Il 10 ottobre 2025 il mondo ha smesso di chiamarla guerra. Da allora, nella Striscia, sono stati uccisi più di milletrecento palestinesi, oltre nove persone su dieci non hanno un riparo adeguato, ogni abitante vive circondato da trenta tonnellate di macerie e i bambini raccolgono legna perché in famiglia non ci si può permettere il gas. Questo è il racconto di che cosa significa, nella vita quotidiana di due milioni di persone, una pace arrivata solo a metà
Valeria Carmen Caputo
Un accordo fermo alla prima fase
Quando, a mezzogiorno del 10 ottobre, è entrato in vigore l’accordo fra Israele e Hamas firmato il giorno prima a Sharm el-Sheikh, molti si sono messi in cammino verso nord lungo la costa, a piedi, con i materassi in spalla e i bambini per mano, per andare a vedere che cosa fosse rimasto delle loro case. Quasi nessuno ha trovato una casa. Il censimento porta a porta avviato dalle organizzazioni umanitarie nel gennaio 2026 ha ispezionato finora 178.632 unità abitative: sei su dieci sono distrutte, gravemente danneggiate o comunque inabitabili. Le riparazioni di base completate in tutto il 2026 sono, a fine agosto, 627.
È da lì che bisogna partire per capire perché a Gaza la parola tregua abbia assunto un significato che nessun dizionario registra. L’accordo nasceva dal piano in venti punti annunciato da Donald Trump e prevedeva tre fasi. La prima è stata rispettata: i combattimenti su larga scala sono cessati; gli ostaggi israeliani vivi sono tornati a casa insieme alle salme; circa duemila detenuti palestinesi sono stati liberati; l’esercito israeliano si è ritirato su una linea concordata. Poi tutto si è fermato.
Lontano da Gaza, intanto, il piano ha continuato ad avanzare, ma soltanto sulla carta. Il Consiglio di sicurezza ha approvato in novembre la risoluzione 2803. È nato un Board of Peace presieduto da Trump, ratificato a Davos in gennaio, con l’ex diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov come alto rappresentante. È stata istituita una forza internazionale di stabilizzazione, immaginata con ventimila uomini e affidata al generale statunitense Jasper Jeffers. A Washington, in febbraio, nove paesi e gli Stati Uniti hanno promesso diciassette miliardi di dollari. Per ora quella forza ha raccolto le adesioni formali di Marocco e Kosovo, l’impegno di pochi altri paesi e un’autorizzazione israeliana a far entrare duecento militari. Dentro Gaza non è arrivato ancora nessuno.
La linea che si muove di notte
La Striscia oggi è tagliata in due da quella che i funzionari americani hanno chiamato “linea gialla”. A ovest, su una porzione di territorio in gran parte ridotta in polvere, vive l’intera popolazione. A est c’è l’area sotto pieno controllo militare israeliano: il 53% secondo le prime dichiarazioni israeliane, il 58% secondo la verifica satellitare di Al Jazeera, il 60% secondo quanto ha detto Netanyahu il 2 settembre 2026, visitando una postazione insieme al capo di stato maggiore. «Controlliamo il territorio, non ci stiamo ritirando» ha dichiarato quel giorno. L’obiettivo indicato è il 70%.
Il problema, per chi ci abita accanto, è quella linea che non sta ferma. Nel gennaio 2026 le immagini satellitari hanno mostrato i blocchi di cemento gialli spostati di centinaia di metri verso ovest. Poi ancora, a primavera, e di nuovo in estate. Una donna di Deir al Balah lo ha raccontato in poche parole che valgono più di una mappa: “ogni giorno avanzano, noi ci sistemiamo, loro avanzano di nuovo”. Lei era su quella linea. L’hanno superata tre volte.
L’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha descritto in aprile una frontiera non segnalata con chiarezza, in scorrimento continuo verso il mare, il cui perimetro è diventato una zona di fuoco: colpi di arma da fuoco, raid, cannoneggiamenti quotidiani, e dal mare le navi che sparano verso l’interno. Le persone sono circondate su tutti i lati.
Dietro la “linea gialla”, dove i palestinesi non possono più andare, sta accadendo qualcosa che non ha l’aria del provvisorio. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, sono state costruite strade militari, avamposti, terrapieni permanenti. L’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor ha stimato in un rapporto di agosto che in quell’area almeno 10 milioni di tonnellate di macerie sono state rimosse, frantumate o spostate senza alcuna supervisione internazionale. Nello stesso periodo il programma coordinato dalle Nazioni Unite, quello che lavora con squadre palestinesi e verifica ogni sito prima di toccarlo, ne aveva rimosse poco meno di 630mila. Sotto quelle macerie ci sono ancora le case e i corpi di qualcuno.
I morti della tregua
Youssef Aqila era uscito con la figlia Wafaa (sette anni) per comprare il materiale scolastico in vista dell’inizio dell’anno. Tornavano a casa a Gaza City quando un drone ha colpito il veicolo. Sono morti tutti e due. Lo stesso giorno, a Deir al Balah, l’artiglieria ha colpito un’aula che ospitava sfollati e ha ucciso un altro bambino di sette anni. Era la prima settimana di settembre 2026, a guerra ufficialmente finita.
Il ministero della Salute di Gaza tiene il conto. Fra l’annuncio del cessate il fuoco e il 2 settembre ha registrato 1.334 morti e 4.429 feriti, cifre riprese ogni settimana nei bollettini dell’OCHA. L’aggiornamento al 10 settembre parla di 1.359 uccisi e 4.571 feriti. Vanno contati a parte gli 831 corpi tirati fuori nello stesso periodo da sotto le macerie. Il totale dal 7 ottobre 2023 supera i 73mila morti, di cui oltre 21500 bambini. EMERGENCY, che ha una clinica ad Al Qarara, contava a fine luglio oltre 247mila persone fra morti e feriti.
Sono numeri che vanno letti sapendo come nascono. Il ministero non distingue fra civili e…
