Migliaia di persone attraversano le città statunitensi ed europee al grido di No Kings. La reazione dei movimenti sociali contemporanei nasce da quella che viene percepita come una progressiva erosione della democrazia. Mentre Bernie Sanders individua nei cittadini che vivono nelle democrazie i veri protagonisti di questa mobilitazione, il sociologo Emanuele Toscano ne analizza le radici più profonde: l’identificazione di un potere percepito come insostenibile, intollerabile e incompatibile con la propria idea di società

di Riccardo Sacchi

Populismo e “democrazia elettorale”

Le radici dell’enorme dissenso contro il presidente Donald Trump emergono dal sondaggio sulla salute del sistema democratico americano pubblicato nel 2025 dal Pew Research Center. Gli autori, Jonathan Schulman e Richard Wike, analizzano le valutazioni di Varieties of Democracy (V-Dem), Freedom House e The Economist Intelligence Unit (EIU). Tutti e tre gli istituti mostrano un progressivo indebolimento della democrazia americana nell’ultimo decennio, aggravatosi nel 2025 con l’avvento del secondo mandato dell’attuale amministrazione statunitense.

Le tre organizzazioni analizzano aspetti differenti della qualità democratica: elezioni libere ed eque, separazione dei poteri, diritti civili, governance e partecipazione politica. Le valutazioni si basano anche sulle opinioni di esperti locali e sul funzionamento concreto delle istituzioni. Ciò che ne risulta è allarmante. Lo studio Freedom House valuta i Paesi su una scala da 0 (meno democratico) a 100 (più democratico). Gli Stati Uniti hanno costantemente ricevuto un punteggio di 90 o superiore fino al 2015; dal 2016 sono scesi al di sotto di quel livello e da allora non si sono ripresi. Nel 2025, gli USA hanno ricevuto un punteggio di 81, in calo di 3 punti rispetto al 2024, delineandosi come un paese meno “libero”.

Anche l’indice di democrazia EIU valuta i Paesi su una scala da 0 a 10, da meno democratico a più democratico. Utilizzando questo indice, gli Stati Uniti sono classificati come una “sistema democratico imperfetto”, quindi uno stato dove, sebbene le elezioni siano libere e i diritti civili di base siano generalmente rispettati, esistono significative carenze nel funzionamento delle istituzioni, nel pluralismo dell’informazione o nella partecipazione politica.

Infine, secondo V-Dem, gli USA avevano costantemente ricevuto – negli anni passati – un punteggio di 0,80 o superiore nell’indice della democrazia liberale. L’unica volta che erano stati al di sotto di quel valore era il 2017, quando Trump si era insediato alla Casa Bianca per la prima volta. Nel 2025, quando il Tycoon è tornato in carica per il suo secondo mandato, gli Stati Uniti hanno ricevuto un punteggio di democrazia di 0,57: il punteggio più basso dal 1965, il famoso anno dell’inizio della guerra in Vietnam, del Bloody Sunday e dell’assassinio di Malcolm X.

Il rapporto di V-Dem declassa quindi gli Stati Uniti da un “sistema democratico liberale” a una “democrazia elettorale”. Questo non sarebbe un problema se non fosse che la democrazia elettorale è stata strumentalizzata dai populisti per minare le democrazie liberali in tutto il mondo. È un dato di fatto che il successo elettorale stabilisce un “canale democratico” ai regimi populisti. Il politologo Enrique Peruzzotti sostiene…