Dopo la drammatica morte dell’allieva Aurora Valenti, la scuola ispettori della Guardia di Finanza di Coppito è scossa da un nuovo atto d’accusa. Neil Beedaysee, allievo fiorentino di origini mauriziane, denuncia un clima asfissiante, con continue punizioni e richiami disciplinari. Sotto accusa un sistema che non forma ma incide pesantemente sul benessere psicofisico dei futuri agenti. Il Sindacato Finanzieri Democratici: «Occorre smilitarizzare: le scuole siano scuole, non vecchi collegi militari»
di Michele Turazza
La scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito (L’Aquila) non smette di far parlare di sé. Non una caserma, ma una scuola; certo, una scuola un po’ particolare, con studenti “particolari”, come i futuri marescialli della finanza che, ci si aspetta, siano formati con dosi massicce di diritto ed economia, anche in vista della laurea triennale che il corso consente di conseguire. In realtà, però, a prevalere sono contenuti e metodi più adatti a una caserma che a un istituto di alta formazione, con continui addestramenti militari da naja (come marce, alzabandiera, pulizia anfibi, “cubi” nelle camerate) che assorbono la gran parte del tempo degli allievi, sollevando più di un dubbio sulla loro concreta utilità per il lavoro che saranno chiamati a svolgere.
Il muro di gomma delle istituzioni militari
A riaccendere i riflettori su questa realtà aquilana è stata la recente tragica scomparsa di Aurora Valenti, un’allieva di soli ventidue anni precipitata dalla finestra del suo alloggio presso la scuola. Mentre la magistratura indaga, sarebbe opportuno che eventi così tragici, sempre più frequenti tra chi indossa una divisa, spingessero i vertici militari a un’analisi seria e profonda sulle condizioni di vita dei giovani allievi, sul loro benessere psicofisico. In fondo, è uno degli obblighi a cui ogni datore di lavoro è soggetto.
Al contrario, si registra un silenzio istituzionale talvolta impenetrabile: perfino le interrogazioni parlamentari mirate a fare luce sull’estrema rigidità (spesso applicata a geometria variabile), sulle storture educative e sull’assenza di sistemi di supporto per allievi in difficoltà, rimangono regolarmente senza risposta o con riscontri che minimizzano i fatti, dietro alla solita, vuota, retorica. Un muro di gomma che conferma quanto sia titanica la fatica di chiunque chieda trasparenza alle amministrazioni con le stellette, che sembrano preferire la conservazione dello status quo alla tutela della salute delle proprie reclute.
Neil e il sogno della divisa
La tragedia di Aurora ha sollecitato altri frequentatori a rompere il silenzio, portando a galla le sofferenze e le ingiustizie patite tra quelle mura. Neil, 28 anni, ex allievo maresciallo, ha di recente denunciato pubblicamente i trattamenti a dir poco discutibili, subìti all’interno della scuola. La sua segnalazione, indirizzata al Quirinale e al Ministero dell’Economia, squarcia il velo su una gestione della disciplina che avrebbe travalicato i limiti del rispetto dei diritti costituzionali dei militari, sollevando dubbi sulle modalità con cui viene erogata la formazione nell’istituto.
«Fin dalle scuole superiori – spiega Neil a Polizia e Democrazia – ho sognato di indossare la divisa della Guardia di Finanza e finalmente un paio di anni fa sono stato ammesso al corso per sottufficiale, quando mi rimanevano soltanto pochissimi esami al conseguimento della laurea magistrale in Giurisprudenza».
Neil Soorya Prakash Beedaysee è un cittadino italiano, nato a Firenze da genitori originari delle Mauritius. Cresciuto in una famiglia umile – la madre è addetta alle pulizie in un ospedale – si è laureato all’Università di Firenze col massimo dei voti, discutendo una tesi in procedura penale dal titolo “La Procura Europea nell’ambito della cooperazione rafforzata”, nell’ottobre del 2024, dopo il suo ingresso nella scuola di Coppito.
La selezione per entrare non è stata una passeggiata. Neil si impegna e ce la fa, piazzandosi in una posizione più che dignitosa: è 125° su 1230 posti. Nei colloqui si distingue, emerge un profilo motivato, serio, con rilevanti potenzialità: in fondo, ha qualche anno in più degli altri candidati e ha dimostrato di saper affrontare le difficoltà di un corso di laurea quinquennale impegnativo, superando tutti gli esami con una media dei voti molto alta. Varcate le mura della scuola di Coppito, però, i sinceri apprezzamenti dei periti selettori lasciano il posto a un clima ostile, un’atmosfera tutt’altro che accogliente, per nulla formativa. Il candidato Neil, che aveva superato brillantemente il concorso di ammissione, diventa, per gli istruttori, un allievo svogliato, da punire per ogni mancanza, anche la più insignificante, in un susseguirsi ininterrotto di contestazioni disciplinari che minano la sua autostima, facendolo sprofondare in uno stato di ansia, preoccupazione e allerta continua e svilendo sia la sua persona che la sua considerazione del Corpo della Guardia di Finanza. Quali conseguenze avranno sul suo futuro tutti quei richiami disciplinari? E perché a essere colpito con così tanto zelo è soprattutto lui, unico componente di minoranza etnica (ma solo per il colore della pelle, visto che è cittadino italiano) del suo corso? Forse un allievo che “pensa” viene visto con sospetto? Forse sono maggiormente apprezzati giovani da “plasmare”, che eseguono sempre senza discutere?
100 procedimenti per 250 giorni di “consegna”
I dati sono impressionanti: nel 2025 gli vengono contestati un centinaio di addebiti disciplinari, per un totale di circa 250 giorni di “consegna” (oltre a vari richiami). Ogni provvedimento disciplinare rappresenta un precedente che “aggrava” le sanzioni successive, poiché il soggetto risulta già “attenzionato”, in un circolo vizioso che si autoalimenta e sembra non aver mai fine. La “consegna” è una sanzione molto pesante, che incide sulla libertà personale: l’allievo è ristretto in caserma, non può uscire, né fruire degli impianti sportivi e necessita dell’autorizzazione anche solo per recarsi ai servizi, con conseguente compromissione della socializzazione con gli altri allievi, del riposo e del recupero psicofisico.
Quali sarebbero state le colpe così gravi commesse da Neil? La gran parte sembra consistere in mere mancanze formali, prive di reale impatto operativo. Se è vero che soprattutto nel mondo militare la forma è sostanza, è anche vero che le sanzioni dovrebbero essere comminate secondo i principi di proporzionalità e del rispetto del diritto di difesa. Eccone alcune: durante i moduli studio (cioè un tempo dedicato allo studio in camerata) non indossava gli anfibi; riponeva i capi militari nel lato civile dell’armadio; indossava un pigiama non consono; prendeva una bottiglietta d’acqua senza autorizzazione; si muoveva durante il contrappello; segnalava un guasto dei sanitari con modalità non previste; non avvisava di essere rientrato in anticipo in caserma; si recava in bagno senza autorizzazione; non indossava i guanti; deteneva il cellulare sulla scrivania; non si rasava la barba quotidianamente; non chiudeva l’armadio. Anche nel caso di minimi ritardi, la sanzione inflitta è stata quella massima, ossia sette giorni di consegna. Altri sette per aver negato di possedere qualche genere alimentare in camerata (poi invece ritrovato): una sanzione così pesante (ripetiamo: sette giorni di restrizione della sua libertà) si può ritenere commisurata al tipo di mancanza commessa e alla sua gravità, così come richiesto dal Codice dell’Ordinamento Militare?
Ora, un conto è il sacrificio imposto da un percorso formativo in un’istituzione militare; un altro, l’utilizzo del potere punitivo in modo del tutto sproporzionato e talvolta lesivo della dignità della persona, svuotandolo così di senso e rendendolo, non solo inefficace dal punto di vista formativo, ma anche controproducente. Tra l’altro, le fattispecie disciplinari sanzionate non sono per nulla tipizzate: in altre parole, leggi e regolamenti si limitano a prevedere, dal punto di vista formale, particolari procedimenti per la contestazione, la difesa e l’irrogazione della sanzione, restando però alquanto generiche sul piano sostanziale, nulla dicendo sui singoli comportamenti oggetto di biasimo, se non con formule generiche quali “mancanza di lealtà, trasparenza, integrità”, che significano tutto e niente, potendo essere “riempite” di qualsiasi contenuto, a seconda dei casi, delle circostanze e dei soggetti. La decisione sul rilievo disciplinare di una mancanza e sulla necessità di segnalarla ai superiori gerarchici per l’avvio del procedimento è lasciata sostanzialmente alla discrezionalità del singolo istruttore. Violando così un altro principio cardine del nostro ordinamento: quello di uguaglianza.
«Andrò avanti: non voglio rinunciare al mio sogno»
Di tutti gli allievi della sua compagnia (poco più di 200 persone) Neil è stato l’unico a essere giudicato non idoneo, vedendosi così preclusa la possibilità di proseguire nella Guardia di Finanza. La valutazione negativa riguarda il “punto caratteristico”, basato soltanto su parametri relativi all’attitudine militare. Ulteriore anomalia è il ritardo nella comunicazione agli allievi dei criteri di valutazione, avvenuta nel luglio 2025, cioè ben sette mesi dopo l’inizio del corso.
Neil ha deciso di tutelarsi nelle sedi competenti. Assistito dall’Avv. Francesco Stefani del Foro di Firenze, ha presentato denuncia-querela: «Non ho intenzione di rinunciare al mio sogno – spiega l’ex allievo – e sono pronto a percorrere tutte le strade per far valere i miei diritti, anche fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ho lottato per ottenere quel posto che ritengo sia un Corpo d’eccellenza a livello europeo: ne ho parlato anche nella mia tesi di laurea».
L’accertamento della sussistenza di eventuali reati e dei responsabili spetta solo alla magistratura. Ma il problema rimane e va affrontato, per evitare che altri possano trovarsi nella sua stessa difficile situazione. La formazione destinata agli allievi che hanno scelto di esercitare delicate funzioni di polizia economico-finanziaria e giudiziaria deve sì fondarsi sul rigore, sulla responsabilità e sul rispetto delle regole, ma le Amministrazioni non possono prescindere dalla garanzia della tutela della persona e dal pieno rispetto della Costituzione, sulla quale tra l’altro giurano i finanzieri, compresi gli istruttori.
Interrogazioni senza risposta
In un’interrogazione del 28 luglio 2026, la sen. Ilaria Cucchi (AVS) ha sollecitato una risposta a suoi precedenti atti di sindacato ispettivo con cui erano state richieste al Governo informazioni circa la gestione della disciplina e l’assenza di validi supporti psicologici per gli allievi, oltre che sulle “condizioni vigenti nella scuola di Coppito”. Il riferimento è a testimonianze “relative a privazioni del sonno, docce fredde, limitazioni nell’accesso all’acqua, tempi incompatibili con una normale igiene personale, assenza di momenti di recupero e di socialità e imposizione di attività addestrative anche in condizioni fisiche particolarmente gravose”. Secondo la Senatrice «l’esigenza di assicurare disciplina, preparazione e capacità operativa non possono in alcun modo giustificare metodi formativi degradanti, sproporzionati o lesivi della dignità, né attenuare l’obbligo dell’amministrazione di prevenire i rischi per la salute fisica e mentale, individuare tempestivamente le situazioni di vulnerabilità e rendere effettivamente accessibili forme di ascolto e assistenza indipendenti dalla catena gerarchica».
Smilitarizzazione: la svolta necessaria
Anche il Sindacato Finanzieri Democratici da tempo sta raccogliendo le segnalazioni degli allievi e delle allieve della scuola di Coppito, evidenziando parecchie anomalie, prima tra tutte la rinuncia a proseguire il corso per ispettori da parte di quasi il 10% degli ammessi nel 2024, dopo soli due mesi dall’inizio. «Da quanto è emerso – si legge in un comunicato del SFD – in modo del tutto inaccettabile, agli allievi è consentito bere solo un bicchiere d’acqua durante tutta la giornata, precludendo anche la possibilità di recarsi ai distributori automatici, nondimeno, al termine delle attività svolte è fortemente limitata anche la normale igiene personale, a causa di presunti tempi organizzativi e/o addestrativi».
La vicenda di Neil, unita ad altre ombre che gravano sui “metodi formativi” della scuola di Coppito, rende doveroso a riaprire il dibattito, sorto negli anni ’70, circa la reale necessità del mantenimento dello status militare per gli appartenenti alla Guardia di Finanza. A chi giova? Quali sono le effettive ricadute positive sul lavoro quotidiano? Un dibattito che la nostra rivista accompagna da anni a fianco di quelle associazioni, come il Sindacato Finanzieri Democratici, che si battono per la smilitarizzazione.
«A cosa serve, allora – insiste il Sindacato – un reparto di istruzione concepito come un vecchio collegio militare? Esattamente a nulla! Una perdita di tempo e di denaro pubblico. Sarebbe sufficiente che gli Allievi si presentassero al mattino, come solitamente avviene in tutte le università italiane, per frequentare i corsi (dunque le lezioni) e poi uscire per l’ora di pranzo. Insomma, restare tutto il giorno chiusi in un ambiente spesso ostile ai più giovani (specialmente a quelli di oggi) non è salutare. Vogliamo dei giovani sereni e preparati alla professione che andranno a svolgere oppure dei soldatini scontenti, ansiosi e depressi, ma ubbidienti? Ma dovranno trascorrere altri 250 anni prima che la Guardia di Finanza si adegui ai tempi? Non si potrebbe intervenire subito per evitare il malessere che serpeggia nei reparti di istruzione?».
I militari sono prima di tutto lavoratori, così come gli allievi, a cui si applicano le prescrizioni del D. Lgs. 81/2008 (Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) e la salute è da intendersi in senso ampio, non soltanto fisica ma anche psicologica. Cosa stanno facendo le Amministrazioni militari sul punto? Quali accorgimenti hanno adottato?
Militari? Prima di tutto, lavoratori da tutelare
Per evitare che il disagio profondo si trasformi in tragedie irreparabili, come nel caso di Aurora, non è più rinviabile un intervento riformatore di un modello disciplinare basato su un approccio puramente “abrasivo” e su una costante e usurante pressione sanzionatoria, abnorme rispetto alle finalità per le quali è previsto. Introdurre sistemi strutturati di monitoraggio e tutoraggio per gli allievi che manifestano criticità e garantire loro il necessario recupero psico-fisico, oltre alla destinazione ad altri ruoli di istruttori e ufficiali non adatti al lavoro con gli allievi e le allieve, non sono semplici concessioni, ma diritti da garantire per tutelare la salute psicofisica e la vita dei giovani in divisa, all’interno di uno Stato democratico.
