Personale ridotto al minimo, innumerevoli istanze ferme per mesi, a volte per anni. L’odissea di centinaia di famiglie dei detenuti, i “desaparecidos italiani”, e l’inadeguatezza degli Uffici della Magistratura di Sorveglianza di Roma

Ci puoi arrivare per più strade, ma quella che ho sempre preferito passa per il ponte Sant’Angelo. Ti perdi per quella parte di Roma, tanto è bella! Vecchi vicoli dai nomi oggi impensabili, via del banco di Santo Spirito, via dei Banchi Vecchi, piazza dell’Oro, vicolo della Campanella. Percorrendo quel tratto di Roma ti pare di sentire vivere un tempo che non c’è più, scordato e cancellato dai nuovi negozi di souvenir o mini market. Percorrendo quel tratto di Roma, ti senti la Storia dentro. Poi, superato il ponte, ti appare in tutta la sua grandezza secolare Castel Sant’Angelo e qui proprio ti perdi nei secoli.
Proseguendo sulla destra, prima che la pandemia prendesse possesso delle nostre abitudini, modificandole radicalmente, vi trovavi una serie di bancarelle che vendevano libri usati e giornaletti. Superando la ritrosia di toccare cose vecchie, chissà a chi appartenute, cominci a sfogliare i vecchi Topolino, che rivedi sempre con piacere e non puoi far a meno di commentare che quelli dei nostri tempi erano certamente migliori!
Ti fermi a prendere un caffè al chiosco molto particolare che si trova proprio lì, dove ascolti buona musica e puoi anche consultare libri. È un percorso che ti ricarica, veramente. È quello che ti serve, ma dentro di te sai che stai perdendo tempo per ritardare.
Lo scopo per cui quel giorno sei lì è ben diverso, ben diversa la realtà con cui dovrai confrontarti. Ti rimetti in moto e finalmente in tutta la sua grandezza arrivi al palazzo in cui risiedono il Tribunale e gli Uffici di Sorveglianza.
Fuori una folla di avvocati che parlano tra loro, scambiandosi pareri e commenti, opinioni, molti proprio su quell’Istituto. Ti colpisce che nessuno sia positivo, alcuni sono al vetriolo. Cominci a temere che sia stato inutile andare lì, che nessuno ti ascolterà, sei preso dalla tentazione di andartene. Eh, ma non puoi perché lo scopo per cui ti trovi in quel Palazzo, a fianco a quello dove risiede il Palazzaccio, come viene chiamata a Roma la sede della Corte di Cassazione, è altissimo, devi supportare e portare fiducia verso chi ormai è un dimenticato, uno scomparso della Società. Dunque un desaparecidos.
«Sei impazzita? Come fai ad evocare un tale termine? Sai cosa sono i desaparecidos? Sai cosa hanno subìto le troppe persone a cui quel termine si riferisce? Non ti devi permettere!»
No, purtroppo non sono impazzita, proprio no! I desaparecidos cileni e argentini sono le tante vittime di un sistema di terrore, in Stati in cui la Democrazia veniva spenta da regimi militari, io parlo dei desaparecidos italiani, i dimenticati in uno Stato democratico. Ma sempre desaparecidos. Il termine è forte, anzi fortissimo, ma lo devo usare per riscuotere gli animi, per provare a ridare una visibilità a chi ormai non ne ha più.
«E tu a chi la vuoi dare questa visibilità? Facci capire che non ti stiamo più seguendo: a chi ha ucciso? A chi ha stuprato? Ai mafiosi? Ai terroristi? A chi la vuoi dare!»
Si, a tutte quelle Persone che hanno ricevuto la loro condanna in quanto colpevoli dei reati a loro ascritti, che la stanno scontando, ma che, proprio per questo, non vanno dimenticati, abbandonati, lasciati ad attendere decisioni che riguardano la loro vita e che non arrivano o arrivano dopo tanto tempo. Abbandonati in una realtà che per la nostra Costituzione dovrebbe essere propedeutica al loro recupero, al reinserimento nella Società che li ha rinchiusi e abbandonati.
Così aspetto il mio turno, ascoltando storie che non avrei mai immaginato. Chi è stato condannato perché voleva dare un rifugio ai cani randagi, ma ha usato una roulotte e dunque è stato accusato di occupazione di suolo pubblico; chi ha visto revocare i benefici concessi in quanto accusato di violenza seppur paraplegico; chi deve restare ancora in carcere perché non arriva la fissazione di una udienza sebbene i requisiti di legge ci siano ampliamente. La parola che più si sente è: speriamo. La seconda è: purtroppo.
Loro, i desaparecidos, ci provano a chiedere ciò che gli spetterebbe, a rappresentare le loro esigenze, sofferenze, difficoltà, ma come si fa ad accontentare tutti? Sono troppi, mentre loro, gli esecutori e guardiani della legge sono pochi, anzi pochissimi.
Quante volte sono tornata per avere una risposta che non arrivava mai! La cosa più difficile era spiegarlo a chi, in quella risposta, riponeva la propria forza ad andare avanti e continuare a resistere in un mondo fatto da altre leggi e consuetudini, impensabili e scandalose.
Ma quando me ne andavo, sconfitta, preoccupata, disillusa, non rifacevo lo stesso percorso da cui ero arrivata, ma quello che più velocemente mi portava lontano da lì, triste come si può sentire chi spera e crede nella Giustizia, ma trova una cosa ben diversa, la giustizia applicata e al di là delle leggi.

La lettera di Anna (il nome è di fantasia) mi ha colpito perché contiene un urlo trattenuto in maniera così dignitosa da risultare ancora più doloroso. L’urlo e il dolore di un qualsiasi familiare di un detenuto che si ritrova improvvisamente a scontare anche lui una condanna.
Si parla poco delle famiglie dei detenuti e di quanti sacrifici debbano fare per poter mantenere gli affetti con i loro cari ristretti in carcere. Fare la spesa, per il pacco da portare, cucinare i cibi per poter mandare qualche sapore di casa a chi vive lontano da ogni affetto, affrontare ore e ore di fila con tanto di perquisizione sia personale, che del pacco da portare per poter finalmente stare un’ora, massimo due con il proprio caro.

Vittorio Rizzo

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