Anche oggi in Italia si verificano casi di tutori dell’ordine che agiscono infangando l’uniforme che indossano

    Non dovrebbe accadere, ma a quanto sembra succede, purtroppo, tuttora. A vent’anni dagli orrori alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il vertice G8 di Genova – una ferita nella democrazia del nostro Paese, perché si trattò di una grave offesa allo Stato di diritto da parte di chi aveva l’incarico di mantenere l’ordine – si assiste ancora, in Italia, ad episodi di violenza commessi da alcuni esponenti delle Forze di Polizia.

    L’argomento è scomodo, ma necessita di essere affrontato. È doveroso parlarne, non certo per screditare un’intera istituzione – composta quasi completamente da persone fedeli al giuramento solenne, alle quali come cittadini siamo grati perché esse mettono quotidianamente a rischio la propria vita per difendere la collettività e contrastare la criminalità – bensì per riflettere su alcuni casi concreti (tenendo presente che la responsabilità penale è personale e che vale il principio di non colpevolezza fino ad una sentenza definitiva di condanna), per ricordare che chi compie azioni criminali, soprattutto se si tratta di colui che dovrebbe garantire l’osservanza delle norme, va sempre isolato e perseguito, per sensibilizzare tutti i poliziotti ed i carabinieri a non coprire i colleghi violenti o comunque non rispettosi della legge, per meditare sul sistema di reclutamento dei tutori dell’ordine e sulla capacità del Corpo di intervenire al proprio interno laddove il problema esiste.

    Nel marzo di quest’anno, a Torino in corso Racconigi, un agente della Polizia di Stato della Squadra Mobile dalla carriera trentennale, mentre fermava con altri due compagni di pattuglia uno spacciatore di droga senegalese, avrebbe tirato più volte pugni in viso al pusher che, inerme, non avrebbe reagito. La telecamera di sicurezza di un istituto di credito avrebbe registrato sequenze della brutta vicenda. A maggio il poliziotto, accusato di abuso d’ufficio e di autorità verso un arrestato, è stato destinatario di una misura cautelare interdittiva, emessa dal tribunale, di sospensione dal servizio per 6 mesi. Avrebbe ammesso di avere sbagliato. Il primo luglio il pm ha chiesto il suo rinvio a giudizio.

    Nel dicembre 2020, nella città della Mole Antonelliana, quattro poliziotti del commissariato Dora Vanchiglia – indagati a vario titolo per concussione, corruzione, peculato, falso ideologico in atto pubblico e sequestro di persona per episodi risalenti alla primavera dell’anno passato – sono stati sospesi dal gip, con una misura cautelare, per un periodo fra i 6 ed i 10 mesi. Alle indagini, come nel caso precedente, ha partecipato la Squadra Mobile. I coinvolti avrebbero gestito l’attività info-investigativa fuori dalle regole procedurali. Avrebbero disposto operazioni illegali “undercover” adoperando un cittadino di origine marocchina come “agente provocatore” per catturare gli spacciatori del quartiere. A lui sarebbe stata ceduta droga e sarebbe stato promesso denaro. Un ruolo chiave nella vicenda lo avrebbe ricoperto un sostituto commissario. Il marocchino (poi arrestato per droga e corruzione) aveva presentato denuncia dopo che sarebbe stato trattenuto immotivatamente in commissariato, dove avrebbe ricevuto pressioni illecite, sarebbe stato intimorito e minacciato perché diventasse un confidente e fornisse informazioni sugli spacciatori. Sarebbero stati compilati, inoltre, verbali fittizi. In sostanza, si sarebbero programmate operazioni mirate per raggiungere un risultato più semplice e veloce, invece di sviluppare nel tempo le investigazioni che avrebbero permesso di conoscere più a fondo la reale situazione del traffico di stupefacenti nella zona.

    Marco Scipolo

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