Col progetto Repolity, promosso dalle Università di Bari e Firenze, un team di ricerca ha cercato di studiare il sistema delle responsabilità delle Forze di polizia in Italia, rivelando, tra norme obsolete e scarsa trasparenza, un sistema quasi interamente basato sullo strumento penale, privo di monitoraggio indipendente, di protocolli chiari e di controlli esterni efficaci. Intervista al prof. Giuseppe Campesi
di Michele Turazza
Il rapporto tra l’esercizio del potere coercitivo e la tutela dei diritti fondamentali costituisce il pilastro su cui si basa la tenuta democratica di un paese. In Italia, tuttavia, il sistema di controllo sull’operato delle Forze di polizia appare tuttora segnato, anche venticinque anni dopo il G8 di Genova, da nodi irrisolti e da un sistema normativo superato. «Come abbiamo evidenziato nei vari report prodotti – spiega il prof. Giuseppe Campesi dell’Università di Bari, coordinatore del progetto Repolity – è indispensabile il superamento della retorica delle mele marce, prevedendo strumenti di controllo democratici indipendenti ed esterni all’apparato delle Forze di polizia, al fine di garantire una reale trasparenza nel loro operato».
La ricerca ha evidenziato opacità istituzionali e confermato la scarsa propensione delle Forze di polizia a essere oggetto di studio e ricerca. Tra accessi agli atti negati e assenza di risposte, la responsabilità delle Forze di polizia resta delegata quasi solo esclusivamente allo strumento penale, che per sua natura interviene sempre dopo la commissione dei fatti, con un’efficacia deterrente quasi nulla e l’inevitabile addossamento delle responsabilità al singolo agente, facendo quasi sempre salvi i vertici dell’Istituzione e il livello decisionale politico.
Prof. Campesi, Lei ha coordinato un progetto di ricerca sulle forme di responsabilità delle Forze di polizia: quali erano gli obiettivi?
Il progetto si chiama Repolity, acronimo di Reforming Police Accountability in Italy, ed è stato finanziato nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con un bando PRIN 2022. L’obiettivo di fondo era quello di migliorare la comprensione del funzionamento dei meccanismi di controllo sull’operato e di responsabilizzazione del personale di polizia italiano, anche attraverso un confronto sistematico con altri ordinamenti democratici.
Come è stata svolta la ricerca?
La ricerca si è sviluppata in due fasi distinte ma strettamente connesse. La prima, di carattere teorico-normativo, ha prodotto una ricostruzione critica del quadro giuridico italiano e un’analisi comparata dei principali sistemi democratici. I risultati di questa fase sono confluiti in una serie di rapporti di ricerca e, in una versione ampliata e sistematizzata, nella monografia “Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia”, pubblicata da Carocci nel gennaio 2026. La seconda fase è stata di carattere empirico: abbiamo condotto 56 interviste qualitative con operatori appartenenti alle diverse Forze di polizia italiane e con una serie di stakeholder esterni, tra cui avvocati, magistrati, giornalisti e rappresentanti di organismi internazionali per la tutela dei diritti umani. I risultati di questa seconda fase sono confluiti nel rapporto “Controllare la forza di polizia? Margini di legittimità e responsabilità nelle percezioni degli operatori”. Tutto il materiale prodotto dal progetto è liberamente consultabile online, in formato aperto (*).
Quali difficoltà procedurali e operative avete incontrato?
Le difficoltà sono state reali e, per certi versi, istruttive: hanno confermato sul campo alcune delle criticità che la ricerca stava documentando sul piano teorico. Il primo ostacolo riguarda l’accesso agli operatori. Ottenere le autorizzazioni necessarie per intervistare personale di polizia in servizio si è rivelato un percorso lungo e tortuoso, che ha richiesto una costante interlocuzione istituzionale e ha rallentato sensibilmente la fase empirica. Il secondo ostacolo riguarda l’accesso ai dati e alle informazioni, e si è manifestato su…
