La mancata adesione alle sanzioni economiche a danno della Russia, una politica interna contraddittoria, un’opinione pubblica sempre più divisa sulla guerra in Ucraina, pongono la Serbia in una posizione ambigua nello scacchiere internazionale. Un equilibrio precario, destinato a sbloccarsi, con esiti incerti, nei prossimi mesi

La guerra in Ucraina, oltre ad aver sconvolto direttamente e indirettamente la vita di milioni di persone, ha rappresentato per la Serbia l’inizio di una situazione molto complicata. Il piccolo ma strategico Paese balcanico è da tempo candidato per l’ingresso nell’UE, ma al contempo ha tradizionalmente forti legami di carattere economico e culturale con la Russia.

Sin dall’inizio del conflitto nell’est Europa infatti, la leadership serba del presidente Aleksandar Vučić è stata riluttante ad assumere una chiara posizione sulla questione. In un discorso dai toni drammatici pronunciato lo scorso marzo, il presidente dichiarava che la Serbia, dopo essere stata sottoposta a forti pressioni, decideva di votare a favore della risoluzione ONU che condannava l’invasione russa dell’Ucraina.

Stesso atteggiamento non veniva però tenuto da Belgrado in occasione delle sanzioni internazionali alla Russia, che la Serbia non ha voluto adottare: mentre l’Unione Europea lo scorso giugno raggiungeva l’accordo per tagliare quasi il 70% delle importazioni di petrolio russo, la Serbia annunciava un nuovo contratto triennale per l’importazione di gas dalla Russia. Un contratto incredibilmente vantaggioso, tra l’altro, con un prezzo orientativo di 400 dollari per metro cubo, ossia circa 10 volte in meno di quanto pagherà il resto d’Europa.

Adriano Manna

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