Cosa c’è dietro l’errata gestione dell’ordine pubblico riscontratosi durante i fatti del G8? Una possibile risposta va cercata parecchi decenni addietro, alla fine degli anni ’60

Nonostante siano passati due decenni è sempre difficile confrontarsi e interrogarsi sul G8 di Genova. Nonostante molte chiavi interpretative siano state fornite da autorevoli studiosi rimane ancora difficile giungere ad una spiegazione esaustiva di quelle giornate. Alcuni hanno provato a spiegare le “giornate genovesi” facendo ricorso al concetto di “opportunità politiche” e alla volontà dei vertici della Polizia di accreditarsi nei confronti dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Altri, invece, hanno sottolineato i condizionamenti politici subiti dalle Forze dell’Ordine in quelle giornate di luglio mentre altri ancora hanno concentrato la loro attenzione sull’inadeguatezza organizzativa e operativa del comparto sicurezza. In questo articolo si cercherà di leggere questi avvenimenti come il lascito del mancato riformismo avvenuto durante i governi di Centrosinistra susseguitisi durante gli anni Sessanta del secolo scorso.

Se analizziamo il dibattito politico in tema di ordine pubblico possiamo notare la quasi completa sovrapponibilità tra gli elementi critici registrati negli anni Sessanta e quelli portati alla luce dalla repressione utilizzata nel luglio del 2001. Per prima cosa il movimento di riforma della Polizia, negli anni Sessanta e Settanta, lamentava l’utilizzo degli allievi agenti e dei Carabinieri di leva nei servizi di ordine pubblico, i quali venivano privati della loro formazione culturale-professionale per essere utilizzati come serbatoio da cui attingere le risorse per arginare il clima di protesta presente nel paese. Nel luglio del 2001, a vent’anni dalla L. 121/1981, nel nostro Paese si faceva ancora utilizzo di personale di leva nella gestione dell’ordine pubblico, personale inesperto che si trovava ad essere impiegato in uno dei compiti più delicati che le polizie sono chiamate ad assolvere. A riprova di ciò, basti considerare che l’uccisione di Carlo Giuliani avvenne per mano di un giovane carabiniere ausiliario, Mario Placanica.

Altro elemento critico che veniva sollevato negli anni Sessanta era l’addestramento impartito alle giovani reclute, il quale mirava a creare degli obbedienti militari e non dei poliziotti degni di uno stato democratico. Nelle giornate di Genova questo addestramento di tipo militaresco è tornato alla ribalta negli scontri di piazza ma è, a mio parere, ben visibile nelle modalità con cui i vertici hanno deciso di organizzare la gestione dell’ordine pubblico nelle “giornate genovesi”. La creazione di reparti come il Settimo Nucleo Sperimentale, per quanto riguarda la Polizia di Stato, o delle Compagnie di Contenimento e Intervento Risolutivo, ad opera dell’Arma, ci danno un’idea del modello di ordine pubblico perseguito dalle alte gerarchie ministeriali. Una gestione della protesta di tipo muscolare, poco incline all’utilizzo di strumenti preventivi e informativi, utilizzati per lo più per creare uno stato di tensione permanente negli agenti impiegati durante gli scontri di piazza. Il tipo di addestramento e di dotazione hanno fatto il resto.

Gabriele Ridolfi

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