Secondo Prestigiacomo, nel 2001 lo Stato agì senza una strategia: «Quel G8 fu inutile. Strategicamente vano sotto ogni aspetto»

Gianluca Prestigiacomo (Venezia 1963), scrittore e giornalista pubblicista. Fondatore e Vicepresidente dell’Osservatorio Veneto sul Fenomeno Mafioso.
Ha collaborato con Il Gazzettino e altri periodici. Esordisce con due libri di narrativa: 47 racconti divertenti (1988) e Limiti d’età (1994). Con Supernova, pubblica Il Colore dell’Anima (2004) e Ho chiuso gli occhi un momento e il mare non c’era più (2009), narrazione sulla violenza di genere da cui venne realizzata l’omonima riduzione teatrale. Nel 2014 pubblica Un altro mondo è possibile? Genova, 20-21 luglio 2001. Libro che, nello stesso anno, aprì con Massimo Cacciari il Festival della Politica di Mestre: Politica e Violenza. Nel 2017 partecipa con il racconto 12 maggio 1980, all’antologia Porto Marghera – Cento anni di Storie 1917 – 2017 (Helvetia). Nel 2018 pubblica Arance Rosse – dialogo tra un magistrato e una studentessa (Supernova), testo divulgativo in ambito scolastico, di sensibilizzazione sulla lotta alle mafie, in memoria di Libero Grassi. Per 35 anni ha fatto parte della Digos di Venezia (in quiescenza dal maggio 2020).


Sono passati vent’anni dal G8 del 2001: durante quei tre giorni, a Genova, in cui la Costituzione è stata calpestata da uomini in divisa, da politicanti e da devastatori di professione, si sono verificati fatti indegni di un Paese civile. Diaz, Bolzaneto, nomi che evocano terrore e paura. La giustizia ha fatto il suo corso, i responsabili di quelle atrocità sono stati condannati, alcuni rientrati in Polizia; nella stessa Polizia che esclude aspiranti giovani agenti per l’ombra di un tatuaggio cancellato sulla pelle. Ma non basta. È l’aspetto umano che non va trascurato, al di là della giustizia formale.

Prestigiacomo, a Genova durante quei maledetti giorni, racconta cosa videro i suoi occhi, le manganellate, gli insulti, i devastatori Black Bloc. La paura. La paura dei manifestanti pacifici e di gran parte dei suoi colleghi in servizio di ordine pubblico.

Il G8 rimarrà un nodo irrisolto della recente storia italiana fino a quando non si accerteranno le responsabilità politiche; e solo una Commissione di inchiesta potrebbe farlo. È ciò che l’Autore di “G8 Genova 2001. Storia di un disastro annunciato” (Chiarelettere, 2021) propone. Polizia e Democrazia l’ha incontrato.

Per quali motivi scelse di entrare in Polizia e, in particolare, nella Digos?

Quando ero giovane mi ero praticamente innamorato della Digos pur non sapendo cosa facesse di preciso. Avevo conosciuto un paio di operatori. Diciamo che nutrivo una forte curiosità e, per molti aspetti, anche un senso di giustizia. Con il senno di poi posso affermare che si trattava principalmente di mettermi a disposizione degli altri. Di partecipare alla ricerca di quelle verità che già allora si intuiva non sarebbero mai venute alla luce. Ovviamente, si era giovani, ma credo di avere fatto la scelta giusta. A volte anche i piccoli gesti, le piccole cose, contribuiscono in modo determinante. Se avessi avuto la smania di celebrità avrei scelto un altro mestiere. Ho sempre preferito il lavoro di squadra, anche perché è proprio nel confronto che si cresce.

Michele Turazza

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