Dal regno saudita arrivano segnali di apertura verso la modernità. A piccoli passi, tra motivazioni al cambiamento genuine o di puro “rebranding” internazionale

Una donna saudita nello spazio. Forse già nel 2023. E sarebbe la prima donna araba astronauta nella storia. L’annuncio ufficiale del 22 settembre, riportato dall’agenzia Reuters, vede una partnership con Axiom Space, la compagnia statunitense che sta organizzando la missione per il regno saudita. A bordo dovrebbero esserci quattro astronauti, due americani e due sauditi di cui appunto una donna, il cui nome al momento non è noto.

La notizia va oltre il semplice aspetto scientifico, che vede il regno saudita partecipare alla corsa nello spazio ed essere riconosciuto come potenza tecnologicamente avanzata e aperta al progresso, ma segnala, soprattutto a livello simbolico, un cambiamento, fino ad alcuni anni addietro impensabile, in termini di visibilità e di partecipazione delle donne nel mondo del lavoro.

Il regno saudita, conservatore, in cui l’Islam è l’unica religione riconosciuta dallo stato, negli ultimi due anni si denota per una serie di simbolici passi piccoli, seppur costanti. E sempre con un altro volo si è registrato la scorsa estate un cambiamento in apparenza minimo ma in realtà epocale. A metà luglio, come riporta la CNN, l’Autorità Generale dell’Aviazione Civile saudita ha annunciato che lo spazio aereo nazionale sarebbe stato aperto a tutti i mezzi di aviazione civile senza nessuna distinzione, facendo in questo modo cadere, di fatto, la proibizione fatta per decenni all’aviazione israeliana di traversare lo spazio aereo saudita. L’annuncio, a seguito della visita del presidente americano Biden, sembra essere un primo, piccolo, gesto di apertura nei confronti dello stato ebraico.

Gianni Verdoliva

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