Siamo ormai arrivati all’estate, calda e critica per tanti motivi. Anche solo andare al mare, con quello che costa il carburante, è diventato triste tema di riflessione e allora (in molti se ne stanno rendendo conto) per quest’anno il terrazzino potrà bastare. Sembra che il termine “accontentarsi” inizi a far parte della nostra concezione di vivere questo periodo.
Accontentarsi, però, per alcune categorie di lavoratori, che siano pescatori, gli autotrasportatori o, più in generale, chi paga le bollette, è diventato seriamente difficile, per altri addirittura impossibile.
Nonostante vi sia una situazione critica, tuttavia nell’aria non si avverte il pericolo di un “dopo estate” ancora più difficile, perché – diciamocelo – “Non siamo abituati ai sacrifici”. O almeno così eravamo fino a poco più di due anni fa.
I segnali sono evidenti a tutti e presto dovremo rivedere il nostro modo di vivere, a cominciare dal più comune utilizzo delle risorse energetiche. Il tema scomodo del riscaldamento è stato solo rimandato, messo da parte dal caldo torrido di questi giorni.
D’altronde chi può rassicurarci di fronte a questo futuro? La politica? Dispiace dirlo, ma i politici di oggi preferiscono pensare al “loro domani”, magari alle elezioni del prossimo anno, mentre viene a mancare un serio piano di tutele e di prevenzione rispetto a problematiche distanti appena pochi mesi.

La classe politica nostrana, questa volta, rischia brutto. Dopo gli inni di Mameli cantati sul balcone, dopo il fiducioso “effetto Draghi” e le ultime elezioni presidenziali, di quell’entusiasmo e aspettative è rimasto veramente poco o nulla. Resta solo la loro chilometrica distanza dai problemi del Paese. Gli italiani sono stanchi, in tutti i sensi. Stanno perdendo la speranza ma non la rabbia, arrivata ormai al limite. Usando un linguaggio da emergenza sanitaria, potremmo dire che l’Italia è ancora in attesa di entrare in una fase due, quella vera.
Negli ultimi numeri ho sempre chiuso i miei editoriali con frasi ottimistiche, speranzose. Questa volta no. Sembra di vivere nel “tempo dell’attesa”, tanto per citare un romanzo della scrittrice britannica Elizabeth Howard, non a caso ambientato nel settembre del 1939… ebbene sì, siamo in attesa che il futuro ci porti salute, lavoro e sicurezza. Sempre se non stiamo chiedendo troppo.

“Non è detto che se ora va male sarà sempre così” (Orazio)
“I pastori saranno brutali finché le pecore saranno stupide” (Godin)

il Direttore, Ugo Rodorigo

direttore@poliziaedemocrazia.it

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