Basta slogan: la paura si è da anni trasformata in una “macchina del consenso” che distorce la realtà. Gabrielli e Bonini, nel loro recente lavoro “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, smontano il paradigma securitario per una sicurezza autentica. Dai rischi di politiche improvvisate al caso Benevento, dove un nuovo Osservatorio della Polizia Municipale supporterà gli amministratori nelle loro scelte strategiche. Perché la sicurezza è, anzitutto, un bene relazionale, basato sulla fiducia

Giuseppe Vecchio – Comandante Polizia Municipale Benevento

Ci sono libri che non offrono “ricette preconfezionate” ma costringono a riflettere su temi centrali della nostra epoca. La sicurezza è uno di questi temi ed è diventata il terreno privilegiato dello scontro politico e della costruzione del consenso. Riflettere sui suoi presupposti significa interrogarsi sul rapporto tra Stato, democrazia e libertà individuali. Il libro “Contro la paura” scritto a quattro mani da Franco Gabrielli, ex Capo della Polizia, per anni al vertice degli apparti di Sicurezza Nazionale e Protezione Civile, e Carlo Bonini, noto giornalista investigativo, parte da un concetto che muove e “smuove” gli istinti delle masse: la paura.
La paura oggi è diventata una straordinaria macchina del consenso che alimenta “narrazioni semplici” produce risposte immediate basate su emozioni e che diventano facilmente slogan elettorali. È il “paradigma securitario”: la convinzione che ogni problema sociale possa essere affrontato prevalentemente attraverso il diritto penale, l’inasprimento delle sanzioni, l’espansione dei poteri di controllo e l’aumento della presenza repressiva. Eppure la sicurezza “autentica” non coincide con la repressione ma è qualcosa di più profondo. È la capacità dello Stato di creare condizioni di convivenza, di prevenire i conflitti, di ridurre le fragilità che generano illegalità insomma non è il privilegio dei più forti, ma il diritto dei più deboli. Il dibattito pubblico, invece, tende sempre più spesso a trasformarsi in uno “storytelling” permanente, ogni episodio di cronaca viene assunto come paradigma generale; ogni fatto violento diventa prova di un’emergenza permanente; ogni statistica è utilizzata come arma dialettica anziché come strumento di conoscenza.
Il tema dell’immigrazione rappresenta probabilmente il terreno nel quale questa dinamica emerge con maggiore evidenza, l’opinione pubblica associa frequentemente il fenomeno migratorio all’aumento dei reati contro la persona e contro il patrimonio, costruendo una connessione che raramente viene analizzata nella sua reale complessità. L’errore consiste nel considerare l’immigrazione esclusivamente come un problema di ordine pubblico, in realtà ciò che non viene governato a monte tende inevitabilmente a riapparire a valle sotto forma di emergenza. Gli ingressi senza integrazione producono precarietà che alimenta irregolarità e naturalmente marginalità sociale. La marginalità diventa terreno fertile per fenomeni criminali e per il degrado urbano. A quel punto l’opinione pubblica si concentra inevitabilmente sulla repressione, dimenticando che la repressione, da sola, non può ricostruire ciò che “non è stato costruito prima”.
È noto come l’Italia ospiti oggi oltre cinque milioni di cittadini stranieri regolarmente residenti. Non si tratta più di una presenza transitoria, ma di una componente…