La distruzione dell’ordine internazionale e l’affermazione della violenza come mezzo ordinario di regolazione delle relazioni tra stati segnano il ritorno dell’umanità a una dimensione tribale. Come evidenzia il giurista Luigi Daniele, professore di diritto internazionale, l’attacco alle corti e alle convenzioni compromette le tutele dei civili, minacciando direttamente le basi delle democrazie costituzionali

Michele Turazza

«Negli ultimi anni siamo stati testimoni di atrocità che non immaginavamo possibili, non nel nostro tempo, né tantomeno da parte di chi sventola la bandiera della nostra “civiltà”, proclamandosi suo difensore» (dall’Introduzione).

La tragedia in atto a Gaza e in Libano non rappresenta un semplice conflitto regionale, ma il laboratorio di un mondo feroce segnato dal definitivo accantonamento del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra: una «violenza destituente» – così definita dall’Autore de “Il diritto del più forte” (Laterza) – che mina, una ad una, le conquiste della civiltà giuridica moderna.

L’applicazione sistematica di doppi standard da parte delle classi dirigenti occidentali, per cui ciò che è considerato criminale in un caso viene giustificato come legittima difesa in un altro, pregiudica il principio di uguaglianza, rendendo nel discorso pubblico non soltanto accettabili, ma talvolta persino doverose, le guerre, a cui invece i nostri Costituenti avevano opposto un netto ripudio all’articolo 11.

La riappropriazione del diritto internazionale si pone dunque come obiettivo necessario, una «piattaforma politica costituente» indispensabile per difendere la nostra e le future generazioni e per «contrastare quelle disuguaglianze e non lasciare che il mondo discenda nuovamente in un abisso in cui il diritto di avere diritti di interi popoli e persino il loro diritto di esistere torni a essere una variabile che dipende dalla forza delle armi» (dalle Conclusioni).

 

Prof. Daniele, quando è nato il diritto internazionale inteso, almeno fino alla fine degli anni ’90, come modalità per regolare giuridicamente rapporti tra stati che prima erano basati quasi soltanto sulla forza bruta?

L’uso della forza armata tra stati è rimasto per molto tempo, ben oltre la nascita del diritto internazionale moderno (tradizionalmente individuata nella Pace di Westfalia del 1648), uno strumento perfettamente legittimo di risoluzione delle controversie. C’è voluta una guerra mondiale per arrivare ai primi tentativi di proibire giuridicamente la (o meglio, di rinunciare legalmente alla) guerra, all’inizio del Novecento. Ciò non significa che la guerra fosse senza leggi, come pare sia tornata ad essere oggi. La limitazione giuridica della guerra, infatti, in particolare nel senso dei mezzi e dei metodi della sua condizione, è tanto antica quanto l’umanità. Già le civiltà antiche e classiche avevano forgiato regole legate al concetto dall’onore del guerriero. Ma soprattutto, le premesse storico-filosofiche della protezione universale dei civili in tempo di guerra nascono insieme a quelle della democrazia e dello Stato di diritto, col giusnaturalismo e l’illuminismo, per poi arrivare alla fine dell’Ottocento ai primi strumenti giuridici internazionali di diritto umanitario. Paradossalmente, oggi la forza armata senza leggi è una realtà culturalmente molto più viva di quanto non lo fosse nelle guerre del passato. A poteri sovrani che si identificavano con l’autorità e la capacità di governare la guerra, si sono sostituiti poteri che appaltano la sovranità alla guerra e sono da essa governati.

 

L’insolita uscita del ministro Tajani sul diritto internazionale che “vale fino a un certo punto”, contiene, di fatto, un nucleo di verità, fondando la teoria dei doppi standard: si applica ormai solo per i “nemici” (o ritenuti tali) e non per i presunti “amici”?

Su questo punto il libro spende molte pagine. È questo il nucleo decisivo del regresso, di diversi secoli, a concezioni feudali, direi persino tribali, della convivenza tra popoli e nazioni. L’idea è che noi e i nostri amici facciamo quello che vogliamo, e che le regole siano per gli altri, per gli avversari, i rivali, i nemici. Nel momento stesso in cui queste concezioni non si articolano dietro il sipario di incontri tra potenti, non vengono più sussurrate sapendo che non bisogna ammetterlo, ma vengono proclamate a mezzo stampa e nei programmi di governo, si distrugge non solo il diritto internazionale, ma l’idea stessa di diritto e con essa lo Stato di diritto. Capiamo bene, infatti, che diritto è ciò che non possiamo invocare come norma di condotta nei confronti di altri, senza che essa sia immediatamente applicabile anche a noi. Qui siamo, con le caricature italiane e i brutalismi suprematisti di Trump e Netanyahu, all’esatto opposto…