Nel trascorso 2025 le donne hanno festeggiato i 25 anni del loro ingresso nelle Forze armate italiane. Un anniversario che non abbiamo affrontato e che vogliamo ricordare partendo da altri avvenimenti che hanno visto le donne italiane entrare a far parte a pieno titolo nella vita politica e sociale del nostro Paese. Dall’appello di Maria Montessori per il diritto al voto alle prime donne in divisa, la grande storia delle donne italiane nella Repubblica italiana

Antonio Mazzei

1907. La Finlandia batte il record europeo del suffragio femminile eleggendo le prime due donne al Parlamento. Però, se nel 1906 il Re Vittorio Emanuele III avesse chiamato gli italiani alle urne, ai seggi elettorali si sarebbero presentante pure dieci donne, tutte maestre, che il 13 giugno di quell’anno furono iscritte nell’elettorato attivo e passivo delle liste dei due comuni della provincia anconitana.

Una storia poco nota

Si tratta di una vicenda poco nota, che porta a retrodatare il momento in cui si identifica il giorno in cui le donne italiane poterono recarsi per la prima volta a votare. Le dieci maestre marchigiane rimasero inserite nelle liste elettorali dei comuni di residenza (Montemarciano e Senigallia) fino al 14 maggio 1907, quando una sentenza della Corte di Cassazione bloccò la speranza delle dieci signore, capitanate da Giulia Berna e del giurista che l’aveva indirettamente appoggiata: il mantovano Ludovico Mortara, ministro della Giustizia dal 23 giugno 1919 al 21 maggio 1920 nel primo Governo Nitti.

La vicenda delle maestre marchigiane (Palmira Bagaioli, Carolina Bacchi, Giuseppina Berbecci, Adele Capobianchi, Luigia Mandolini, Iginia Matteucci, Emilia Simoncini, Enrica Tesei, Dina Tosoni, oltre alla citata Giulia Berna) non rimase senza seguito ed in pieno dibattito emancipazionista contribuì a tenere alta l’attenzione su un tema che suscitava nel Paese una polemica in parte conclusasi nel 1912, anno in cui Giolitti dette il via al suffragio universale maschile (curioso paradosso storico: il primo dei dieci punti del programma di San Sepolcro, pubblicato sotto forma di manifesto politico il 6 giugno 1919 su Il Popolo d’Italia dal comitato centrale dei Fasci italiani di combattimento, chiedeva il  «suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne»).

Questa semisconosciuta storia prese il via nel 1906, quando la pedagogista Maria Montessori lanciò sul giornale La vita un appello alle donne italiane: andate ad iscrivervi alle liste elettorali: «Andate in massa. Andiamone superbe e muoviamo un plebiscito non meno glorioso di quello che consacrò una l’Italia, diamo questo esempio di civiltà alle Nazioni. Donne tutte sorgete!». Maria Montessori si faceva forte dell’art. 24 dello Statuto albertino, secondo il quale «tutti i regnicoli qualunque sia il loro titolo di studio e grado, sono uguali dinanzi alla legge. Tutti godono ugualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche militari e civili, salve le eccezioni determinate dalle leggi». E poiché in materia elettorale il suffragio femminile era espressamente vietato per le amministrative, ma non per le politiche, ecco che l’iscrizione alle liste era secondo lei lecita.

L’appello della Montessori venne accolto da molte donne che si precipitarono ad iscriversi. Ancona, Brescia, Cagliari, Caltanissetta, Firenze, Imola, Mantova, Napoli, Palermo, Torino e Venezia accolsero le domande e, dopo i reclami dei rispettivi procuratori del re, le passarono in seconda istanza alle relative Corti d’appello. Dieci di queste respinsero le istanze delle “discepole” della pedagogista. La Corte d’appello di Firenze fu estremamente chiara nelle motivazioni: «Se le accettassimo, una maggioranza femminile potrebbe formarsi in Parlamento coalizzandosi contro il sesso maschile, magari dando al mondo civile un nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio, decoro e utilità del nostro Paese è facile ad ognuno immaginarsi». Unica eccezione nel non respingere in seconda istanza le domande fu la Corte d’appello di Ancona che…