Nel panorama internazionale la vendita “diretta” delle armi risulta ben tracciata e monitorata, ma spesso il loro iter si perde nei passaggi successivi, alimentando fenomeni di “diversition” del materiale bellico che spesso entra nella disponibilità di circuiti e destinatari sconosciuti

Le armi sono come i soldi; nessuno ne ha mai abbastanza”. Questa citazione dello scrittore postmoderno inglese Martin Amis, fotografa in modo eloquente l’attuale panorama dell’import e dell’export delle armi nel mondo laddove affari e finanza, vita e morte, popoli e élite, politica e potere, trovano un connubio impensato con intrecci e contraddizioni da far rabbrividire.

Innanzitutto, c’è da premettere che in un mondo globalizzato, governato dall’economia e dalla finanza, ed in cui i fattori geopolitici hanno comunque rilevanza spesso in contrasto con gli interessi del mercato e dei debiti sovrani degli Stati, con l’avvento della presidenza Biden negli Stati Uniti molto sta cambiando sullo scacchiere internazionale, con forti ricadute anche sulla fornitura di armi verso paesi che alimentano guerre tipo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ad oggi attivi nella guerra in Yemen. Solo a gennaio di quest’anno sono stati bloccati 19 miliardi di euro di esportazioni di armamenti verso questi due Stati arabi, soprattutto dopo che il nuovo governo statunitense ha reso pubblico un rapporto della CIA che sembra indicare con sicurezza in Mohammed Bin Salman, principe ereditario saudita, il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, voce critica sul conflitto yemenita, ucciso e smembrato il 2 ottobre 2018 presso l’ambasciata saudita a Istanbul. Tutto questo ha riportato l’interesse dell’opinione pubblica sul tema dell’export degli armamenti in cui anche gli Stati europei e la stessa Italia giocano un ruolo da protagonisti.

Stefano Mirti

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