Nonostante siano passati vent’anni, i fatti di Genova lasciano ancora molti interrogativi: si trattò solo di inefficienza o, come sostengono in molti, la gestione distorta dell’ordine pubblico fu una sorta di laboratorio?

Vent’anni, una cifra che ricorre due volte. Nel 2001 erano passati due decenni dalla riforma della Polizia voluta dal movimento democratico dei poliziotti; un ventennio è quello che ci separa oggi da un evento per certi versi ancora difficile da interpretare e, effettivamente, da accettare. Questo perché il G8 di Genova e le violenze che lo segnarono rappresentano un brusco momento di rottura con i principi di detta riforma, una sorta di pietra tombale che ancora non è stata del tutto scoperchiata. Una macchia del nostro Paese che non si è voluta, almeno del tutto, ripulire.
Che cosa è successo, dunque, a Genova nel luglio del 2001? Non basta rispondere che le Forze dell’Ordine sbagliarono nel svolgere le loro funzioni; non basta rispondere nemmeno che la città ne uscì distrutta e la popolazione gravemente danneggiata; basterebbe soffermarsi su una semplice constatazione, ribadita tempo dopo da Amnesty International, ovvero che a Genova ci fu «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale». La gravità degli eventi, susseguitisi ininterrottamente nelle due giornate del 20 e 21 luglio, non può non addebitarsi a chi, de facto e non pro forma, ha gestito dall’alto la situazione. Sono in molti a ritenere che i veri responsabili dei fatti del G8 non hanno mai saldato il conto con la giustizia.

Tempi bui

Non c’è bisogno di fare una cronistoria dei fatti, per farsi un’idea precisa basta aprire un computer. La prima eccezionalità del G8 di Genova consiste nel fatto che quasi tutti gli episodi di violenza sono stati documentati: videoamatori, giornalisti free lance, professionisti autorizzati, residenti con fotocamere digitali, in centinaia hanno sfruttato le nuove tecnologie forniteci dal nuovo millennio per immortalare quei tragici momenti. E tutto è ancora in rete, di dominio pubblico. Non siamo più negli anni ’70, quando tutto poteva essere reso indimostrabile, inattendibile. Eppure quei “tempi bui” riecheggiano anche nelle strade del capoluogo ligure. False informative confezionate ad arte, disinformazione di massa, infiltrati e provocatori, pietre “omicide” e tanto altro, tutti elementi che ci rimandano ai fatidici anni di piombo piuttosto che agli anni duemila.
Il G8 non inizia il 19 luglio con il corteo dei migranti e non inizia neanche nel maggio 2000, quando l’ormai decadente governo D’Alema ne annuncia ufficialmente lo svolgimento nel capoluogo ligure previsto per l’anno seguente. Il G8 ha una data ben precisa, l’11 giugno 2001, quando al secondo governo Amato succede il secondo governo Berlusconi. A poco più di un mese di distanza dal vertice degli 8 grandi cambia tutto, uomini e strategie. I risultati si vedono ben prima dei fatti di luglio. Nelle settimane che precedono gli eventi, infatti, viene “allestito” un clima di tensione che si ripercuote soprattutto sui tutori dell’ordine. Ma non bastano certi organi di stampa, facilmente influenzabili, per parlare di palloncini ripieni di sangue infetto, di frutta “farcita” con le lame, di pneumatici incendiari o di piccoli elicotteri telecomandati (oggi li chiamiamo droni) che trasportano materiale esplosivo. Queste, oggi diciamo comiche, informazioni vengono diramate dai servizi segreti tramite delle informative (ufficiali e non) e hanno uno scopo ben preciso: creare un clima di paura, non solo tra gli uomini in divisa ma, soprattutto, tra le persone. Si può affermare che questo è il primo monito, il primo serio invito a non andare a Genova. Eccetto i principali partiti (è rimasta famosa la defezione ufficiale dell’allora leader dei DS Piero Fassino) nel capoluogo ligure, invece, ci vanno tutti. E c’è di tutto: dai comboniani ai centri sociali, dai Cobas alla Rete Lilliput, dai sindacati ai Black Bloc.

Matteo Picconi

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