitalismo e democrazia possono vivere separati. E, sullo sfondo (anzi gli ultimi anni possono testimoniare un vero e proprio risveglio) c’è il ritorno della Russia, paese che non si vergogna a rappresentarsi come sistema alternativo alla democrazia occidentale nonostante la débâcle del 1991.
L’ambizione della Cina, fino a qualche anno fa non dichiarata ma oggi parte della narrativa ufficiale delle autorità di Pechino, riguarda la contesa dell’egemonia economica, politica e militare degli Stati Uniti. Un’impostazione che ha suscitato la reazione americana, e le relazioni sino-statunitensi sono considerevolmente peggiorate durante le presidenze di Trump e di Xi Jinping, i quali non hanno esitato a confortare i loro sostenitori con una retorica nazionalista.
Sul versante orientale Xi Jinping ha concepito il “Sogno Cinese”, potenziando il suo autoritarismo e coniugandolo con la narrazione di una Cina globale che assume la direzione degli affari internazionali aderendo alla globalizzazione.
Trump, nel nome del protezionismo annunciato nella campagna elettorale del 2016, non ha esitato a dare vita ad una vera e propria guerra commerciale con il gigante asiatico. Nel suo tentativo di “rendere di nuovo grandi gli Stati Uniti” l’amministrazione statunitense ha respinto la globalizzazione. Il progetto è stato preceduto da una posizione largamente isolazionista negli affari internazionali, che in patria ha promesso di riportare nel paese tutto il lavoro americano rubato, secondo Trump, dai cinesi. Prendendo soprattutto di mira la concorrenza cinese nell’alta tecnologia, Trump ha affermato che aziende come Huawei e Tik-Tok minacciavano la sicurezza nazionale statunitense, sostenute in questo dal governo cinese.
Sono quindi stati alzati i dazi doganali su un ampio spettro di importazioni dalla Cina ed è stato chiuso l’accesso alla tecnologia alle aziende cinesi. Xi ha risposto per le rime, fissando dazi alle esportazioni statunitensi in Cina. I media cinesi hanno intensificato la retorica nazionalista, mentre si andava delineando una guerra commerciale seguita a ruota dalle avvisaglie di una “nuova guerra fredda”, nella quale le prestazioni economiche diventavano armi a sostegno della superiorità sistemica. Ritorno al passato, dunque, ma in salsa commerciale e non più ideologica.
Mentre Trump infatti si ergeva a campione dell’isolazionismo, Xi Jinping ha scommesso sul multilateralismo, lanciando appelli ad una comune azione nella lotta contro la pandemia e per il clima, ma la repressione cinese nel Xinjiang e le vicende di Hong Kong non permettono di tornare alla coesistenza conciliante del 2015.
L’amministrazione Biden conferma che oggi la crescita della Cina è sfidante ed è costante fonte di ansia. Non per questo ci si vuole dimenticare della Russia putiniana. Tale approccio è stato testimoniato nei due appuntamenti internazionali di giugno, il G7 di Carbis Bay (Regno unito) e il vertice Nato di Bruxelles.
Durante il primo appuntamento, nel suo incontro bilaterale con il padrone di casa Boris Johnson Biden ha svelato l’ambizione di dar vita a una nuova Carta Atlantica per sancire la nascita di “un fronte delle democrazie” dinanzi alla sfida di Paesi come Cina o Russia.
Il comunicato finale della Nato al termine del vertice di Bruxelles parla chiaro: Russia e Cina sono rivali sistemici e per fronteggiarli l’Alleanza atlantica ha varato il Nuovo Concetto Strategico. Deterrenza e difesa sono sempre stati concetti rivolti a questi due antagonisti, ma la novità del post vertice Nato è che Pechino e Mosca sono ufficialmente accumunati come rivali e minacce. Le due autocrazie (così sono state definite durante il G7 in Cornovaglia) rappresentano ufficialmente una doppia sfida – cinesi e russi hanno tenuto esercitazioni militari congiunte nell’area euro-atlantica – che vede il ritorno, all’interno della nuova strategia delineata dalla Nato, dello schema duale che ripropone, con il dovuto aggiornamento dei tempi attuali, la dottrina della guerra combattuta su due fronti contemporaneamente, pilastro teorico americano della Guerra Fredda.

Ernesto Malatesta

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