Il caso del corso di filosofia dell’università di Bologna riservato ai militari, ci mette di fronte all’ennesima iniziativa a gamba tesa di un’istituzione militare che, ormai da tempo, ha preso la rincorsa per sovvertire i confini tradizionali che la separavano dalla società civile. In passato, la questione era più semplice: il militare faceva il militare, addestrandosi per difendere il Paese in caso di guerra e per le missioni internazionali, senza invadere ciò che in democrazia spetta ad altre professioni – i cosiddetti ruoli civili.
Non si vuole certo negare ai militari la possibilità di frequentare corsi universitari, ma è necessario che ciò avvenga senza corsie preferenziali o percorsi esclusivi, per i quali esiste già l’Accademia militare. Tuttavia, negli ultimi anni, abbiamo assistito a una tendenza preoccupante: militari in servizio o in congedo occupano posizioni sempre più disparate e spesso non attinenti alla loro formazione originaria: commissari in ASL e altre aziende pubbliche, ruoli apicali alla Corte dei Conti, nella politica, nelle amministrazioni regionali e persino in enti come l’ACI.
Perché tutte queste porte aperte? Perché spesso si ritiene – a torto – che un militare sia di per sé più affidabile e competente, solo in virtù del suo status. Si tratta di un bias logico piuttosto comune chiamato “effetto alone” e ci porta a pensare che un esperto, in un certo settore, sia autorevole e credibile anche quando parla di ambiti che non gli appartengono.
A chi solo oggi inizia ad accorgersi della progressiva militarizzazione in Italia, ricordiamo che tutto è cominciato con la militarizzazione coatta del Corpo forestale dello Stato: un decreto che trasformò quasi 7.000 lavoratori civili in militari, senza alcuna reale necessità operativa.
Così, un corpo militare come l’Arma dei Carabinieri si è trovato (e ha cercato) competenze in campi come la gestione forestale, i pascoli, la sorveglianza nei parchi nazionali, la tutela della fauna, la difesa idrogeologica e la biodiversità – insomma, l’intera materia ambientale. Nessuno è venuto concretamente in soccorso di questi lavoratori, neppure le istituzioni preposte, a cominciare dalla politica, rimasta inerte.
È significativo che l’ex Comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette, dopo un’incredibile sentenza della Corte Costituzionale, abbia dichiarato pubblicamente, ospite di un’organizzazione sindacale: “Ora si può fare” – ovvero trasformare un corpo civile e i suoi dipendenti in militari. Solo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ci ha dato ragione, riconoscendo la violazione. Eppure, l’attuale governo, pur ammettendo le responsabilità, si è limitato a un’indennità simbolica di 6 euro ai forestali ricorrenti. Una beffa.
I forestali, però, non ci stanno e continueranno a ricorrere. La loro battaglia non è solo per un risarcimento, ma per affermare un principio: in una democrazia sana, i ruoli civili e militari devono rimanere distinti. L’avanzata del militarismo nei gangli dello Stato è un pericolo concreto, e contrastarla è dovere di tutti.
Federazione Rinascita Forestale Ambientale
